“Però funziona!” (2° parte)

Abbiamo visto nella prima parte [1] come fioriscano ormai un po’ ovunque tanti piccoli genietti, tutti specializzati nel determinare col loro ingegno cosa funzioni davvero e cosa no. Rimedi miracolosi, medicine trascendentali, alimenti anti tumorali e chi più ne ha più ne metta: l’ardimento del vero alternativo non conosce limiti e spazia in moltissimi campi, tanto virulento quanto mal riposto.

Sì è iniziato a sviscerare in maniera analitica il suo modo standard di ragionare e si sono identificate due direttrici principali che subito riporto di seguito:

1) come discriminante per determinare se una certa affermazione sia vera o meno, egli pone essenzialmente un processo di verifica attraverso modus ponens (abbiamo visto l’altra volta in cosa consista) [2];

2) la base epistemica volta a giustificare tale processo di verifica è caratterizzata da processi soggettivi, individuali ed essenzialmente diretti (poco o per niente mediati concettualmente) [3].

Avevamo concluso però sostenendo pure la presenza di un terzo punto importante, ovvero la completa assenza di metodo e sistematicità nei suddetti processi di verifica. Vediamo più nel dettaglio di cosa si tratta.

Ciò che è emerso da quanto detto nel post precedente è soprattutto che l’alternativo, nel suo attribuire patenti di funzionalità a destra e a manca, insiste soprattutto sulla dimensione individuale della conoscenza, dimenticando che questo è proprio l’atteggiamento che viene contrastato dal metodo scientifico.

In effetti, ciò che permane sempre identico in tutte le nostre prese di posizione a proposito del mondo è proprio il fatto di esprimere sempre e comunque un certo punto di vista.
Questo evidente dettaglio ci dice che ogni nostra conoscenza o ragionamento parte da background individuale e da ciò conseguono ovvie ed inevitabili limitazioni [4].

In tal senso abbiamo già accennato al pregiudizio euristico [5], ovvero alla nostra propensione naturale a prendere per oro colato tutte le informazioni derivanti dalle nostre percezioni dirette o dalle nostre inferenze intuitive (euristiche appunto). La realtà è che se per la gran parte dei compiti e problemi quotidiani ciò risulta effettivamente vero, così non è per tutta una vasta gamma di temi cruciali.

Basta rammentare il nostro stupore derivante da come certi concetti probabilistici forzano la nostra percezione della realtà o di quanto ci sembri anti intuitivo ad esempio il fatto che la materia sia composta perlopiù di spazio vuoto, per renderci conto di come il nostro accesso intuitivo al mondo possa tramutarsi in un bel paio di occhiali scuri.

L’evoluzione ci ha fornito di potenti mezzi cognitivi al fine di poterci garantire una sempre più agevole sopravvivenza, ma ad una maggiore praticità non sempre corrisponde una uguale accuratezza e lo sviluppo di tali capacità non ha seguito di pari passo l’ampliamento della mole di dati da gestire nella medesime unità di tempo. Quando parlo di mole di dati, mi sto riferendo chiaramente alla Cultura umana in senso generale ed al conseguente traffico di informazioni che comporta.

Qual è stato perciò l’elemento aggiuntivo che ci ha permesso di evadere dalla nostra “prigione cognitiva”? In che modo abbiamo effettuato questo upgrade grazie al quale possiamo bypassare le nostre stesse inefficienze?

Diciamo, semplificando, che una parte considerevole delle nostre potenti capacità cognitive (alcune delle quali parzialmente condivise con altre specie) è ascrivibile ad alcune componenti rivelatisi poi fondamentali per lo sviluppo di una cultura, come il pensiero astratto o il linguaggio.

Col trascorrere del tempo, si sarebbe andata via via affinando la propensione a superare la nostra naturale dipendenza dai processi del Sistema 1 [6] perlomeno nelle situazioni che necessitano di un’analisi più complessa.

Il vero salto di qualità, in questo senso, è avvenuto quando si è potuto superare l’annoso problema del punto di vista attraverso lo sviluppo del concetto di metodo.

Una definizione da dizionario per tale termine ci dice che:

<

[…] Dell’esperienza dei singoli non ce ne frega proprio niente! Non è che il farmacista ci dice “guardi, le do la lista delle persone con cui ha funzionato, a riprova del fatto che questo prodotto fa bene”. A noi interessa sapere se statisticamente funziona! Ci interessa sapere che quella lista sia la più lunga possibile, non che ci sia una lista!

E quindi non sarà il caso di fare una statistica seria? Non ti viene in mente, caro commentatore dell’articolo che dici “con me ha funzionato”, che questo in alcun modo sancisce il funzionamento in assoluto? E che sia importante fare una statistica seria quando si parla di un farmaco, omeopatico o meno, per sapere veramente se funziona? Non ti viene in mente che per tanti che dicono “con me ha funzionato” ce ne possono essere altri che diranno “con me non ha funzionato”, e quello che conta è sapere chi dei due è maggiore in numero, e soprattutto di quanto? Questa è la domanda giusta da porsi se si ha una vaga idea di come funziona la scienza.>>

Cosa ci dice questo breve estratto? Nel caso rappresentato da una cura più o meno efficace, l’applicazione della scienza ingenua comporta tutta una serie di inferenze che sicuramente possono tornare utili se vengono applicate nel senso comune, ma che risultano essere pericolosamente ingannevoli quando si affrontano problematiche più ampie e complesse.

Sono molte le trappole disseminate nel nostro cervello, mimetizzate da inferenze corrette, che finiscono per deformare il nostro ragionamento finendo per portarci a credere per vere affermazioni che lo sono solo all’apparenza. Gli insidiosi bias ad esempio, che abbiamo già visto più di una volta [9], sono solo alcuni tra i vari problemi annidati tra le pieghe del pensiero intuitivo.

Eccone un illuminante esempio tratto da un articolo di Dario Bressanini, sul suo blog su LeScienze, relativo al più celebre esperimento di Wason [10]:

<<[…] interessante è chiedersi come mai così tante persone diano la risposta sbagliata. Secondo alcuni psicologi il motivo è da ricercarsi in quello che chiamano confirmation bias: il nostro cervello si fa un’idea di come funziona un certo fenomeno, e poi cerca degli esempi che confermano questo nostro modo di interpretare il mondo. Cerchiamo una “conferma”. Dal punto di vista logico invece è fondamentale anche cercare di falsificare una ipotesi: provare a vedere se è falsa.

Il termine bias in inglese significa pregiudizio o preferenza.

A quanto pare il cervello umano ha molte difficoltà ad accogliere questo punto di vista come “naturale”, ed è anche per questo, credo io, che il procedere della scienza e del metodo scientifico risulta di difficile comprensione ai più. Ci dobbiamo sforzare per utilizzare dei modelli logici rigorosi che non sono quelli che il nostro cervello adopererebbe (il perché sia così lo lascio agli psicologi evoluzionisti). Imparare a fare scienza non vuol dire solamente imparare formule e teorie, ma anche imparare a far funzionare il nostro cervello in modo controintuitivo ma … corretto. Il mio accenno, nel post precedente, alle medicine cosiddette “alternative” si riferiva a questo aspetto: spesso vedo un desiderio di “confermare” una teoria senza che i loro proponenti sentano la necessità di falsificarla, di provare a dimostrare che non funziona. E questo ovviamente genera una immediata levata di scudi da parte di chi invece il metodo scientifico ha imparato, anche faticosamente, a maneggiarlo. Siccome l’obiezione è a livello metodologico, senza neanche entrare nel merito, si viene spesso accusati di voler “aderire ai dogmi” o cose del genere.>>

Qui incontriamo l’ultimo aspetto interessante della questione: l’assenza di metodo presente nella scienza ingenua fa il paio con la connaturata controintuitività del metodo scientifico. Questo contrasto viene a rappresentarsi plasticamente proprio nell’opposizione tra verifica e falsificazione.

A quest’ultima, fondamentale distinzione, sarà dedicato il prossimo ed ultimo post sull’argomento.

Note:

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/AdevHWJZCXq

[2] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Modus_ponens

[3] Bisogna rammentare che, a livello generale, il problema di determinare se un certo prodotto o conoscenza funzioni o meno, può essere paragonato essenzialmente al poter controllare la veridicità o meno di una certa affermazione. Ma soprattutto, come già spiegato, a giustificare tale processo di attribuzione di verità della medesima. Vedi: https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/UirB4bfiSjx oppure https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/AdevHWJZCXq

[4] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/VfsB4BnL36r

[5] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/AdevHWJZCXq

[6] https://dialogobohmiano.wordpress.com/2015/04/27/pensieri-lenti-e-veloci-kahneman/

[7] http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/M/metodo.shtml

[8] http://smarcell1961.blogspot.it/2016/04/con-me-ha-funzionato-quindi-funziona.html?m=1

[9] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/CZq2XdjgAxJ

[10] http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/21/cercasi-conferma-disperatamente/comment-page-2/#comments

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