Apprendisti Stregoni e Parole Magiche: ovvero sull’uso inappropriato di termini e concetti

Ora come ora, l’unica cosa che di certo non si potrà negare, è il continuo profluvio di parole che intasa quotidianamente i nostri poveri cervelli già stremati da molteplici dolori esistenziali.
Già la saggezza degli antichi ci metteva in guardia contro squilibri ed eccessi nelle dosi in qualunque campo; se poi è anche la qualità della materia prima a far difetto…beh, a quel punto non resta che ammettere che la frittata è bella che fatta.

Ci siamo già dilungati più volte, con alterne fortune, sul tema delle regole necessarie per costruire una sana argomentazione perciò in questo post, tanto per non essere ripetitivo, mi occuperò invece di una delle piaghe che maggiormente affliggono ormai da tempo la comunicazione sui media.

In particolare mi concentrerò su quello che definisco di solito, forse con eccessiva fantasia, come un uso magico delle parole.
Ecco una sintetica definizione da dizionario del termine ‘magia’:

Magia: In antropologia, il complesso di credenze nella possibilità di dominare forze naturali o soprannaturali per scopi ritenuti utili, o anche per recare danno, con riti o manipolazioni (donde il termine fattura), da parte di un mago o fattucchiere, il quale sarebbe in grado di produrre o impedire un particolare evento. [1]

Se ne può dedurre che l’atto magico è quello che permette di agire sulla realtà tramite mezzi incomprensibili per il soggetto, magiciappunto.
Ora penserete: cosa diamine c’entra tutto ciò con l’argomento oggetto del post?

Ormai è inveterata abitudine servirsi di termini e concetti in maniera del tutto inappropriata rispetto al senso complessivo del discorso: fisica quantistica, analfabetismo funzionale, meme ecc sono solo alcuni dei must che ormai spuntano come funghi tra le righe dei post nei social e nei vari blog.
Chi cade in questa pacchiana, quanto comune abitudine (lo chiameremo per semplicità Apprendista Stregone), commette sostanzialmente due tipi di errore:

1) di significato: banalmente non ha la più pallida idea di cosa sta dicendo ma non ne disdegna comunque la menzione;

2) di contesto: magari ne comprende anche in parte il significato, ma la utilizza comunque a sproposito rispetto al contesto del discorso.

Incorrendo in uno (o entrambi) di questi errori, un parlante finisce per fraintendere il senso che l’uso delle parole dovrebbe comunemente avere: l’essere componenti atomiche di una struttura più complessa ed articolata che è appunto il linguaggio (e per esteso il discorso).
Il nostro Apprendista Stregone si troverà perciò nella stessa condizione di un selvaggio che utilizzasse il calcio di un fucile per abbattere una preda invece che sparargli (che vorrebbe dire utilizzare correttamente lo strumento).
Se equipariamo una parola o un concetto ad uno strumento, esso presenterà certe caratteristiche che lo rendono utile ad un certo scopo. Se non si rispettano tali specifiche finiremo per utilizzare lo strumento in maniera non ortodossa e sarà perciò impossibile ottenere il risultato desiderato.

Una componente essenziale della parola è proprio il suo significato e le relazioni che esso intrattiene con gli altri elementi del linguaggio e della cultura che lo accoglie. Servirsi di un termine senza conoscerlo davvero, facendone un uso irrazionale, vuol dire utilizzarlo in modo magico.
La magia in effetti, per come è nota a tutti, condivide con il linguaggio magico proprio l’approccio irrazionale e privo di regole (in questo caso riferite al discorso). Si pronunciano formule esotiche per ottenere un certo effetto senza averne davvero compreso il significato, rivolgendosi in un certo senso, solo alla loro esteriorità, al suono che producono.
Come già accennato altrove, ciò accade soprattutto in contesti ove regni una essenziale assenza di metodo razionale nella comunicazione. La mancanza di un metodo logico non vuol dire però assenza di metodo in senso assoluto. Perciò, a quale insieme di regole farà ricorso il nostro Apprendista birichino?

Ci potrebbe tornare utile la seguente definizione di un termine spesso utilizzato nel campo della storia delle religioni, ovvero quello di mana:

ManaTermine diffuso in molte lingue austronesiane della Melanesia e della Polinesia, con il significato generale di «forza sovrannaturale», «potere spirituale», «efficacia simbolica». [2]

Chi ragiona e comunica ignorando le basilari norme della logica argomentativa, finisce per ricorrere ad un suo succedaneo, una sorta di pensiero intuitivo ed ipersemplificato che alla forza del ragionamento razionale oppone una sorta di animismo primitivo quale metro di valutazione delle proprie conoscenze.
Come avviene in certe culture tribali, persone e cose sarebbero in possesso di questa misteriosa energia che ne determinerebbe il potere d’azione nel mondo reale. Lo stregone, una vera e propria autorità nel complesso sociale del villaggio, è in possesso di un’elevata quantità di ‘energia’, mentre gli oggetti ricchi di manaverranno ritenuti assai potenti. [3]

Trasponendo questo primitivo sistema di valutazione al nostro discorso, possiamo dire che l’Apprendista Stregone ricorre precisamente a questa logica primitiva: il suo mondo sarà popolato di Autorità, personaggi cioè ricchi di mana, che si presenteranno sotto forma di guru, politici, ideologi ecc, spiegando a tutti quali sono le parole potenti o quali sono invece quelle impure.
In tal modo sarà facile vedergli mescolare allegramente termini realmente esistenti (fisica quantistica) con locuzioni tanto esotiche quanto fantasiose (energia psichica), mentre investirà alcune definizioni di valori miracolosi (come le staminali di Vannoni) bollandone invece altre come immonde (chemioterapia per esempio). Il discorso potrebbe estendersi pure al di fuori del campo della comunicazione, come nel caso delle pseudoscienze, ma per adesso non entreremo nel merito di un discorso assai più ampio ed articolato.

In questo sistema linguistico tribale, a decidere dell’uso ed il valore di una parola o di un concetto sarà un complesso formato dallo stregone e dal suo gruppo sociale. Non sarà più la conoscenza metodica (come la fisica o la medicina ad esempio) a guidare il linguaggio o il ragionamento dell’individuo, bensì una logica primitiva ed irrazionale che non discrimina più le parole in base alla conoscenza scientifica.
Ciò che conta per l’Apprendista Stregone infatti, come detto, non è tanto il significato del termine, quanto il suo valore estrinseco, deciso dall’autorità o dal gruppo insomma. Con il proliferare di mode e tendenze legate al concetto di gruppo, movimento, popolo ecc, era inevitabile attendersi un impatto anche dal punto di vista del linguaggio.

Questo ci fa capire come sia possibile trovare ad ogni passo qualcuno che tira in ballo la fisica quantistica per giustificare l’effetto miracoloso di una certa cura oppure che dà dell’analfabeta funzionale a qualcuno senza aver ben capito il reale senso della locuzione utilizzata.
A chi ricorre a quest’uso scorretto dello strumento linguistico potrà accadere di trasformarsi nel celebre piccione scacchista [4] o, pure peggio, di divenire lui stesso strumento del linguaggio.

Proprio a quest’ultima situazione sarà dedicato il prossimo post.

Note:

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/magia/

[2] http://www.treccani.it/enciclopedia/mana/

[3] Mi rendo conto che si tratta di una grossolana semplificazione, ma è funzionale alla comprensione del discorso. Non me ne vogliano gli esperti di Antropologia e di Storia delle Religioni.

[4]https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/ALa8NYe1ymH

La falena delle betulle sbaraglia i creazionisti – Con una risposta ad alcuni (demenziali) commenti

Dopo decenni di scetticismo inutile, di denigrazioni e di strumentalizzazioni da parte dei creazionisti, il caso da manuale dell’evoluzione per selezione naturale della falena delle betulle inglese, osservata in diretta fin dalla metà dell’Ottocento, ha ricevuto nel giro di pochi anni conferme sperimentali che vanno oltre ogni ragionevole dubbio. Ora è stato scoperto e pubblicato su Nature anche il meccanismo molecolare della mutazione sottoposta a selezione. Sarebbe bello se un po’ di gente adesso dicesse: “ok, ci siamo sbagliati”. Ma non succederà.

Continua a leggere qui.

La sfida del secolo: Buono Vs Sano!

È buono o è sano? Ormai è questa l’annoso questione che tormenta milioni di fauci in preda ad angosciose crisi gastro-esistenziali.
Quale perverso moto evolutivo ci ha condotti a questa tragica ed insanabile dicotomia, degno del più celebre paradosso del mentitore di Epimenide [1]? Proviamo a fare qualche passo indietro.

Un tempo remoto, prima di ingurgitare alcunché, cercavamo preventivamente una risposta ad un’unica, fondamentale questione: è commestibile o no? Mi riempirà lo stomaco o mi ucciderà?
Che la bacca o il cosciotto crudo fossero più o meno saporiti era questione oziosa: l’importante era mettere qualcosa nella pancia sperando che non si trattasse di un boccone fatale.
Con il trascorrere dei secoli ed il conseguente progredire delle capacità di foraggiamento nelle sempre più complesse società umane, il cibo cessa progressivamente di essere puro sostentamento per cominciare a rivestire anche un ruolo culturale sempre più variegato e complesso.

In particolare si è finiti con l’evidenziare anche il lato conviviale ed edonista degli alimenti ed a curarne la preparazione sia dal punto di vista del gusto che da quello estetico. In poche parole, si era scoperto che mangiare poteva essere anche un piacere oltre che un obbligo biologico.

Per lungo tempo si è perciò andati avanti con questa semplice dicotomia alimentare: si mangiava per diletto (chi poteva permetterselo) o per sopravvivere.

Chiaramente di acqua sotto i ponti ne è passata in quantità, abbastanza direi da riuscire ad mutare un habitus che pareva inattaccabile, portandoci verso un nuovo finalismo applicato all’alimentazione e cioè la salute!

Nella vastissima platea di fedeli a questa nuova idea del cibo credo si possano determinare essenzialmente due livelli, definendoli in base allo scopo che si prefiggono nel seguire una certa dieta:

mangiare per fugare il Male: l’idea di partenza, in questo caso, è che la prevenzione di ogni malanno possa cominciare a tavola. Convinzione di per sé ricca di ottime ragioni ed argomenti, quantomeno finché si resta entro certi limiti. Limiti che però vengono perlopiù oltrepassati in questi casi.

Si bandiscono costata e filetto berciando che sono cancerogeni e poi si scopre che con la carne il rischio assoluto di sviluppare il cancro al colon cresce di un misero 1% [2]. E gli esempi di simili esagerazioni potrebbero moltiplicarsi in maniera geometrica.

Il passo che conduce dalla prevenzione ad un’illusoria fissazione è molto breve: £si distorcono le cifre a piacimento, ci si farcisce di dati e storielle prese chissà dove sul web, si annaspa in mezzo a studi mal interpretati o del tutto travisati* [3]. Si deborda da un atteggiamento ragionevole nei confronti del cibo nel momento stesso in cui, insieme all’amata rosetta iniziamo a masticare pure dei bei bocconi di irrazionale.

Se aggiungiamo poi alla ricetta pure una spruzzata di afflato mistico e di intransigenza ideologica…voilà! Ecco che ci ritroviamo bello e pronto un “crociato della dieta” (sostituire a piacere con vegano, alcalinista ecc) col suo nuovo Culto del Cibo Salvifico (CCS).

A questo livello di cottura l’individuo mantiene ancora una parvenza di relazione cognitiva equilibrata col mondo, ma già in lui inizia a far capolino qua e là l’abbozzo di nuova cosmologia, ovvero come esso stia iniziando a ripensare se stesso e l’Universo partendo dal proprio duodeno.

Digestione lenta e stitichezza non sono più argomenti da rifuggire con imbarazzati rossori, tutt’altro. L’apparato digerente, dalla punta dello stomaco giù giù fino all’ultimo tratto dell’intestino, rappresenta la nuova soap di cui tutti dobbiamo abbozzare una seppur minima conoscenza. La tavola è il nuovo porticato sotto il quale nuove mandrie di gastro-filosofi disquisiscono dell’ultimo grido in fatto di metafisica dei radicali liberi.

Va anche detto che a questo livello si è già creata una discrepanza escatologica tra cibi puri e impuri: questi secondi rappresentano la nuova categoria della hybris alimentare, il nuovo paradigma del peccato previsto dal CCS.

Neppure si deve tralasciare il fatto che per evitare problemi, oltre che alla qualità delle calorie sarebbe saggio, in genere, controllarne la quantità.
Ed anche questo è un segno ben preciso: ciò che mangiamo cessa di essere unicamente materia (oggetto di studio) ed inizia a caricarsi dimana, con di una sorta di aura positiva o negativa a seconda dei casi [4].

Non può esserci scienza di un argomento che è strettamente dominio della Saggezza Naturale (qualunque cosa sia). Perché la Natura (benigna), se trattata come dovuto, ci fornisce già di per sé tutti gli strumenti per giungere ad una sorta di immortalità.
La Natura, resa soggetto intenzionale, quasi fosse una divinità benevola, pone i propri doni benefici negli alimenti, ma solo per chi ha la giusta disposizione nei confronti del suo ordine perfetto.

Può essere tollerata l’intromissione del metodo scientifico, ma solo in funzione di conferma di ciò che già è chiaro a priori per il fedele. E se i freddi dati non concordano col celeste ordine alimentare o hanno l’ardire di far resistenza ad una santa “rieducazione”, che medici e biologi vengano discreditati come tirapiedi al soldo di minacciose multinazionali!

Questo tipo di atteggiamento spalanca le porte alla seconda, inquietante categoria, ovvero:

mangiare per sconfiggere il Male: a questo punto la metamorfosi è completa e Dente di Fata può trasformarsi nel Dragone Rosso [5].
Adesso l’ingurgitare ed il tracannare non sono più meri atti difensivi contro il decadimento biologico, bensì vere e proprie aggressioni in punta di forchetta.
Oltre a prevenire ogni tipo di malanno, il CSC ci dice che il cibo può anche guarire da quasi tutte le patologie: lo stomaco diviene perciò il nuovo organo divino, come l’ipofisi cartesiana [6]. Partendo da basi come queste diventa lecito pensare che niente ci è più precluso se si è venuti a parte dell’esoterica arte delle diete miracolose.

Abbiamo ormai guadato il fiume: il cibo cessa di essere un argomento da gestire pragmaticamente da un lato (alimentazione come branca della medicina e oggetto di rigoroso studio) o faceto dall’altro (elemento di aggregazione, fonte di ironie varie ecc) per divenire materia di culto, argomento su cui non si deve andar leggeri perché dal buon uso di quest’arte dipende l’immortalità delle nostre carni (il resto sarà già scaduto, immagino). Ma non basta.

Il “crociato” non può limitare le sue mire salvifiche al cucinotto di casa: egli ormai pensa in grande!
Il vegano o l’alcalinista si pone, modestamente, al centro di un epocale cambiamento per tutto il mondo: essi, con la loro essenziale alterità alimentare, marcano il più radicale dissenso nei confronti del famigerato “Sistema”, entità tanto tentacolare quanto fumosa, figlia del Mercato e della “connaturata malvagità umana”, causa diretta di ogni problema sulla terra (fisico e psicologico).

Il cibo non è più solo alimento, bensì una vera e propria manifestazione di una Volontà benigna superiore, il Bene platonico nascosto dentro ad una confezione di tofu.

In sintesi: lasciatoci alle spalle (si spera) il tempo del mangiare-per-sopravvivere, si è venuta a creare una dicotomia tra la ricerca del godimento e quella della salute che, pur partendo da basi chiaramente condivisibili, ha finito per deragliare conducendo molta gente verso il CCS.

In questo post, chiaramente, non si intende affermare che una corretta alimentazione non sia fondamentale per il mantenimento di un buono stato di salute. Tutt’altro.
Ciò che si intende qui stigmatizzare è l’inquietante cambio di atteggiamento verso una componente determinante della nostra vita quotidiana che ha finito per produrre le conseguenze fin qui mostrate.

Non è più possibile, in molti ambienti, parlare di cibo anche come mero godimento e questo pur restando entro i termini di un’alimentazione sostanzialmente corretta.
Avendo costruito sul cibo una tale religione salvifica, era prevedibile che presto o tardi si sarebbe finiti pure col moralizzarlo. Di conseguenza, anche il solo alludere ad alimenti come la carne o il formaggio ad esempio, cibi classicamente impuri per molti adepti, o riferirsi al piacere di bere un bicchiere di vino, risultano ai loro occhi delle blasfeme assurdità.

Aggiungiamo poi che se ogni culto pretende dai fedeli importanti rinunce, è pur vero che si devono mettere in preventivo anche certe immancabili tentazioni. Rinunciare a carne e formaggi, ad esempio, può essere davvero arduo pur trattandosi di un sacrificio fatto in vista la salvezza propria e quella del pianeta (perlomeno dal loro punto di vista).

Per risolvere simili dilemmi l’adepto può ricorrere anche in questo caso a qualche forzatura: si creano miti, spesso infondati, sulle proprietà benefiche di certi alimenti anche grazie alla onnipresente benevolenza dei media. Così si spiegano, ad esempio, le miracolose proprietà anti – tutto attribuite al vino, ininfluenti se pensiamo che si tratta pur sempre di un alcolico e che perciò richiede una particolare attenzione [7].
Oppure, fatto ancor più raggelante, c’è il neonato mercato deisuccedanei, imitazioni ortodosse di cibi altrimenti impuri (hamburger di soia o cappuccino senza latte ecc).

Il quadro che ne risulta è insomma quello in di un lascivo, quanto aberrante, abbandono ad un’irragionevole irrazionalità.

Che dal lento sgretolamento dell’idea di Dio sia derivato un vuoto talmente insopportabile da dover essere assolutamente riempito con una qualsivoglia apparenza di controllo sulle nostre vite? Forse che l’allungamento della vita e il miglioramento del benessere abbiano in proporzione accresciuto a dismisura la paura della Morte?

Una simile rigidità nel discriminare il buono rispetto al cattivo, che contraddistingue in genere certi monoteismo, viene perciò traslata dagli altari direttamente sulle nostre tavole.

L’attraente estremismo invocato da un simile atteggiamento facilita il ricorso ad ogni tipo di fallacia o argomento comunque distorto. Un classico esempio è quello della “falsa dicotomia” [8], per la quale ogni critica alla presunta dieta salvifica viene derubricata sempre con uscite del tipo “è forse meglio allora avere bambini ed adulti obesi?”, come se l’unica alternativa alla dieta salvifica fosse il dissennato strafogamento.

Completamente inutile, in simili casi, riferirsi all’esistenza del concetto di misura anche tra i non credenti o provare a spiegare come spesso entro queste ideologie i numeri e le statistiche citate siamo di frequente fraintese o distorte.
All’interno del culto non è previsto il concetto di equilibrio e ragionevolezza: sarebbe come chiedere ad un cristiano ortodosso di non credere troppo ciecamente in Dio.

In un ambito in cui la visione del mondo viene cucita a forza di credenze e farcita di cattivi ragionamenti, il passo a precipitare nel complottismo e nelle pseudoscienze è breve e fioccano infatti un po’ ovunque le connessioni tra categorie apparentemente prive di qualsivoglia connessione.

Questo nuovo culto del cibo, il CCS, è a tutti gli effetti una nuova branca dell’ideologia complottista e pseudoscientifica.

Il risultato di tutto ciò è che per l’individuo comune ormai è diventato rischioso provare ad esprimere il proprio godimento (seppur moderato) nel mangiarsi un panino con la mortadella con una birra ghiacciata.
Quel panino, ci dicono, ha provocato dolore e sofferenza e ci porterà altrettanto orrore, a noi ed al mondo intero. Quanto sangue gronda da quella rosea mortadella? Quanti nitriti e nitrati contiene? Quanto arricchisce le multinazionali?
Non ci è più possibile ammettere candidamente, pena la decapitazione morale (e forse fisica in futuro), che semplicemente ci piace mangiare questo o bere quello (ripeto, pur senza alludere all’abuso). *Il cibo deve essere per forza sano ed in funzione di ciò, eventualmente, diventa buono*.

Alla ricerca della salvezza spirituale e gastroduodenale perciò, continuiamo a vivere nel dubbio di come si possa godere nel mantenere una presunta purezza del proprio corpo mentre il cervello se ne va inevitabilmente a rotoli.

● Note:

[1] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_mentitore

[2] http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/10/28/un-culatello-ci-uccidera-comunicare-il-rischio/

[3] http://italiaxlascienza.it/main/2014/03/tutto-causa-il-cancro-il-bias-dei-capelli-bianchi/

[4] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Mana

[5] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Manhunter_-_Frammenti_di_un_omicidio

[6] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ipofisi

[7] http://www.olioofficina.it/saperi/salute/cibo-e-antiossidanti-cosa-c-e-di-vero.htm

[8] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Falsa_dicotomia

 

Bad thinkers

Meet Oliver. Like many of his friends, Oliver thinks he is an expert on 9/11. He spends much of his spare time looking at conspiracist websites and his research has convinced him that the terrorist attacks on New York and Washington, DC, of 11 September 2001 were an inside job. The aircraft impacts and resulting fires couldn’t have caused the Twin Towers of the World Trade Center to collapse. The only viable explanation, he maintains, is that government agents planted explosives in advance. He realises, of course, that the government blames Al-Qaeda for 9/11 but his predictable response is pure Mandy Rice-Davies: they would say that, wouldn’t they?

Polling evidence suggests that Oliver’s views about 9/11 are by no means unusual. Indeed, peculiar theories about all manner of things are now widespread. There are conspiracy theories about the spread of AIDS, the 1969 Moon landings, UFOs, and the assassination of JFK. Sometimes, conspiracy theories turn out to be right – Watergate really was a conspiracy – but mostly they are bunkum. They are in fact vivid illustrations of a striking truth about human beings: however intelligent and knowledgeable we might be in other ways, many of us still believe the strangest things. You can find people who believe they were abducted by aliens, that the Holocaust never happened, and that cancer can be cured by positive thinking. A 2009 Harris Poll found that between one‑fifth and one‑quarter of Americans believe in reincarnation, astrology and the existence of witches. You name it, and there is probably someone out there who believes it.

Read here.

La falsa inversione

“Una falsa inversione ha luogo quando deduciamo dal fatto che tutti i gatti sono animali l’informazione addizionale che tutti gli animali sono gatti. L’inversione di un enunciato, che si compie scambiando il soggetto col predicato, è vera in alcuni casi ma falsa in altri. Quando la riscontriamo in uno dei casi fallaci, è chiamata appunti falsa inversione.

Tutti i topi sono animali a quattro zampe, quindi tutti gli animali a quattro zampe sono ovviamente topi.

Alcuni esseri mortali sono gatti, quindi alcuni gatti non sono esseri mortali.

La regola è complessa, ma meritevole di studio. Possiamo elaborare enunciati a proposito di “tutti” di “alcuni”, e possiamo fare asserzioni sia positive che negative. Questo ci dà quattro tipi di enunciati:

1. Tutti sono…
2. Alcuni sono…
3. Nessuno è…
4. Alcuni sono…

La regola vuole che soltanto i tipi 2 e 3 ammetano inversioni valide. Se scambiate oggetto e predicato per i tipi 1 e 4, vi trovate precisamente nella fallacia della falsa inversione. La ragione è che non possiamo scambiare un termine distribuito (che copre l’intero della propria classe) con uno che non lo è.
Nel tipo 2, sia il soggetto che il predicato coprono solo una parte della classe e nel tipo 3 succede lo stesso. I tipi 1 e 4 invece non ammettono scambi perché mescolano termini distribuiti con altri che non lo sono. In definitiva, questa è la regola ammette è che potete scambiare e invertire affermazioni nella forma:

Alcuni a sono B
e
Nessun B è A

Ma non potete fare altrettanto con forme come:

Tutti gli A sono B
o
Alcuni A non sono B

Se sappiamo che individui di scarsa fantasia sono burocrati, possiamo dedurre senza timore e assai correttamente che nessun burocrate ha grande fantasia. Quello che non possiamo fare è dedurre dal fatto che alcuni giornalisti non sono ubriachi il fatto che alcuni ubriachi non sono giornalisti. Può accadere che sia vero, ma non ci è lecito trarre la deduzione da una falsa inversione di termini.
In pratica, gran parte della gente sarà in grado di individuare la falsità palese di invertire frasi su “tutti gli animali” o “tutti i gatti”. La fallacia tende a essere meno comune, e più ingannevole, quando compare nella forma “alcuni non sono…””.

Tratto da: “Come avere sempre ragione” di Madsen Pirie, TEA editore, pp. 103 – 105.