Il mito della malvagità umana (1° parte)

Quante volte vi sarà capitato di sentir affermare che l’uomo è una creatura essenzialmente malvagia ? A differenza di ogni altro essere vivente compie azioni riprovevoli contro il prossimo, l’ambiente o anche sé stesso: una specie capace di simili turpitudini deve essere sicuramente posta fuori dalla Natura (buona di per sé) e considerato al pari di una pestilenza. C’è poco da fare, se esiste un carattere distintivo dell’umanità, più che la ragione, lo dobbiamo cercare proprio nella sua abiezione. Per chi sostiene questa idea insomma, l’uomo è e resterà per sempre cattivo .
Ora, quanto ritrovate di questa concezione nelle filosofie animaliste, vegane o variamente complottiste? E come dimenticare delle interminabili ore trascorse in Chiesa o a catechismo per sentirsi propinare il mito del ‘peccato originale’ e della colpa connaturata all’essere umano?
In questo solco ideologico si può comprendere l’esistenza (o meglio persistenza) di mitologie derivanti da colossali fraintendimenti che parrebbero, ad una superficiale analisi, corroborare la tesi sopra esposta.
Una di queste, molto in voga fino a qualche anno fa, era relativa al celebre esperimento di Milgram, più noto come l’esperimento della ‘scossa elettrica’.[1]
Una rielaborazione dei risultati di questo esperimento è stata effettuata da Matthew Hollander in uno studio citato da Repubblica qualche tempo fa [2]:

<<E’ stato uno degli esperimenti più controversi e scioccanti nella storia della psicologia sociale. Lo ha ideato e condotto lo scienziato statunitense Stanley Milgram nel 1963, all’indomani del processo contro il criminale nazista Adolf Eichmann. Scopo: capire se e quanto fosse credibile la giustificazione addotta dai torturatori dei lager, che sostenevano di essersi limitati a “eseguire ordini dei propri superiori”. Ovvero, in ultima analisi: comprendere fino a che punto l’autorità possa plagiare la scala dei valori degli esseri umani, trasformando persone comuni in aguzzini spietati e senza scrupoli. I risultati dell’esperimento sembrarono mostrare che, purtroppo, l’umanità è intrinsecamente crudele. O, più precisamente, disposta a comportarsi in modo crudele sotto stimoli opportuni. Ma oggi un esame approfondito dei dati raccolti da Milgram, condotto dal ricercatore Matthew Hollander della University of Wisconsin e pubblicato sul British Journal of Social Psychology, cambia – almeno parzialmente – le conclusioni originali [3]. E svela una strategia per mettere a tacere quello che Hollander stesso definisce il “lato oscuro” dell’umanità.

Facciamo un passo indietro. Per studiare il fenomeno della cosiddetta “obbedienza distruttiva”, Milgram reclutò 40 uomini di età compresa tra 20 e 50 anni, di diversa estrazione sociale, comunicando loro che avrebbero partecipato a un esperimento su memoria e apprendimento. I partecipanti alla prova erano chiamati a insegnare degli abbinamenti di parole a uno o più “allievi” e successivamente a interrogarli su quello che avevano appreso. Gli “insegnanti” avevano a disposizione una pulsantiera con venti interruttori, azionando i quali potevano infliggere all’allievo una scossa elettrica variabile tra 15 volt (“molto leggera”, che avevano sperimentato su se stessi prima dell’inizio dell’esperimento) e 450 volt (“molto pericolosa”). Erano affiancati da un esperto che li persuadeva, con varie formule precedentemente preparate da Milgram (“L’esperimento richiede che lei continui”, “Non ha altra scelta, deve proseguire”), ad andare avanti con le punizioni, nonostante lamenti e grida degli allievi. Questi ultimi, in realtà, erano complici di Milgram e non ricevevano alcuna scossa: si trattava di attori istruiti per simulare dolore fisico e suppliche di misericordia.

Due terzi degli “insegnanti”, comunque, somministrarono scosse elettriche fino a 450 volt, incuranti del fatto che gli allievi sembrassero nel frattempo svenuti per il dolore. Solo alla fine dell’esperimento i partecipanti vennero informati che si era trattata di una messinscena. “L’autorità ha avuto la meglio”, scriveva Milgram nel 1974, “contro gli imperativi morali dei soggetti partecipanti, che imponevano loro di non far del male al prossimo. La gente comune può diventare così parte attiva di un processo distruttivo terribile: sono pochissime le persone che hanno le risorse necessarie per resistere all’autorità.>>

Quindi cosa dobbiamo pensare di un simile esito ? Se persone normalissime, prese a caso tra la popolazione, possono trasformarsi in efferati torturatori per il solo fatto di ricevere un ordine, quali speranze possiamo nutrire per il genere umano? In realtà le cose sono un po’ più complesse di come appare e, alla base di quei risultati, pare esserci soprattutto una motivazione di ordine pratico ed adattativo. Questo tipo di ragionamento viene ben approfondito anche da R. Cialdini nel suo ‘le armi della persuasione’ [4]:

<<Dopo tutto, come fa capire lo stesso Milgram, conformarsi ai dettami delle figure di autorità ha sempre portato autentici vantaggi sul piano pratico. Quando eravamo piccoli queste persone (genitori, insegnanti) ne sapevano più di noi e ci siamo dovuti accorgere che accettare le loro idee tornava a nostro beneficio, in parte perché erano più saggi, in parte perché gestivano le nostre ricompense e punizioni. Da adulti, gli stessi vantaggi perdurano per le stesse ragioni, anche se le figure di autorità sono cambiate. Dato che la loro posizione testimonia di un più ampio accesso a poteri e informazioni, è abbastanza logico adeguarsi alle richieste delle autorità costituite. Anzi, lo è tanto che spesso lo facciamo anche quando è totalmente assurdo.

Questo paradosso naturalmente è lo stesso che accompagna tutte le principali armi di persuasione. In questo caso, una volta riconosciuta l’utilità dell’obbedienza, è facile che ci lasciamo andare comodamente a una reazione automatica all’autorità. Come sempre, la comodità e i pericoli di un atteggiamento del genere stanno entrambi nel suo carattere meccanico. Esonerati dalla necessità di pensare, ci troviamo a compiere le azioni più adeguate nella grande maggioranza dei casi, ma ci sono delle eccezioni tutt’altro che trascurabili.>>

Dalle parole di Milgram parrebbe emergere l’idea che questa propensione all’obbedienza sia talmente profonda da essere praticamente inevitabile . Le persone che continuavano a dar la scossa, proseguivano pur provando una grandissima sofferenza psico-fisica e la causa non sarebbe da ricercare in un presunto ‘sadismo’ congenito, quanto nell’irresistibile richiamo della specie all’obbedienza.
In realtà, fortunatamente, il pessimismo di Milgram non viene del tutto condiviso da Hollander [5]:

<<“Milgram non ha tenuto conto delle sfumature nelle risposte dei partecipanti”, sostiene, “dividendoli semplicemente in ‘obbedientì e ‘disobbedienti'”. Lo psicologo ha esaminato attentamente le registrazioni audio dell’esperimento, analizzando le risposte dei partecipanti allo studio e scoprendo sei modi diversi con cui i soggetti resistevano (o almeno cercavano di resistere) all’autorità di chi voleva convincerli a continuare con le punizioni. “In effetti”, continua Hollander, “la maggioranza di essi crollava, rispettando gli ordini. Ma un buon numero di persone ha resistito, usando le stesse modalità di resistenza verbale di chi, alla fine, ha ceduto”.

Tra le “modalità di resistenza” di cui parla lo scienziato ci sarebbero le cosiddette “strategie di stallo”, come parlare all’allievo o all’amministratore dell’esperimento, e soprattutto il metodo stop try, che consiste nel dichiarare esplicitamente di non avere intenzione di continuare con la prova. “Questo dimostra”, spiega Hollander, “che anche i partecipanti classificati come ‘obbedienti’ da Milgram lo hanno fatto solo dopo aver tentato diverse strategie di resistenza. Certo, hanno resistito meno dei soggetti ‘disobbedienti’, ma lo studio di queste differenze potrebbe essere cruciale per elaborare strategie più generali per la resistenza all’autorità e la prevenzione di comportamenti illegali o non etici”.

Se addestrati bene, insomma, potremmo diventare un po’ meno inclini ad accettare passivamente l’imposizione della crudeltà. Una questione molto più attuale di quel che si potrebbe pensare: “Non bisogna scomodare casi storici tristemente famosi come l’Olocausto, le torture nella prigione di Abu Grahib o i metodi di interrogatorio della Cia”, commenta Douglas Manyard, docente di sociologia alla University of Wisconsin, non coinvolto nello studio. “Basta pensare, per esempio, a pilota e copilota di un aeroplano in una situazione di emergenza o al preside di una scuola che impone a un insegnante di punire un allievo: un subalterno rispettoso dell’autorità ma disobbediente quando eticamente necessario potrebbe fare la differenza”.>>

Ora, se è pur vero che conclusioni di Milgram non devono certo farci dormire sonni tranquilli , appare innanzitutto evidente che le motivazioni alla base di quegli sconcertanti comportamenti sono esclusivamente di tipo evolutivo e comporamentale. Le persone che han proseguito a perpetrare la scossa erano individui normalissimi e non avevano alcuna motivazione specifica per esser crudeli. Semplicemente si son trovati a fronteggiare uno degli imprinting sociali più forti della nostra specie, ovviamente sviluppato a suo tempo per favorire la sopravvivenza della specie.
Perciò ne possiamo concludere, come prima cosa, che un simile stato di cose non pone in alcuna maniera l’uomo al di fuori di una fantomatica ‘Natura’ benigna, bensì la causa va ricercata piuttosto nel rapporto che esso ha avuto col proprio ambiente.

Preso atto di questa ‘inclinazione’ però, studi come quello di Hollander ci mostrano che non si tratta di una caratteristica che si debba accettare passivamente e questo proprio in funzione della sua origine adattativa .
Come già successo in vari campi, il ricorso a facoltà prettamente ‘umane’ quali l’intelligenza e la razionalità, han permesso di superare (o comunque limitare) con successo propensioni ataviche dello stesso tipo di quella in oggetto.
Non è certo inserendo l’uomo in una categoria antropologica poco coerente con la realtà, che lo vede inevitabilmente peccatore e malvagio, che si potrà certo aver ragione di simili problematiche.

Note:

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_di_Milgram

[2]http://www.repubblica.it/scienze/2015/01/26/news/l_essere_umano_meno_crudele_di_quanto_sembri_l_esperimento_milgram_riveduto_e_corretto-105585710/

[3] http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bjso.12099/abstract

[4]‘Le armi della persuasione’, di R. Cialdini, Giunti Editore (30 ottobre 2013), pp. 162 – 170.

[5]http://www.repubblica.it/scienze/2015/01/26/news/l_essere_umano_meno_crudele_di_quanto_sembri_l_esperimento_milgram_riveduto_e_corretto-105585710/

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