“Però funziona!” (1° parte)

Occupiamoci adesso di un’altra parola chiave per la maggior parte dei dibattiti inerenti pseudoscienze o cure alternative, ovvero“funziona”.

Immancabilmente, quando ci si occupa di una qualunque forma di conoscenza applicata, che si tratti di un rimedio miracoloso o di una dottrina economica, il tuo interlocutore arriverà presto o tardi a sbottare col più classico dei “eh lo so, ma allora come mai (con me, ad esempio) funziona?”
Il nostro “alternativo” se ne esce in genere con una simile affermazione quando trova difficoltà ad sostenere razionalmente la propria posizione. Ciò può dipendere anche dalla tipologia di argomento trattato: finché si resta sul campo dell’opinione pura e semplice (sport, gnocca ecc), su quello dell’estetica (bello o brutto) o su quello dell’etica (giusto o sbagliato), i confini della discussione sono piuttosto ampi e i margini di approssimazione elevati.
Quando invece è in discussione una qualche forma di conoscenza applicata, la libertà di divagazione diminuisce e si presentano delle condizioni necessarie da rispettare per far sì che il discorso rimanga su di un terreno razionale.

Utilizzando in maniera semplicistica quel singolo ed innocuo lemma, il nostro interlocutore sottintende due fatti non direttamente espressi, ovvero che il “funziona” cui egli fa riferimento deriva sempre da:

a) un processo di verifica empirica (per vedere se l’omeopatia funziona la si prova);

b) un’azione di controllo compiuta sempre e comunque su base individuale – soggettiva (il test lo si compie sempre attraverso le esperienze mie o dei miei figli o di mio cuggino ecc).

Il “funziona” dell’alternativo deriva perciò dalla congiunzione di (a) e (b) la propria pretesa di veridicità, la dimostrazione insomma che un rimedio omeopatico funziona ad esempio.

In un post precedente, dedicato a conigli e lepri [1], ho trattato in maniera estremamente semplicistica il tema delle condizioni della conoscenza, mostrando come vi siano degli step e delle condizioni inevitabili per poter arrivare ad affermare con coerenza la verità di un’asserzione.

In effetti riferirsi ad un certo prodotto o ad una procedura asserendo che “funziona” vuol dire in ogni caso prendere una posizione nei confronti di una certa nostra conoscenza del mondo: se affermo che “l’omeopatia funziona”, non sto dicendo solamente che quella singola pillolina di zucchero mi farà passare il raffreddore.
Sto sostenendo in realtà qualcosa di assai più importante è cioè che tutto l’insieme di concetti e conoscenza che formano la “disciplina” (virgolette d’obbligo) omeopatica è vero e funziona. In tal senso mi aspetterò che in futuro, con una significativa frequenza statistica, tutte le pilloline che prenderò avranno lo stesso effetto positivo.

Nel post sopra citato avevamo visto come, per poter decretare la verità di una certa conoscenza, non fosse sufficiente rilevare una correlazione positiva (che può essere apparente ed ingannevole) bensì occorresse anche una giustificazione per sostenerne la verità. Se io dico che p è vera, non basterà il semplice riscontro empirico, ma sarà necessario inserire tale affermazione in un certo contesto teorico che ci permetta di dimostrarne la validità. In poche parole: per evitare che un certa conoscenza, ritenuta vera grazie a delle verifiche più o meno dirette, possa rivelarsi in realtà un falso positivo, serve un passaggio ulteriore a quello della semplice verifica empirica. La condizione necessaria, in questo caso, è per l’appunto quello della giustificazione.

Precisiamo meglio in cosa consista tale clausola aggiuntiva riprendendo alcuni punti del post citato [2]:

“Il caro Simplicio ha deciso di darsi alle scampagnate e prima di cominciare si compra un bel libro in cui vengono descritte tutti gli animali che vivono nei boschi. In particolare si appassiona al capitolo dedicato alle lepri, solo che è talmente pigro da limitarsi a guardare esclusivamente le figure, pensando che ciò sia sufficiente a fargli comprendere davvero l’argomento. Prende quindi cappello e bastone e si inoltra per i campi, alla ricerca di qualche grazioso leprotto da ammirare.

Giunto di fronte ad un prato scorge, tra l’erba alta, due lunghe orecchie pelose e, cercando di rammentare quanto scritto nel libro, prova ad indovinare di che tipo di animaletto si tratti. Dentro di sé formula perciò la seguente affermazione:

(A) <>

Simplicio gongola tra sé soddisfatto, complimentandosi per la propria cultura zoologica; ma se non fosse stato così pigro ed avesse letto accuratamente le descrizioni del libro, avrebbe capito che l’animale intravisto tra la vegetazione non è una lepre bensì un coniglio. Perciò (A) è falsa e Simplicio ha fornito una descrizione errata del mondo. Tutto a posto? Forse no.

In effetti, a pochi metri dal coniglio, nascosta da un grosso sasso, c’è effettivamente una lepre. Adesso come la mettiamo con l’enunciato (A)? Pur se in modo casuale, la proposizione descrive effettivamente lo stato delle cose. Schematizzando possiamo dire che:

1) Simplicio crede che (A);
2) (A) è confermata come vera;
3) perciò Simplicio ha espresso una vera conoscenza di un fatto.

Questo schema somiglia molto a quello che descrive l’iniziale affermazione sulla pioggia. Però dobbiamo ammettere che il risultato prodotto non può esser ritenuto soddisfacente: la verità generata da questo semplice schema non può corrispondere a ciò che chiamiamo una reale conoscenza. In effetti a nessuno di noi verrebbe in mente di dire che Simplicio conosce davvero la differenza tra una lepre ed un coniglio.

Qual è perciò il problema?

Il fatto è che ci dev’essere un qualche collegamento razionale tra le nostre affermazioni e gli oggetti su cui esse vertono, e non è sufficiente la semplice correlazione. Il legame tra la credenza e la realtà non può fermarsi alla corrispondenza e necessita invece di una ratio ulteriore: per poter parlare di verità di una proposizione insomma, serve una giustificazione.”

Se, come abbiamo detto, serve un processo logico – concettuale per poter validare (e correggere) la nostra conoscenza intuitiva del mondo giustificandola, appare evidente che Simplicio ha mancato del tutto su questo punto.

In effetti, lo schema portato avanti da Simplicio, così come dal nostro interlocutore alternativo, è il seguente:

1) p crede che (a);
2) (a) è confermata come vera;
3) perciò p ha espresso una vera conoscenza di un fatto.

Messa così questa potrebbe definirsi come una rappresentazione alternativa del comune concetto di verifica. Logicamente parrebbero esserci molte similitudini con la più semplice delle modalità di inferenza, ovvero il modus ponens [3]. Abbiamo già visto come esso rappresenti la più elementare forma di ragionamento e di come questo motivi la sua agevole accettazione da parte di tutti.

Approfondiremo quest’ultimo punto nel prossimo post: per ora limitiamoci a proseguire col nostro discorso.

Come detto, quando abbiamo una certa credenza sul mondo, per validarla o meno, facciamo ricorso ad una verifica (di solito empirica e diretta). Se prendo un farmaco guarisco, se mangio pesante mi viene il mal di pancia ecc.
Il problema è che a volte, anche se dico che “fuori piove” e mettendo la mano oltre il davanzale me la sento effettivamente bagnare, non è detto che la mia affermazione sia necessariamente corretta (potrebbe essere l’inquilina del piano di sopra che innaffia le piante). Questo falso positivo è effettivamente proprio il tipo di errore in cui cade Simplicio: il problema maggiore in simili situazioni non sono le conoscenze evidentemente false, quanto quelle ingannevolmente vere!

Il fatto è che spesso riceviamo informazioni ambigue o ingannevoli e non sempre siamo capaci di correggerci con le nostre sole forze. Ci fregano i nostri sensi limitati, ci frega il nostro cervello tendenzialmente pigro: il nostro apparato cognitivo, pur fenomenale, non si è evoluto alla stessa velocità con la quale si è sviluppata la nostra cultura.
Oltre a dar per scontato che ciò che percepiamo corrisponda sempre alla realtà dei fatti, assai più insidiosamente e certo per ragioni di economia, tendiamo a confidare in modalità di ragionamento semplificate ed intuitive per gestire la miriade di informazioni e problemi che dobbiamo affrontare ogni giorno. Un esempio di tali processi lo troviamo nelle famose euristiche di cui abbiamo parlato più e più volte [4].
Il problema è che se ci fossimo fermati a ciò che ci mostra la nostra intelligenza intuitiva, probabilmente vivremmo ancora sugli alberi.

Il problema è che sui sensi e sulle euristiche della mente noi basiamo gran parte della nostra vita cognitiva e ben poco sappiamo in realtà di quanto il pensiero intuitivo possa ingannarci pericolosamente.

Specifico che con la locuzione “pensiero intuitivo” intendo riferirmi, in modo certamente generico ed approssimativo, a tutte quelle operazioni mentali rivolte alla risoluzione di problemi, che lavorino ad un livello decisamente semplicistico ed immediato. Qualcosa di paragonabile insomma al famoso Sistema 1 di Kahneman cui abbiamo fatto più volte riferimento [5].

Aggiungo inoltre che appare evidente una certa consuetudine umana al valutare in maniera acritica buona parte delle inferenze prodotte all’interno di questo pensiero intuitivo, anche laddove vi sia il rischio consistente di incorrere in un falso positivo.

Questa perniciosa abitudine la definirò d’ora innanzi come pregiudizio euristico, problema imputabile a plurime cause, in primisquella derivante dalla necessità (tutta evolutiva) di economizzare i processi legati al funzionamento della nostra mente.
È ovvio che sto applicando delle feroci , quanto grossolane generalizzazioni, ma ciò che conta al momento è aver ben chiaro che il pensiero intuitivo opera fondamentalmente attraverso metodiche estremamente semplificate che presentano generalmente le due caratteristiche (a) e (b) sopra indicate. Abbiamo visto che queste possono riassumersi come da una parte dei criteri di valutazione strettamente intuitivi e soggettivi, dall’altra come processi inferenziali protesi essenzialmente alla verifica delle informazioni.

Ma a questi due elementi dobbiamo aggiungerne un terzo fondamentale: per determinare l’efficacia o meno di una certa conoscenza, il nostro Simplicio/alternativo adotta procedimenti del tutto privi di rigore metodologico. L’asserzione che una certa curafunziona, nel suo caso, risulta essere conclusione di un ragionamento essenzialmente privo di regole oggettive e perciò tutt’altro che sistematico (= inaffidabile).

Il prossimo post sarà dedicato proprio al tema del metodo ed al suo ruolo cruciale nei processi atti a determinare se qualcosa funziona davvero o meno.

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/UirB4bfiSjx

[2] idem.

[3] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Modus_ponens

[4]https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/dVb5v2HBi8g

[5] https://dialogobohmiano.wordpress.com/2015/04/27/pensieri-lenti-e-veloci-kahneman/

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