Il mito della malvagità umana (3° parte): l’esperimento di Stanford.

Proseguiamo la raccolta dedicata ai più controversi (e spesso fallaci) esperimenti relativi alla definizione di aspetti delicati della natura umana che, con l’andare del tempo hanno acquisito un valore quasi ‘mitologico’. Stavolta tocca a l’esperimento della prigione di Stanford:

Di cosa si trattava?
“L’esperimento della prigione di Stanford fu un esperimento psicologico volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza.

L’esperimento, organizzato dallo psicologo Philip Zimbardo e i suoi colleghi, prevedeva l’assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato.

I ricercatori allestirono una vera e propria prigione nei sotterranei della facoltà di Psicologia dell’Università di Stanford, e selezionarono 24 studenti per far loro assumere i ruoli di guardia e prigioniero.

I partecipanti furono selezionati tra coloro che non avevano precedenti con la giustizia, né problemi mentali né fisici.
[…]
I 24 volontari furono assegnati per sorteggio ai ruoli di guardia o prigioniero: i prigionieri restavano in cella per 24 ore al giorno, i guardiani lavoravano in turni di 8 ore e a gruppi di 3. Telecamere nascoste osservarono lo svolgimento delle giornate-tipo.”

Per un resoconto completo dell’andamento del test, fino alla sua brusca interruzione, potete accedere a questa pagina: http://www.ilpost.it/2011/08/14/lesperimento-della-prigione-di-stanford/4/

Possibile interpretazione dei risultati:
“Lo stesso professor Zimbardo, duramente criticato, ammise più tardi in un suo libro:

«Solo poche persone sono in grado di resistere alle tentazioni fornite dal potere e dal dominio su altri soggetti. Io stesso scoprii di non far parte di questa ristretta schiera».

Nonostante solamente una guardia su tre avesse manifestato comportamenti repressivi e crudeli nessuna pensò mai di mettere in discussione i trattamenti più duri.
[…]
Secondo Zimbardo l’esperimento della prigione di Stanford permise di gettare le basi per un’interpretazione situazionale, piuttosto chedisposizionale, del comportamento umano: in un determinato contesto, forniti di autorità e di una sorta di “alibi” giustificante, ragazzi senza precedenti violenti, ben educati e di un buon ambiente sociale si trasformavano in poco tempo in “guardie” oppressive e sadiche. Chiunque, in altre parole, poteva essere spinto da un certo contesto a commettere abusi, ridimensionando le teorie su una eventuale “predisposizione” di alcuni individui a esercitare l’autorità con violenza.

Le critiche:
L’esperimento della prigione di Stanford venne criticato da molti esperti del settore. Il BBC Prison Study trent’anni dopo sostenne che lo psicologo, agendo da “sovrintendente capo” della prigione e indirizzando alcuni discorsi alle guardie, avrebbe falsato il loro comportamento e avrebbe dato troppe istruzioni implicite su come comportarsi. Una guardia che partecipò all’esperimento è convinta ancora oggi che fu Zimbardo a causare il peggioramento della situazione, e che fin dall’inizio lo psicologo cercò di ottenere un “crescendo drammatico”.

Anche se un’indagine dell’American Psychological Association concluse nel 1973 che l’esperimento della prigione di Stanford rispettava le linee-guida della professione, gli attuali regolamenti per gli esperimenti di psicologia, approvati dopo l’esperimento, ne impedirebbero lo svolgimento.”

Fonte: http://www.mezzo-pieno.it/comunicazione-corporea/lesperimento-della-prigione-di-stanford.html

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