Il mito della malvagità umana (2° parte): la ‘riprova sociale’

Altro giro, altro falso mito relativo alla “natura perversa dell’animo umano”: R. Cialdini ci porta a rivedere un altro classico argomento dell’intellettualismo da bar, ovvero quello del passante che non si ferma ad aiutare un bisognoso di soccorso. Freddezza della società Occidentale? Insensibilità umana verso il prossimo? Vediamo meglio di cosa si tratta:

“[…] Specialmente in una situazione ambigua, la tendenza di ciascuno a stare a guardare per vedere che cosa fanno tutti gli altri può causare un fenomeno straordinario, la cosiddetta “ignoranza collettiva”. Capire questo fenomeno è utilissimo per spiegare certi episodi preoccupanti che si ripetono con terribile regolarità: interi gruppi di passanti e spettatori occasionali che non intervengono a soccorrere vittime di aggressioni o incidenti.

L’esempio classico di questa passività collettiva è un episodio che ha prodotto accese discussioni nei circoli giornalistici, politici e scientifici. Apparentemente, un caso di omicidio come tanti altri, nel quartiere di Queens a New York: una giovane donna, Catherine Genovese, era stata aggredita e uccisa nella strada di casa mentre tornava dal lavoro a tarda notte. L’omicidio non è mai cosa da prendere alla leggera, ma in una metropoli come New York la notizia occupava appena un breve trafiletto sul «New York Times». La storia sarebbe finita quel giorno del marzo 1964, se non fosse emerso un particolare scoperto durante le indagini, che aveva lasciato tutti sbigottiti: il delitto non era stato un evento fulmineo e silenzioso, ma lungo, tormentato, rumoroso e soprattutto pubblico. L’aggressore aveva inseguito e colpito Catherine Genovese per tre volte, nell’arco di una mezz’ora, prima di ridurla al silenzio. Trentotto vicini di casa avevano assistito a tutta la scena dalle finestre senza alzare un dito, nemmeno per chiamare la polizia.

[…] Appena riavutisi dallo sbigottimento, polizia, giornalisti e lettori hanno cominciato a chiedersi com’era possibile che trentotto cittadini onesti non avessero fatto nulla in circostanze come quelle.

[…] Ma dubbio e confusione non rendono bene sul piano giornalistico e così stampa e televisione si gettarono sull’unica spiegazione a portata di mano: i testimoni, persone non diverse da tutti noi, non si erano curati di intervenire. Ecco emergere allora il quadro di una popolazione fatta di individui egoisti e insensibili, induriti dalla vita moderna, specialmente nelle metropoli: la “Società fredda”, indifferente ai bisogni e alle richieste.

[…] Secondo Latané e Darley, ci sono almeno due ragioni per cui chi assiste a un caso d’emergenza difficilmente interviene se ci sono diverse altre persone. La prima è molto semplice: la responsabilità personale di ciascuno si diluisce e così, mentre ognuno pensa che sia già intervenuto o stia per intervenire qualcun altro, nessuno fa nulla.

La seconda ragione è psicologicamente più sottile, fondata sulprincipio della riprova sociale: qui entra in gioco l’effetto d’ignoranza collettiva. Molto spesso succede che un’emergenza non sia immediatamente riconoscibile: l’uomo sdraiato sul marciapiede ha avuto un attacco di cuore o è un ubriaco che dorme? I colpi che si sentono dalla strada sono spari o tubi di scappamento? La confusione che si sente nella casa accanto è un’aggressione o un litigio particolarmente rumoroso fra marito e moglie? Che cosa sta succedendo? In momenti di incertezza come questi, la tendenza naturale è guardarsi intorno per vedere come si comportano gli altri e capire da questo se si tratti o no di un’emergenza.

Quello che facilmente si dimentica, però, è che anche tutti gli altri che osservano l’evento probabilmente sono in cerca di una riprova sociale. E siccome in pubblico a tutti noi piace apparire posati e tranquilli, probabilmente ci limiteremo a brevi occhiate di sfuggita: la conseguenza immediata è che ognuno vedrà che nessuno degli altri si scompone e non interpreterà l’evento come un caso d’emergenza. È questo, secondo Latané e Darley, lo stato d’ignoranza collettiva «in cui ciascuno decide che, visto che nessuno si preoccupa, va tutto bene. Nel frattempo, il pericolo può essere arrivato a un punto tale che un individuo solo, non influenzato dalla calma apparente degli altri, avrebbe invece reagito».

Una conseguenza molto interessante di questo ragionamento è che, per la vittima di una situazione d’emergenza, l’idea di essere al sicuro fra la gente può essere del tutto sbagliata: può darsi che le probabilità di ricevere un soccorso tempestivo siano migliori quando è presente un unico spettatore. Per verificare questa tesi insolita, Darley e Latané con i loro collaboratori hanno portato a termine un grosso programma di ricerche sistematiche, da cui emergono alcuni risultati molto chiari. La procedura base consisteva nell’inscenare casi d’emergenza sotto gli occhi di spettatori isolati o di gruppi di persone, registrando quindi la reazione nelle varie circostanze. Nel primo esperimento, uno studente dell’università di New York fingeva una crisi epilettica: dei passanti isolati, l’85% interveniva a dargli soccorso, contro appena il 31% se erano presenti cinque persone. Di fronte a dati come questi, in cui vediamo che quasi tutti, presi singolarmente, intervengono, diventa difficile parlare di apatia e indifferenza: è chiaro che la spiegazione va cercata nella presenza di altre persone.

[…] Dopo oltre dieci anni di ricerche del genere, abbiamo le idee abbastanza chiare sull’argomento. Primo, contrariamente all’idea che la nostra sia diventata una società egoista e indifferente, i soccorsi sono molto frequenti non appena gli spettatori si convincono che c’è davvero un’emergenza.
La situazione cambia quando, come succede spesso, gli astanti non sanno con certezza che cosa succede. In questi casi la vittima ha probabilità molto migliori di ricevere soccorsi da un passante isolato che da un gruppo, specialmente se il gruppo è formato da passanti occasionali, che non si conoscono fra loro. A quanto pare, l’effetto d’ignoranza collettiva è massimo fra estranei: maggior ritegno, difficoltà a decifrare le reazioni degli altri e quindi tendenza a interpretare la situazione come non emergenza.

[…] Ma spiegare i pericoli della moderna vita urbana in termini meno sinistri non li elimina affatto. E con l’urbanizzazione crescente (metà della popolazione mondiale vivrà in città entro una decina d’anni) cresce anche la necessità di ridurre quei pericoli. Per fortuna, quello che si è appena scoperto sulle ragioni dell’apatia” offre qualche speranza concreta. Armata di queste cognizioni, la vittima di un’emergenza può accrescere enormemente le probabilità di ricevere soccorsi. La chiave è rendersi conto che un gruppo di spettatori non interviene non per crudeltà, ma per incertezza, non sapendo se sia davvero il caso d’intervenire e a chi tocchi: quando ne sono certi, rispondono fin troppo.

[…] In base ai risultati degli esperimenti che conosciamo, il mio consiglio è di isolare un singolo individuo dalla folla: «Lei, signore con la giacca blu, chiami un’ambulanza». Con quest’unica frase mettete quella persona nel ruolo di “soccorritore”: sa che c’è un’emergenza, sa che tocca a lui fare qualcosa e non ad altri e sa esattamente che cosa fare. Tutti i dati sperimentali disponibili indicano che il risultato di una richiesta così formulata sarà un’assistenza pronta ed efficace.”

– Tratto da : “Le armi della persuasione” di R. Cialdini, editore Giunti – 18 dicembre 2010, pp. 107 – 113.

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