Fallacia della Par Condicio

‘Uno a me, uno a te. Uno a me, uno a te…’

In tutte le discussioni che vertano su una qualche forma di contrapposizione, specialmente quando si tratta di smontare una qualche sciocchezza, una delle critiche che può capitare di ricevere può essere riassunta con la celebre locuzione latina par condicio.

Facciamo un esempio: due persone, A e B, che discorrono della differenza tra medicina ufficiale e medicina alternativa (non importa quale), sostenendo ciascuno una delle due posizioni. Per essere ancora più specifici immaginando che A affermi la necessità della chemioterapia nella cura del cancro, mentre B sostenga che sia più utile servirsi della vitamina C.
Durante la conversazione, A dimostrerà facilmente l’inconsistenza della posizione di B portando dati specifici e con un argomentazione logicamente corretta: a quel punto B potrebbe cambiare linea e sostenere che pure il bicarbonato è una valida alternativa alla chemioterapia, ma anche in questo caso si ritroverebbe chiaramente a soccombere.
A questo punto, come spesso accade in simili frangenti, il furbacchione potrebbe sferrare un colpo basso per uscire dall’angolo:

B: “Tu che critichi tanto i metodi alternativi, come mai non parli mai dei fallimenti della medicina ufficiale o delle malefatte delle aziende farmaceutiche?”

Diciamo che già il tono qualunquista di una simile accusa (prossima al ‘benaltrismo’) dovrebbe far drizzare le antenne: il nostro caro B, in questo caso, sta praticamente affermando che per ‘guadagnarci il diritto’ a criticare una certa posizione X, indipendentemente dalla qualità delle nostre argomentazioni, dovremmo aver precedentemente badato ad esercitare un eguale numero di critiche verso la ‘nostra fazione’ (da lui ipotizzata). In poche parole: se io sostengo Y (posizione avversa ad X), per poter legittimamente contestare chicchessia, dovrò aver prima avversato in egual misura Y. Nel caso in cui non si sia compiuto tale ‘bilanciamento’, si verrà automaticamente ritenuti inaffidabili e questo a prescindere dalla bontà o meno delle argomentazioni portate.

Si tratta ovviamente di un metodo scorretto e senza senso per le seguenti ragioni:

1) impone un mero criterio quantitativo ove invece ne occorrerebbe uno strettamente qualitativo. Le argomentazioni diventano così opinioni e come tali indistinguibili l’una dall’altra se non numericamente;

2) inserisce un criterio morale secondo il quale l’attendibilità di un soggetto (e delle relative argomentazioni) dipende dalla sua presunta intenzione: la bontà di una fonte la si dovrebbe valutare, perciò, in base alla sua posizione all’interno della disputa.

Riguardo al punto (2) possiamo asserire che, per molti, tale atteggiamento nasconde una vera e propria fissazione: quella dell’equilibrio assoluto, l’illusione dell’esistenza di un punto di vista neutro e senza inclinazioni. E se in realtà è giusto porre l’attenzione sulle distorsioni inevitabili date dalle opinioni preconcette, andrebbe altresì riconosciuto che il miglior modo per neutralizzarle è proprio il metodo (inteso come razionalità immessa nella discussione e nell’indagine) e non una pedissequa conta delle affermazioni pro e contro qualcuno.

Questo tipo di critica sarebbe invece corretto se A, per sostenere l’efficienza della chemioterapia, omettesse ad esempio di indicarne gli effetti collaterali o le differenti percentuali di successo a seconda del tumore trattato. In quel caso egli commetterebbe un bias di selezione relativamente al tema riassumibile con la proposizione “la chemioterapia è la terapia più efficace per le diverse tipologie di tumore?”.
Se invece si contesta di non aver espresso argomenti contrari alla chemioterapia in generale, che poco c’entrano però con l’oggetto della discussione, allora si sta ricadendo in una posizione avulsa dal contesto.

L’errore alla base di questa fallacia, è quello di porre l’attenzione più sull’intenzione dell’interlocutore che sul contenuto delle sue parole. Tutto ciò nasconde un pregiudizio dietrologico secondo il quale ciò che conta in un ragionamento non è la ricerca della verità bensì della fiducia e della sincerità (=garanzia).
In fondo, questo slittamento è proprio della modalità di pensiero del complottista, sempre affannato a ricercare di capire il ‘colore’ e l’orientamento di una posizione, quasi che si potesse dare valore ad un discorso tramite un operatore 0/1, aperto – chiuso, buono – cattivo ecc. E ovviamente le cose sono un po’ più complicate di così: anche per non dover finire come accennato all’inizio:

‘Uno a me, uno a te. Uno a me, uno a te…’

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