Come ‘buonista’ è diventato l’insulto preferito degli italiani

Il linguaggio della politica italiana ha una dote speciale: quella di inventare a getto continuo espressioni insolite. Tra “patti” estemporanei (quello della “crostata” o del “Nazareno“), nomignoli vaghi (tipo la “Cosa Rossa” o “lenzuolate“) e latinorum abborracciato (qualche settimana fa i giornali aprivano sul “Rosatellum“, ricordate? No, vero?), spesso e volentieri i lemmi vengono bruciati nell’arco di pochissimo tempo.

A volte, però, succede che certe parole restino e dilaghino in ogni dove. Su tutte, negli ultimi anni c’è stata una coppia di termini ha attecchito in modo impressionante nel dibattito pubblico: “buonismo” e “buonista.”

Non passa praticamente un’ora—neanche un giorno: un’ora—senza ritrovarsela in un qualche articolo, conversazione, status o commento. Per rendersene conto basta prendere come campione l’ultima settimana di cronaca.

L’albergatore di Reggio Emilia che non assume un cameriere per il semplice motivo che quest’ultimo è nero? Ha fatto bene, perché “è tempo di dire basta a questo strisciante buonismo.” Povia che fa una canzone xenofoba? Macché, è solo un “grido” disperato contro i “buonisti.” Lo scrittore Mauro Corona che vuole inseguire i vandali con un’ascia in mano? Ottimo, così facendo “sfascia il buonismo radical chic.” Gli atleti italiani che vincono l’oro nel sincro ai mondiali di Budapest con un’esibizione dedicata ai migranti? Non sono altro che maledetti “buonisti.” Le indagini sulle ONG? Uno schiaffo ai buonisti. E così via.

L’onnipresenza, tuttavia, è inversamente proporzionale alla comprensibilità del termine. Certo, i vocabolari ne danno alcune definizioni (come “ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî”); eppure, l’uso estenstivo che se ne fa oggi ricomprende tutto—e quindi, be’, non ricomprende un bel niente.

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Il Principio di Improbabilità

Fuffologia

caprone Un caprone

Mi è capitato di recente di discutere di “caso” su un newsgroup con un caprone newage di quelli intrattabili e irrecuperabili. È convinto che il caso non esista. Dice che se qualcuno  indovina, in media, una volta su sei il dado che avete lanciato, non lo farebbe per caso. Gli ho fatto notare che è il risultato che ci si aspetta normalmente da chiunque; che anche un computer che genera un numero random tra 1 e 6 ci azzecca altrettanto bene; e che anche chi risponde sempre “4” in media ci prende una volta su 6.

Il caprone però è irremovibile: il caso non esiste e l’individuo in questione dev’essere necessariamente dotato di qualche “facoltà sconosciuta” (magari legata alla sua visione cazzara della meccanica quantistica), altrimenti avrebbe sbagliato sempre. Che si possa indovinare un numero tra 1 e 6 tirando a casaccio è per lui inconcepibile e in…

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L’invenzione del capitalismo cattivo

Luigi Einaudi scriveva che il capitalismo è un po’ come il diavolo nel medioevo: “una parola mitica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi.

I viveri sono cari? La colpa è della organizzazione capitalistica della società. La guerra è stata scatenata dagli imperi centrali? La colpa è del capitalismo che spinge le nazioni le une contro le altre armate per la conquista dei mercati mondiali.” (La colpa è del capitalismoCorriere della sera, 28 luglio 1919)

Da allora sono passati quasi cent’anni, ma la situazione non è molto cambiata. Il capitalismo continua a essere visto come la causa di tutte le piaghe della terra, in particolare della povertà, delle diseguaglianze, delle guerre, della violazione dei diritti umani.

Pochi però si prendono la briga di verificare l’esattezza di queste affermazioni. Se lo facessero, scoprirebbero che le cose non stanno esattamente così. Non secondo quanto emerge dai rapporti annuali del Fraser Institute: Economic Freedom of the World (EFW).

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Perché gli antivax hanno vinto

Hic Rhodus

Sono stato folgorato da questa foto, scattata alla manifestazione antivax di Milano di qualche giorno fa. Ho capito tutto. Gli antivax hanno vinto, o comunque vinceranno sulla distanza. La foto, la vedete, mostra di schiena un povero pargolo con una scritta sulla maglietta, vergata a mano con un buono stampatello dal solerte genitore antivax. “Non mi avrete mai come volete voi”. Ecco, in questo slogan, non originale, sta la soluzione. Ci si poteva aspettare una scritta tipo “Libertà di cura”, o “Il corpo è mio e me lo vaccino io”, e invece si fa riferimento a un Ente minaccioso (“voi”) e a un programma antagonista (“non mi avrete mai”). Ecco. Gli antivax sono contro i vaccini in quanto animati da sentimenti antagonisti che potevano incanalarsi in molteplici strade: anti-olio di palma (ma è poco evocativo ed è fallito sul nascere), anti-insegnamento di matematica , anti-wi-fi… invece si è incanalata…

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La marcia del progresso e il paradosso della divulgazione

Sul quotidiano La Repubblica del 28/1/2015: Scoperto il cranio umano che segna il passaggio dai Neanderthal all’uomo moderno. Non so che cosa intendesse comunicare chi ha scritto il titolo, ma quello che effettivamente comunica l’espressione “che segna il passaggio dai Neanderthal all’uomo moderno” è inequivocabilmente questa rappresentazione (vedi figura), che conosciamo attraverso S. Gould come la “marcia del progresso”. Il titolo, che è l’unica cosa che la maggior parte dei lettori legge, contraddice perfino il contenuto dell’articolo stesso che fa riferimento alla “coesistenza” o alla possibilità di un “incrocio” tra le due specie.

Non mi occuperò qui di dare l’informazione corretta sull’argomento, perché Pikaia lo ha già fatto. Semmai vorrei mettere a fuoco di che tipo di scorrettezza si tratta e occuparmi di nuovo del problema, ormai un vero cancro culturale, della divulgazione, che è il contenitore delle singole scorrettezze che a ogni passo si ripresentano. Per quanto riguarda il più diffuso quotidiano italiano, la mia triste impressione è di essere tornato ai tempi di Enrico Franceschini (si veda qui), che si era attribuito la missione di istruire il pubblico sulla scienza evolutiva, anzi sui “misteri” dell’evoluzione. I suoi articoli su La Repubblica erano inesorabilmente illustrati dall’immagine della “marcia del progresso”. Il dubbio, essendo lui avvocato, è che fosse convinto che il modello dell’evoluzione umana è la marcia del progresso, in cui si passa dal neanderthalensis al sapiens attraverso qualche forma di trasformazione (forse metamorfosi, come nel caso del girino che diventa rana).

Poi l’avvocato ha ceduto il posto a una persona di formazione scientifica e la comunicazione de La Repubblica in fatto di scienze ha fatto un salto di qualità. Ma probabilmente, come spesso accade, la nuova comunicatrice scientifica non ha la responsabilità di redazione, non compone neppure i titoli dei propri articoli, e non si occupa delle segnalazioni. Dunque abbiamo ancora una volta a che fare con il “paradosso della divulgazione”: per definizione di “divulgazione” i destinatari della comunicazione sono inesperti della materia, ma il significato della comunicazione è interpretabile correttamente solo da chi invece è già esperto; solo in una comunicazione tutta interna al mondo dei paleontologi, antropologhi evoluzionisti quel “passaggio” da Neanderthal a sapiens potrebbe essere colto come metafora di un idea completamente diversa, molto più complessa e scientificamente corretta, dell’evoluzione umana. Non approfondisco qui cosa si intende per “scientificamente corretta”, ma ha a che fare con la comunità scientifica di riferimento e i suoi spazi istituzionali di comunicazione.

In altre parole il divulgatore de La Repubblicaeffettivamente comunica qualcosa di molto diverso, anzi opposto dal punto di vista epistemologico e storico, da ciò che intende comunicare, ammesso (per benevolenza) che intenda comunicare la corretta idea scientifica in questione. Ma il problema vero è quando il divulgatore ha una formazione scientifica o addirittura è uno scienziato esperto nel campo in cui si colloca l’oggetto della comunicazione, perché in questo caso è da escludere l’ignoranza e la pretesa di poter comunicare a inesperti ciò di cui non si è almeno moderatamente esperti.

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Critiche biologiche alla teoria chomskiana della grammatica universale innata

La teoria chomskiana della grammatica universale innata come spiegazione della capacità di linguaggio presenta delle assunzioni collaterali molto forti e indifferenziate, su cui si sono concentrate le attenzioni dei critici, in quanto punti deboli della teoria: 1) Tomasello ha sottolineato l’importanza del contesto sociale e della sua dimensione intersoggettiva per l’apprendimento del linguaggio. Anche la grammatica viene concepita come un prodotto congiunto di eredità comunicativa e interazioni sociali all’interno di una “storia convenzionalizzata”. 2) Deacon ha sottolineato invece che anche le lingue hanno una loro storia evolutiva, progettandosi da sé, in un rapporto di stretta simbiosi con i loro ospiti umani (metafora del virus, o meglio, del simbionte). Vi è all’opera una dinamica co-evolutiva tra la lingua e il suo ospite, che produce l’evoluzione linguistica, come anche quella biologica del cervello umano. La teoria chomskiana delle regole grammaticali innate ha commesso l’errore di appiattire questo irriducibile processo di evoluzione biologico-culturale in una struttura formale statica.

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Se siamo nati per credere, da dove vengono gli atei?

Perché milioni di persone non credono nell’esistenza di entità sovrannaturali? Si tratta di una domanda relativamente nuova per la ricerca scientifica. Per molto tempo infatti i ricercatori si sono occupati solo della domanda complementare: perché in tutte le culture umane si sono sviluppate e diffuse credenze nel sovrannaturale e in particolare credenze religiose? E per molto tempo tale domanda ha trovato risposta nella tesi secondo cui le credenze religiose svolgono una funzione sociale adattativa, cioè favoriscono la cooperazione, l’altruismo, e la coesione nei gruppi (Bering, 2006; Wilson, 2003). È una tesi plausibile ma, come tutte le spiegazioni funzionali dei fenomeni religiosi, limitata. È possibile infatti che le credenze religiose contribuiscano al mantenimento dei legami sociali: credere in una divinità che punisce i comportamenti non sociali può rendere meno probabili questi ultimi, aumentando così la fiducia tra i membri di un gruppo. La loro presunta funzione sociale, però, non ne spiega l’origine. Credere in un’autorità secolare che punisce i comportamenti non sociali potrebbe ugualmente renderli meno probabili. Perché allora la selezione naturale, per favorire la vita sociale, avrebbe sviluppato proprio le credenze religiose?

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