La fallacia dell’inversione dell’onere della prova

Vi è mai capitato, alla vostra richiesta di prove che supportino una certa asserzione, per esempio «tutto è un sogno», di sentirvi rispondere «prova a dimostrare che non lo è»? Oppure di sentirvi chiedere di provare che il pianeta Nibiru non esiste quando si cerca solo di criticare le prove della sua esistenza? Sì? Allora vi siete trovati di fronte alla fallacia dell’inversione dell’onere della prova, ossiaquella strategia scorretta in cui l’interlocutore, al vostro dubbio verso la sua asserzione, chiede a voi di provare il contrario.

[…] Sebbene varii da contesto a contesto nella discussione critica, ossia nelle discussioni in cui la prova delle reciproche tesi avviene attraverso l’argomentazione razionale, l’onere della prova impone che chi asserisce si assuma l’impegno di provare, qualora richiesto, la propria asserzione. Se, infatti, una proposizione fosse considerata di dubbia verità, non avrebbe senso assumerla come premessa: neanche la conclusione che ne deriverebbe sarebbe condivisa; se la proposizione fosse invece asserita come conclusione, solo la prova della sua verità, alta probabilità, o plausibilità, potrebbe dirimere il dubbio o il disaccordo. In ciascuno di questi casi continuare a discutere senza aver ottenuto prove e aver raggiunto un accordo, sarebbe poco ragionevole.

Non sempre, tuttavia, esprimere il proprio dubbio nei confronti della verità di un’asserzione conduce l’interlocutore a provare la proposizione asserita. È, come abbiamo detto, il caso della fallacia dell’inversione dell’onere della prova, ossia il caso in cui l’interlocutore quando gli manifestiamo il nostro dubbio verso la sua asserzione, chiede a noi di provare il contrario.

A rendere ingiustificata, e quindi fallace, l’inversione dell’onere della prova, è che in un disaccordo unilaterale l’inversione graverebbe di un onere immotivato la parte che non asserisce nulla, rendendo inoltre difficile il reperimento o l’elaborazione delle prove: «dimostrate voi che lo Yeti non esiste!».

In questi casi, e qualora fossimo gli “scettici”, per evitare quest’inversione è importante non accettare di sostenere una tesi che non è in effetti la nostra. Se, infatti, si è dubbiosi dell’esistenza degli spiriti, impegnarci nella prova della loro non esistenza ci vincolerebbe al sostegno di una tesi anti-spiritistica, quando in realtà siamo semplicemente scettici.

Per rispondere a questa fallacia e riversare l’onere su chi pretende di invertirlo dobbiamo pertanto mostrare che la nostra posizione è stata travisata o confusa. In questo modo potremmo reimpostare correttamente la discussione critica. Rispondere che non si sostiene che gli spiriti non esistano, ma che si è curiosi di capire e valutare quali prove o ragionamenti ci sono a favore della loro esistenza, permetterà di incalzare l’interlocutore a dimostrare la sua posizione.

Per l’articolo completo :

https://www.cicap.org/new/articolo.php?id=274492

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