Si può giocare a scacchi con un Piccione?

“Discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.” [1]

Questa gustosa massima riassume con estro la spiacevole situazione che viene a crearsi quando viene ignorata tutta una serie di principi basilari cui si dovrebbe invece prestare attenzione quando ci si approccia alla nobile arte del dialogo.
Al netto dell’ironia, la vignetta ci riporta sostanzialmente un punto fondamentale:se, come è ovvio, la metafora del gioco degli scacchi rappresenta un tentativo di dialogo tra due individui, apparirà altrettanto evidente quanto invece il piccione risulti del tutto refrattario alla comunicazione.

Tolte disfunzioni varie e la malafede (non così rara purtroppo), tale impermeabilità potrà essere imputata fondamentalmente a due ordini di ragioni: (a) ad un problema linguistico o (b) ad un problema di rispetto delle regole della comunicazione stessa.
Il caso (a) risulta abbastanza evidente e può far riferimento a questioni legate ad una non corretta alfabetizzazione o a barriere linguistiche di vario tipo. In questo caso il problema non è strutturale e può essere superato implementando lo strumento linguistico o anche solo chiarendo il significato dei termini utilizzati, ad esempio.
Il punto (b) è invece meno evidente ed assai più insidioso. Se il linguaggio riveste il ruolo di mezzo fondamentale per la comunicazione, è anche vero che il contenuto non può essere trasmesso casualmente, come se veicolare un’informazione fosse un processo equiparabile a spostare un vecchio scatolone da una stanza all’altra.

Quando parlo di regole della comunicazione, o di logica argomentativa, non intendo cose troppo complesse, quanto piuttosto tutta una serie di principi che in una discussione dovrebbero costituire la base per il suo corretto svolgimento: ad esempio verificare la definizione di ciò di cui si sta discutendo, fornire prove a sostegno dei propri argomenti, non contraddirsi nei propri discorsi ecc.
In realtà, ahinoi, l’attuale maggioranza dei ‘parlanti’ crede erroneamente di rispettare già tali regole oppure pensa che non siano davvero così importanti (che è pure peggio).

Va detto anche che tale atteggiamento può dipendere da una sorta di ‘sigillatura mentale’ prodotta dalla seguente illusione: quando adottiamo una certa credenza e lo facciamo senza sottoporla ad un vaglio metodico, il più possibile oggettivo ed impersonale, essa acquisisce di conseguenza una totale inattaccabilità.
In parole povere: siamo cartesianamente del tutto certi di ciò che esperiamo nel nostro cervello (sensazioni, ricordi, percezioni ecc), e spesso abbiamo l’errata propensione ad estendere tale beneficio anche a idee e credenze che invece son tutt’altro che solide.
L’adozione di una metodologia razionale, oltre ad un sano scetticismo, servirebbe proprio prevenire il transito immotivato di una credenza dal livello di un’opinione a quello di una certezza. Al Piccione manca proprio questo filtro a monte.

In effetti, una delle conseguenze derivanti dall’assenza di metodo in una qualunque tipologia di comunicazione, sarà proprio l’incapacità di argomentare in maniera razionale, rispettando le ‘regole di ingaggio’ di una discussione.
Il corretto utilizzo di tali regole è peraltro essenziale per un corretto funzionamento del linguaggio quale vettore di informazioni.
Perché due individui (o due agenti in generale) possano riuscire a comunicare, sarà necessario in effetti un sistema di convenzioni condivise. Ruolo che nel nostro caso sarà svolto per l’appunto dalla logica argomentativa cui spesso abbiamo fatto cenno nei post precedenti.

Vediamo in sintesi di cosa si tratta [2]:

“Qual è il senso delle “regole argomentative”? Le prospettive da assumere, per rispondere a questa domanda, potrebbero essere molteplici, ogni argomento, infatti, si inserisce in una situazione che rimanda a un sapere condiviso (che può non venire esplicitato), nel quale vanno collocate tutte le nostre affermazioni. L’argomento ha una funzione d’uso, sicché chi lo usa si propone uno scopo: chi avanza un’ipotesi, chi conferma una teoria, chi cerca di spingere ad agire, chi vuole persuadere su una credenza; deve tenere in considerazione le caratteristiche dell’uditorio (Perelman & Olbrechts-Tyteca 1958), sia esso un interlocutore singolo, la comunità degli esperti in una disciplina, una giuria durante un processo negli Stati Uniti, i potenziali elettori alle prossime elezioni.

[…] Che significato assume la violazione di tali regole? Non solo quella, tecnica, di errore di ragionamento (secondo l’interpretazione tradizionale o “standard” delle fallacie). Anche sulle fallacie occorre stipulare un’intesa, esattamente come sulle regole: esse sono tali perché non rispettano gli accordi stipulati tra gli interlocutori: se crediamo, possiamo chiamare “regole” tali accordi. È allora possibile ripensare le fallacie dal punto di vista dell’interazione argomentativa, in quanto violazione delle regole che ci si è dati o che sono presupposte. Regole per “discutere bene”, almeno in un un senso chiaro e codificato, non esistono, ma è possibile indicare alcune condizioni necessarie per una discussione razionale (cioè tali che, se non sono date, la rendono impossibile). Perché utilizzarle? Non perché sia “bene” discutere in modo razionale piuttosto che emotivo (siamo liberi di crederlo), bensì perché, se usiamo queste regole dando e ottenendo ragione, i nostri argomenti ne escono forse rafforzati.”

Perciò, se tali regole vengono eluse e/o corrotte, ciò che ne otterremo non sarà una comunicazione intesa come scambio, bensì solo confusione e rumore. In un simile scenario i due agenti finiscono per restare inesorabilmente isolati l’uno rispetto all’altro.
Semplificando, se consideriamo Me Stesso ed il Piccione come due agenti, la scacchiera come mezzo trasmissivo e il gioco degli scacchi come l’insieme delle regole di comunicazione, vedremo che il Piccione, non rispettando queste ultime impedirà qualunque scambio, restando perciò rinchiuso nella sua ‘bolla cognitiva’ individuale.
A lui forse sembrerà di comunicare e di argomentare effettivamente una posizione sensata. In realtà si è limitato a ‘far saltare il ponte’ per non dovervi affrontare, restando però lui stesso bloccato dall’altra parte del fiume.

Trovandosi così isolato, egli potrà paradossalmente sentirsi legittimato a credere che siate Voi a non capire o anche illudersi di avere per le mani un’argomentazione effettivamente inattaccabile. In effetti, vincendo in un gioco senza rispettare le regole, si può anche credere di aver dimostrato di essere più forti, quando le cose non stanno effettivamente così.

Note:

[1] http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=146be

[2] http://www.glistatigenerali.com/filosofia/il-galateo-della-discussione-gli-stati-generali-dellargomentazione/

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