Macchine parlanti: Intelligenze artificiali o piuttosto umani senza cervello?

 Nell’ultimo post ci siamo lasciati enumerando alcune delle nefaste conseguenze che deriverebbero da un uso di quello che ho chiamatolinguaggio magico [1].
Del famigerato effetto piccione abbiamo già discusso in precedenza [2] mentre ci resta ancora da sviscerare il secondo punto, ovvero ciò che potremmo definire come un uso passivo del linguaggio.Partiamo con un esempio ben poco filosofico: in un vecchio episodio televisivo dei Transformers [3], possiamo assistere ad un clamoroso caso di equivoco extraterrestre che può esser per noi di un qualche interesse. I colossali robottoni, forse rintronati dalla traversata galattica necessaria a giungere sulla Terra, decidono di assumere la forma di automezzi per potersi camuffare imitando quelli checredono essere i veri abitanti del pianeta, ovvero le macchine!
Per una forma di evidente pregiudizio cognitivo (son macchine pure loro), essi ritengono che le forme senzienti sul pianeta siano le entità inorganiche e non quelle organiche (umane).
Si può affermare che il loro errore deriva dal non aver compreso chi, tra i due tipi di entità, sia davvero in possesso della consapevolezza.

In effetti, un semplice modo per distinguere tra utilizzatore (agente) e utilizzato (strumento) è proprio quello di individuare quale dei due elementi sia in possesso di quella dote che è definibile, in maniera generale, come atteggiamento intenzionale (o intenzionalità). Eccone una breve definizione [4]:

È la proprietà di determinati comportamenti consistente nell’essere orientati verso una certa meta e nel persistere sinché tale meta non viene raggiunta (o non viene prodotta una modificazione nella situazione tale da rendere superfluo il raggiungimento della meta), in dipendenza da altri mutamenti della stimolazione ambientale, compreso il complesso di stimoli che ha posto in atto il comportamento intenzionale.

L’intenzionalità, cioè il volgersi in maniera attiva verso gli oggetti, viene spesso considerata un elemento essenziale dei processi psichici e come un indicatore determinante per attribuire o meno consapevolezza ad un certo agente.

Per amor di sintesi, nel vastissimo campo delimitato da questa definizione, ci concentreremo unicamente su di un solo aspetto in particolare. Vediamo adesso quale.
Se immagino un uomo che si serve di un cacciavite, ovviamente dirò che è l’uomo ad usare il cacciavite (e non viceversa) e potrò farlo proprio in funzione del fatto che posso attribuire all’uomo un atteggiamento intenzionale. Il verbo ‘usare’, per com’è qui inteso, presuppone in effetti una relazione asimmetrica tra un agente attivo (intenzionale) ed uno passivo (non intenzionale)
Probabilmente le cose si complicherebbero se al posto dell’uomo ci fosse un braccio robotico ad avvitare e svitare: in questo caso però basterebbe risalire la catena intenzionale, finendo col definire l’uomo che ha programmato il braccio quale vero utilizzatore. Gli esempi potrebbero ovviamente moltiplicarsi.

Chiaramente non è questa la sede per approfondire la relazione che sussiste tra tale atteggiamento e la funzione che normalmente chiamiamo coscienza o in che misura si possa distinguere tra quest’ultima e l’intelligenza. Torniamo perciò al vero argomento del post, ovvero il linguaggio ed al suo uso improprio.

Nel post precedente abbiamo sostenuto come l’utilizzatore del linguaggio magico si serva delle parole in maniera superficiale e meccanica, quasi che su ognuna di esse vi fosse appiccicata un’etichetta prescrittiva con le indicazioni per l’uso. Non conoscendone il reale significato e le corrette condizioni di utilizzo, so può dire che oggettivamente egli finisce per ricorrere alle parole in maniera inconsapevole.
In realtà il discorso potrebbe essere facilmente esteso dai singoli termini al linguaggio in sé: considerando quest’ultimo come uno strumento, ricorrervi senza metodo e cognizione vorrà dire proferire parola al pari di una macchina, per di più neppure molto intelligente.

La relazione utilizzatore – strumento prevede, com’è evidente, solo due membri ed a decidere i ruoli, come detto sopra, sarà il criterio di attribuzione intenzionale (o comunque della consapevolezza).
In una coppia di fattori che preveda un parlante ed un certo linguaggio, appare evidente che un utilizzo automatizzato del secondo da parte del primo non potrà che renderci più complicato il dire chi stia utilizzando cosa.

Mi rendo conto che le conclusioni di un simile ragionamento possono apparire quantomeno bizzarre, ma lo si prenda così com’è, ovvero un piccolo e provocatorio esperimento mentale.
Chiesta ed ottenuta (si spera) la benevola indulgenza del lettore, proviamo ad avanzare ulteriormente nel nostro eccentrico discorso.

Capita ormai ad ogni passo, nel continuo blaterare proveniente da Social e TV, di udire più e più volte ripetuti gli stessi termini ed espressioni, quasi che una misteriosa ingiunzione divina avesse proibito all’uomo il ricorso al dizionario dei sinonimi.
Si esalta così, con simili virtuosismi, un impiego della lingua simile a quello che potremmo applicare nei confronti di alimenti precotti e surgelati: si prende un prodotto a scatola chiusa, si scongela e poi si butta direttamente in pentola.
Pensiamo ad espressioni inflazionate quali “silenzio assordante”, “picchiare i pugni sul tavolo”, “senza se e senza ma” o a termini tecnici utilizzati a sproposito (fisica quantistica o cellule staminali, ad esempio): la lista potrebbe proseguire tanto da far impallidire il numero di stelle nel firmamento. Si possono pure individuare delle categorie tematiche, come ad esempio quella alimentare con glievergreen “naturale”, “additivi chimici”, “Km zero” ecc.
Sarebbe impossibile stilare un’adeguata elencazione di un fenomeno di simile portata. Mi limiterò perciò a poche, sintetiche considerazioni.

Quando un individuo ricorre a termini ed espressioni in maniera inconsapevole finisce per passare, all’interno di una relazione uomo – linguaggio, dal ruolo di agente a quello di strumento. Utilizzando il nostro esempio di poco sopra: per quanto bislacco possa sembrare, non sarà più l’uomo ad utilizzare il cacciavite, ma viceversa.
Parrà un’immagine delirante, ma è ciò che effettivamente accade a chi parla tenendo il cervello scollegato: non sarà più lui a servirsi del proprio linguaggio bensì sarà quest’ultimo a parlare attraverso di lui, invertendo così l’usuale relazione che lega l’uomo alla parola.

Le ragioni per le quali tendiamo a cedere ad altri il controllo delle nostre parole le abbiamo in parte già analizzate nei post precedenti. Possiamo aggiungere a quanto detto un ulteriore dettaglio: un utilizzo magico del linguaggio fa sempre il paio con una scarsa conoscenza dei termini utilizzati.
Ciò vale sia in un ambito più ristretto e specifico (utilizzare dei concetti senza conoscerli davvero) che in uno più ampio, direi quasi metalinguistico.
In termini più semplici: l’impressione generale che deriva da un simile atteggiamento è quello di una tendenziale sottovalutazione del vero potere delle parole.
Quanto può cambiare il senso di un discorso la semplice sostituzione del lemma “problema” col più professionale “criticità” o il rimpiazzare il poco rassicurante “tagli” col più confortante “razionalizzazione”?
Senza voler concedere niente alle solite velleità complottiste, possiamo provare a risalire (proprio come nel caso del braccio robot), fino a trovare la fonte, l’agente originale che ci dice cosa è bene dire e come dirlo.
Non c’è bisogno di ipotizzare alcun piano malefico per il controllo del mondo: sarà sufficiente la volontà di venire incontro alle esigenze del proprio pubblico (qui inteso alla stregua di target commerciale) proponendo una giusta ‘offerta linguistica’ ed il gioco è fatto. Anche quest’ambito perciò sembrerebbe essere regolato, a volte, da criteri di domanda ed offerta che parrebbero aver ben a che fare con la conoscenza.

Ragioni di marketing, consenso politico, visibilità pubblica ecc. Non servono particolari motivazioni, per produrre delle nuove mode linguistiche, che vadano troppo oltre l’immediato interesse personale.
Proprio come nel caso di Topolino Apprendista Stregone però, gli effetti di un simile lavorio saranno ben più vasti e catastrofici di quanto egli stesso possa prevedere.

In conclusione potremmo perciò immaginare una fantasiosa prosecuzione della nostra serie di cosmologici esperimenti: se un linguista extraterrestre dovesse atterrare sul nostro pianeta ed ascoltare qualche conversazione in TV o dare una rapida scorsa ai post di qualche social, cosa ne potrebbe pensare?
Probabilmente, vedendo pletore di bocche intente a ripetere a pappagallo termini ed espressioni mainstream, con lo stesso fare distratto con cui si prende un caffè alla macchinetta, egli ne potrebbe dedurre che gli esseri realmente senzienti al mondo sono le parole stesse e non gli umani.
Parlare (o scrivere) senza metodo e cognizione, ormai vero e proprio sport nazionale, ci rende pericolosamente simili a delle macchinette malfunzionanti e, soprattutto, ci rende soggetti facilmente influenzabili da chi invece il linguaggio lo conosce bene e sa utilizzarlo pro domo sua.

Note:

[1]https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/BYSWKSWo656

[2]https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/ALa8NYe1ymH

[3] http://docmanhattan.blogspot.it/2012/11/transformers-episodio-1-la-prima.html?m=1

[4] http://www.sapere.it/enciclopedia/intenzionalit%C3%A0.html

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