Evidence Rebuts Chomsky’s Theory of Language Learning

The idea that we have brains hardwired with a mental template for learning grammar—famously espoused by Noam Chomsky of the Massachusetts Institute of Technology—has dominated linguistics for almost half a century. Recently, though, cognitive scientists and linguists have abandoned Chomsky’s “universal grammar” theory in droves because of new research examining many different languages—and the way young children learn to understand and speak the tongues of their communities. That work fails to support Chomsky’s assertions.

The research suggests a radically different view, in which learning of a child’s first language does not rely on an innate grammar module. Instead the new research shows that young children use various types of thinking that may not be specific to language at all—such as the ability to classify the world into categories (people or objects, for instance) and to understand the relations among things. These capabilities, coupled with a unique hu­­­man ability to grasp what others intend to communicate, allow language to happen. The new findings indicate that if researchers truly want to understand how children, and others, learn languages, they need to look outside of Chomsky’s theory for guidance.

This conclusion is important because the study of language plays a central role in diverse disciplines—from poetry to artificial intelligence to linguistics itself; misguided methods lead to questionable results. Further, language is used by humans in ways no animal can match; if you understand what language is, you comprehend a little bit more about human nature.

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CONDIVIDI QUESTO POST SE SEI INDIGNATO! (anche senza sapere il perché)

Dalle grandi metropoli ai paesini più dispersi ciò che accomuna tutte le comunità è l’avere una piazza. L’Agorà (in greco) è il centro della polis, cuore pulsante della discussione civica doveteoricamente l’opinione, se concessa in forma di diritto, può essere espressa e confrontata con i propri concittadini. Delle piazze tradizionali spesso conosciamo gli attori e le caratteristiche fondamentali di pensiero che li caratterizzano e questo, in qualche modo, crea un ambiente familiare entro cui muoversi.

Molto più grandi sono le piazze tipiche dei social network: ben salde poggiano su fondamenta non fisiche e si espandono immense sullo schermo del nostro PC. In pochi minuti la massa digitale che tipicamente le frequenta può esprimere giudizi, decretare la popolarità di determinati argomenti e condurre i media e la classe politica ad esprimersi, relegando questi ultimi al ruolo passivo di “megafoni” delle tendenze del momento.
In questo teatro caotico i singoli individui si fondono in un soggetto imponente e dialetticamente inarrestabile: la folla.

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Lo spumante, le carte di Wason e il problema della falsificabilità scientifica

Ispirati da un articolo di Dario Bressanini che trovate negli approfondimenti, oggi vi raccontiamo una spigolatura che però, nonostante la sua trivialità, è davvero molto importante. Seguiteci nel ragionamento.

Leggenda vuole che un cucchiaino da caffè inserito in una bottiglia di spumante (o altri alcolici) ne mantenga l’effervescenza.

Sembra interessante. Secondo voi è vero?

Beh, magari a tutti sarà capitato di provare a metterlo nel collo di una bottiglia e successivamente degustare notando un certo brio di bollicine sul palato.
Sicuramente interrogando numerosi camerieri e alberghieri a riguardo, molti risponderanno che sì, è vero.

Ma l’aneddotica, come ben sappiamo, non è scientificamente rigorosa.

Parlando per impressioni personali, si potrebbe erroneamente pensare che è il Sole a girare attorno alla Terra o che bere ruhm riscaldi il corpo. Il metodo scientifico esige condizioni controllate, assenza di fattori fuorvianti e misurazioni precise.
Inoltre, gustare l’effervescenza è soggettivo, non si può semplicemente prendere il parere di una persona, o si utilizza un macchinario oggettivo o si riporta il parere di molte persone.

Ci vuole una verifica sperimentale!

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Si può giocare a scacchi con un Piccione?

“Discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.” [1]

Questa gustosa massima riassume con estro la spiacevole situazione che viene a crearsi quando viene ignorata tutta una serie di principi basilari cui si dovrebbe invece prestare attenzione quando ci si approccia alla nobile arte del dialogo.
Al netto dell’ironia, la vignetta ci riporta sostanzialmente un punto fondamentale:se, come è ovvio, la metafora del gioco degli scacchi rappresenta un tentativo di dialogo tra due individui, apparirà altrettanto evidente quanto invece il piccione risulti del tutto refrattario alla comunicazione.

Tolte disfunzioni varie e la malafede (non così rara purtroppo), tale impermeabilità potrà essere imputata fondamentalmente a due ordini di ragioni: (a) ad un problema linguistico o (b) ad un problema di rispetto delle regole della comunicazione stessa.
Il caso (a) risulta abbastanza evidente e può far riferimento a questioni legate ad una non corretta alfabetizzazione o a barriere linguistiche di vario tipo. In questo caso il problema non è strutturale e può essere superato implementando lo strumento linguistico o anche solo chiarendo il significato dei termini utilizzati, ad esempio.
Il punto (b) è invece meno evidente ed assai più insidioso. Se il linguaggio riveste il ruolo di mezzo fondamentale per la comunicazione, è anche vero che il contenuto non può essere trasmesso casualmente, come se veicolare un’informazione fosse un processo equiparabile a spostare un vecchio scatolone da una stanza all’altra.

Quando parlo di regole della comunicazione, o di logica argomentativa, non intendo cose troppo complesse, quanto piuttosto tutta una serie di principi che in una discussione dovrebbero costituire la base per il suo corretto svolgimento: ad esempio verificare la definizione di ciò di cui si sta discutendo, fornire prove a sostegno dei propri argomenti, non contraddirsi nei propri discorsi ecc.
In realtà, ahinoi, l’attuale maggioranza dei ‘parlanti’ crede erroneamente di rispettare già tali regole oppure pensa che non siano davvero così importanti (che è pure peggio).

Va detto anche che tale atteggiamento può dipendere da una sorta di ‘sigillatura mentale’ prodotta dalla seguente illusione: quando adottiamo una certa credenza e lo facciamo senza sottoporla ad un vaglio metodico, il più possibile oggettivo ed impersonale, essa acquisisce di conseguenza una totale inattaccabilità.
In parole povere: siamo cartesianamente del tutto certi di ciò che esperiamo nel nostro cervello (sensazioni, ricordi, percezioni ecc), e spesso abbiamo l’errata propensione ad estendere tale beneficio anche a idee e credenze che invece son tutt’altro che solide.
L’adozione di una metodologia razionale, oltre ad un sano scetticismo, servirebbe proprio prevenire il transito immotivato di una credenza dal livello di un’opinione a quello di una certezza. Al Piccione manca proprio questo filtro a monte.

In effetti, una delle conseguenze derivanti dall’assenza di metodo in una qualunque tipologia di comunicazione, sarà proprio l’incapacità di argomentare in maniera razionale, rispettando le ‘regole di ingaggio’ di una discussione.
Il corretto utilizzo di tali regole è peraltro essenziale per un corretto funzionamento del linguaggio quale vettore di informazioni.
Perché due individui (o due agenti in generale) possano riuscire a comunicare, sarà necessario in effetti un sistema di convenzioni condivise. Ruolo che nel nostro caso sarà svolto per l’appunto dalla logica argomentativa cui spesso abbiamo fatto cenno nei post precedenti.

Vediamo in sintesi di cosa si tratta [2]:

“Qual è il senso delle “regole argomentative”? Le prospettive da assumere, per rispondere a questa domanda, potrebbero essere molteplici, ogni argomento, infatti, si inserisce in una situazione che rimanda a un sapere condiviso (che può non venire esplicitato), nel quale vanno collocate tutte le nostre affermazioni. L’argomento ha una funzione d’uso, sicché chi lo usa si propone uno scopo: chi avanza un’ipotesi, chi conferma una teoria, chi cerca di spingere ad agire, chi vuole persuadere su una credenza; deve tenere in considerazione le caratteristiche dell’uditorio (Perelman & Olbrechts-Tyteca 1958), sia esso un interlocutore singolo, la comunità degli esperti in una disciplina, una giuria durante un processo negli Stati Uniti, i potenziali elettori alle prossime elezioni.

[…] Che significato assume la violazione di tali regole? Non solo quella, tecnica, di errore di ragionamento (secondo l’interpretazione tradizionale o “standard” delle fallacie). Anche sulle fallacie occorre stipulare un’intesa, esattamente come sulle regole: esse sono tali perché non rispettano gli accordi stipulati tra gli interlocutori: se crediamo, possiamo chiamare “regole” tali accordi. È allora possibile ripensare le fallacie dal punto di vista dell’interazione argomentativa, in quanto violazione delle regole che ci si è dati o che sono presupposte. Regole per “discutere bene”, almeno in un un senso chiaro e codificato, non esistono, ma è possibile indicare alcune condizioni necessarie per una discussione razionale (cioè tali che, se non sono date, la rendono impossibile). Perché utilizzarle? Non perché sia “bene” discutere in modo razionale piuttosto che emotivo (siamo liberi di crederlo), bensì perché, se usiamo queste regole dando e ottenendo ragione, i nostri argomenti ne escono forse rafforzati.”

Perciò, se tali regole vengono eluse e/o corrotte, ciò che ne otterremo non sarà una comunicazione intesa come scambio, bensì solo confusione e rumore. In un simile scenario i due agenti finiscono per restare inesorabilmente isolati l’uno rispetto all’altro.
Semplificando, se consideriamo Me Stesso ed il Piccione come due agenti, la scacchiera come mezzo trasmissivo e il gioco degli scacchi come l’insieme delle regole di comunicazione, vedremo che il Piccione, non rispettando queste ultime impedirà qualunque scambio, restando perciò rinchiuso nella sua ‘bolla cognitiva’ individuale.
A lui forse sembrerà di comunicare e di argomentare effettivamente una posizione sensata. In realtà si è limitato a ‘far saltare il ponte’ per non dovervi affrontare, restando però lui stesso bloccato dall’altra parte del fiume.

Trovandosi così isolato, egli potrà paradossalmente sentirsi legittimato a credere che siate Voi a non capire o anche illudersi di avere per le mani un’argomentazione effettivamente inattaccabile. In effetti, vincendo in un gioco senza rispettare le regole, si può anche credere di aver dimostrato di essere più forti, quando le cose non stanno effettivamente così.

Note:

[1] http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=146be

[2] http://www.glistatigenerali.com/filosofia/il-galateo-della-discussione-gli-stati-generali-dellargomentazione/

L’apprendimento sociale migliora le abilità cognitive negli oranghi

Secondo l’ipotesi dell’intelligenza culturale, quando all’interno di una specie vi sono molte occasioni di apprendimento tramite le interazioni sociali, l’accumulo di queste esperienze facilita lo sviluppo di capacità di apprendimento individuale e di problem solving nei singoli appartenenti a quella specie. A sua volta, questo amplia il pool di competenze all’interno di una popolazione, fornendo così agli individui maggiori possibilità di apprendimento, e così via in un circolo vizioso.

Questa ipotesi è supportata da osservazioni condotte sia sugli umani, sia su altri primati, ma resta da indagare a fondo la sua dimensione evolutiva; in altre parole, bisogna verificare che la presenza di relazioni sociali intense all’interno delle popolazioni di una specie sia correlata con l’esistenza di meccanismi che selezionano come più adatti gli individui che si distinguono per le loro abilità cognitive (siano esse più variegate, più complesse o più precoci). Questo, sul lungo periodo, porterebbe in generale ad aumentare le prestazioni cognitive innate negli individui di una specie, insieme alle dimensioni del loro cervello e alla loro tendenza all’esplorazione di situazioni innovative.

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Piccola introduzione all’argomentare filosofico

Dario Berti

Logic Spock

Una parte importante del lavoro di un filosofo consiste nell’esame critico delle opinioni comuni allo scopo di stabilire se abbiano una qualche giustificazione valida. Ma cosa significa questo? In questo articolo scenderemo nella sala macchine della filosofia per vedere quali sono gli ingranaggi e i meccanismi interni che la fanno funzionare.

Il cacciatore di errori

Considerate i seguenti mini-dialoghi:

A – Io credo in Dio.

B – Per quale motivo?

A – Perché la Bibbia dice che esiste.

B – E come fai a sapere che la Bibbia dice la verità?

A – Perché è stata scritta sotto ispirazione divina.

A – Esco un attimo a fumare una sigaretta.

B – Non dovresti fumare! Lo sai che provoca il cancro.

A – Senti chi parla! Anche tu hai fumato per anni.

A – La medicina cinese è efficace.

B – E come lo sai?

A – Altrimenti non sarebbe stata…

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Il flebile ruggito del “Leone Codardo”

Ultimamente mi sono trovato ad assistere a diversi scambi di opinioni in cui veniva proposto un argomento di questo tipo:

“quando parlo negativamente degli appartenenti alla categoria X (riempite a piacere) non intendo in realtà tutti gli X (come sembrerebbe), bensì gli Y (sottogruppo negativamente connotato di X).”

Un esempio classico di tale schema può essere il seguente:

“Certo che è proprio impossibile lavorare con i meridionali!”

“Non starai esagerando? Perché generalizzare così?”

“Non fraintendermi, io mi riferivo solo ai fannulloni.”

Certamente la forma generale di questo discorso vi suonerà assai familiare. Di primo acchito, peraltro, ricorda da vicino un’argomentazione fallace che abbiamo già incrociato tempo addietro, ovvero l’Uomo di Latta [1]:

<<Uno dei più recenti progressi nella moderna costruzione di nuovi modi per avere torto facendo finta di essere nel giusto è l’uomo di latta […]

L’uomo di paglia è un’argomentazione terribile che nessuno ha mai avuto intenzione di sostenere, che viene inventata soltanto perché l’altra parte abbia qualcosa di semplice da sconfiggere. L’uomo di latta è un’argomentazione terribile che è sostenuta solo da un numero non rappresentativo di persone, che viene tirata in ballo di modo che la controparte abbia qualcosa di semplice da sconfiggere.

[…] L’uomo di latta sposta il centro delle categorie, il che lo rende molto più pernicioso del comune spaventapasseri di Oz.

Facciamo due secondi di psicologia spicciola senza alcun riferimento bibliografico: la gente pensa per categorie, e le categorie a cui pensa hanno membri centrali e non centrali. Se io ti dico “ Pensa ad un colore”, è più facile che la prima cosa che ti venga in mente sia il rosso che il malva o il terra di Siena; se ti dico “fammi un esempio di un uccello” è più facile che tu mi dica rondine che struzzo, e se ti chiedo farmi un esempio di animale, dirai cane e gatto ben prima di Drosophila melanogaster, al punto che ci sono studi che mostrano che per la maggior parte della gente non considera gli insetti tra gli animali.Se vivessimo in un mondo popolato interamente da struzzi, emù, cassowary, kakapi e kiwi, improvvisamente lo struzzo sembrerebbe un membro centrale della categoria “uccelli”, e la rondine una strana creatura esotica.

Se non sto dicendo cazzate, dovrebbe essere un concetto fortemente collegato al più famoso “availability bias” [2].>>

Sì tratta evidentemente di una fallacia estremamente utilizzata in qualunque discussione (universitaria o da bar), ma in questo post se ne vuol evidenziare una insidiosa variante.
Per non interrompere la serie di analogie narrative legate a “Il Mago di Oz”, dopo il più celebre Uomo di Paglia e il succitato Uomo di Latta, il nuovo personaggio che intendo introdurre seguendo il nostro sentiero di mattoni gialli sarà, inevitabilmente, il Leone Codardo.

Prima però di entrare nel vivo del discorso, servirà dotarsi di un paio di uggiose definizioni tecniche (prometto di non essrr troppo noioso).
I due concetti che voglio introdurre sono quelli di intensione ed estensione[3]:

<< Intensione: in logica matematica, nella teoria del significato, indica quanto espresso, o connotato (da cui anche l’uso del sinonimo connotazione), da un segno (nome, predicato, enunciato), in contrapposizione a quanto viene da esso denotato (estensione). Nel caso di un nome, l’intensione è data dal concetto individuale oggettivamente inteso.

Estensione: l’estensione indica, nell’ambito della teoria del significato, quanto viene denotato da un segno, in contrapposizione a quanto viene da esso espresso (intensione). L’estensione o denotazione di un termine è cioè l’oggetto che ha come nome il termine stesso. Per esempio, l’estensione del nome proprio “Cesare” è l’individuo Cesare in carne e ossa, mentre “il vincitore di Vercingetorige” è un’intensione o connotazione di esso.>>

Provando a semplificare ancora un po’, in modo da agevolare ulteriormente la comprensione di quanto detto, potremmo affermare che l’intensione corrisponde alla definizione mentre l’estensione al numero di oggetti esistenti che corrispondono ad essa. Facendo un esempio: l’intensione del termine “cane” comprenderà tutta una serie di caratteristiche quali, esempio, “quadrupede mammifero che abbaia”.

La teoria degli insiemi prevede peraltro che gli stessi intrattengano tra sé diversi tipi di relazione: una di esse è quella di inclusione.

Tornando al nostro esempio: se volessimo specificare il concetto di “cane randagio” dovremmo modificare la definizione data sopra nella maniera seguente: “quadrupede mammifero che abbaia e che non è addomesticato”.

Con questa caratteristica aggiuntiva, all’interno dell’insieme “cane”, se ne determinerà di conseguenza uno ulteriore denominato come “cane randagio”. Avranno differenti intensioni pur condividendo gli stessi oggetti (tutti gli oggetti di uno faranno parte di quelli dell’altro).

Se chiamiamo “A” l’insieme comprendente tutti i cani esistenti e “B” quello che riguarda il sottoinsieme di tutti i cani randagi, la relazione di inclusione potrà essere rappresentata come si vede in figura.

Dati perciò per assodati tali concetti, vediamo adesso di applicarli alla struttura del ragionamento che si è definito Leone Codardo.

Schematizzando l’esempio con cui abbiamo avviato il post:

– Gli appartenenti all’insieme A (meridionali) possiedono i predicati [P, Q ed R];
– Gli appartenenti al sottoinsieme B di A possiedono [P,Q,R] ed in più S, il predicato che li connota negativamente (fannulloni);
– X critica tutti coloro che possiedono i predicati [P, Q, R] ma all’accusa di generalizzare risponde (mentendo) che in realtà su riferisce agli appartenenti a B, che però son definiti da [P, Q, R, S].

Ovviamente la spiegazione di X non è accettabile e la sua argomentazione è quantomeno capziosa.

Nell’Uomo di Latta, l’errore consisterà perciò proprio nel violare l’estensione dei concetti utilizzati. Definendo tutti gli immigrati come criminali, ad esempio, si attribuirà una o più caratteristiche di un sottoinsieme (intensione = immigrato + delinquente) a tutta la classe (intensione = immigrato). Il risultato sarà che l’estensione di A e B finirà per coincidere senza un vero motivo e di conseguenza immigrati tout court e delinquenti diverranno istantaneamente la stessa cosa.

Dall’estratto letto sopra si evince che l’utilizzatore medio di quest’argomentazione effettua direttamente un’errata generalizzazione, estendendo impropriamente certe caratteristiche di una minoranza direttamente alla totalità di tutto l’insieme.

Una variazione sul tema dell’Uomo di Latta sarà per l’appunto ilLeone Codardo che prevederà, oltre ad una incauta generalizzazione, anche una dissimulazione delle proprie intenzioni nel momento in cui l’autore specifica, come sopra, che la sua critica non riguarda tutti i meridionali bensì solo quelli che non lavorano. In questo modo sembrerebbe essersi tratto d’impaccio dalla potenziale accusa di generalizzatore. Il problema è che spessissimo, in realtà, si tratta per l’appunto solo di apparenza.
Prendiamo ad esempio un’invettiva di un qualche tanghero che odia i cani:

“Ah, io detesto davvero i cani randagi: quando abbaiano sono così fastidiosi!”

In questo caso, pur facendo riferimento in maniera formale ad una sottoclasse, egli finisce in realtà per criticare una caratteristica comune a tutti i cani in generale (manca la clausola ulteriore che qualificherebbe un cane come “randagio”).
Perciò, il nostro interlocutore (un po’ ruffianello ), pur dichiarando di star facendo una critica limitata, nella portata, ad una frazione dell’insieme, in pratica egli estende il suo attacco a tutta la categoria da lui evidentemente avversata.
In termini logici potremo dire che il Leone Codardo, pur sostenendo di rivolgersi al sottoinsieme B, utilizza in realtà l’intensione di A.

La differenza logica tra le due fallacie è la seguente: mentre l’Uomo di Latta basa il suo inganno a livello dell’estensione (attribuisce le caratteristiche del sottoinsieme B agli elementi di A), il Leone Codardo gioca invece sull’intensione (confonde surrettiziamente le definizioni di A e B).

Chiaramente, alle nostre rimostranze,sosterrà di esser stato frainteso ma si deve star attenti a non farsi prendere per il naso: questo modo di esporre un’idea non è niente di più che un sotterfugio per poter applicare inopinatamente il proprio fine e cioè attaccare tutta un categoria attraverso una minoranza.

In effetti può essere un buon modo per prendersela con specifici gruppi etnici o sociali, mascherando la propria invettiva per un’affermazione di banale buon senso ed ha comunque il vantaggio di non essere spudoratamente evidente come l’Uomo di Latta.

Un altro esempio classico di Leone Codardo è rappresentato ad esempio dall’anti intellettualismo: partendo col voler criticare i “professoroni” o “gli spocchiosi intellettualoidi”, qualcuno può approfittarne per screditare in generale l’opinione di chiunque abbia una migliore specializzazione rispetto alla nostra in un certo campo.

Ma questa tecnica ha delle applicazioni anche più insidiose in ottica di influenza sull’opinione pubblica: nelle varie campagne mediatiche rivolte a “orientare” lettori e spettatori spesso si ricorre ad esposizioni che, fornendo risicate delimitazioni (spesso poste in maniera del tutto marginale nel complesso del discorso), mirano in realtà a lanciare accuse in maniera indiretta ad un gruppo o ad un singolo individuo pur non avendo in mano prove reali. Un esempio paradigmatico è costituito dalla “sindrome del penultimo paragrafo”[4].

Chiarisco un dettaglio: quanto detto non significa che in ogni discussione si sia sempre obbligati a delimitare in maniera notarile le categorie di individui o oggetti cui son rivolte le nostre considerazioni. In questo caso ogni discussione diverrebbe immediatamente una pedissequa elencazione di elementi.
Sarà altresì sufficiente ricordare che i giudizi di valore su di una categoria devono sempre essere utilizzati con prudenza e se proprio vi si deve far ricorso, che siano quantomeno ben argomentati e circostanziati. In caso contrario si rischia facilmente di incorrere in un’impropria generalizzazione o di esser tacciati (a ragione) d’esser coversatori disonesti.

Note:

[1] http://prosopopea.com/2014/12/22/la-strada-per-linferno-e-lastricata-di-mattoni-gialli/#more-935

[2] https://en.m.wikipedia.org/wiki/Availability_heuristic

[3] http://www.sapere.it/enciclopedia/estensi%C3%B3ne.html

[4] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/2nLVgjY6z12