Pearl Harbor e le “infallibili” previsioni a posteriori

Nell’autunno del 1941, pochi mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, un agente da Tokyo inviò una richiesta allarmante a una spia a Honolulu. Il messaggio fu intercettato e inviato al Dipartimento di intelligence navale: percorse i tortuosi sentieri della burocrazia e raggiunse Washington il 9 ottobre informa decodificata e tradotta. Il messaggio richiedeva all’agente giapponese a Honolulu di suddividere Pearl Harbor in cinque aree e di fare rapporto su navi ancorate nel porto riferendosi a quella suddivisione. Di particolare interesse erano le navi da guerra, i cacciatorpedinieri e le portaerei, oltre a informazioni sull’ancoraggio di più navi nello stesso bacino. Alcune settimane dopo accadde un altro curioso incidente: gli ascoltatori dell’esercito americano persero traccia delle comunicazioni radio da tutte le navi note nella prima e seconda flotta giapponese, la cui dislocazione divenne quindi ignota. Poi, all’inizio di dicembre, l’unità di intelligence militare del XIV distretto navale delle nelle Hawaii riferì che i giapponesi avevano cambiato gli indicativi radio per la seconda volta in un mese. Un indicativo radio, come Wcbs o Knpr, è il nome o sigla che identifica la fonte di una trasmissione. In tempo di guerra rivelano l’identità di una fonte non solo agli alleati ma anche al nemico, quindi vengono modificati periodicamente. I giapponesi avevano l’abitudine di cambiarli almeno ogni sei mesi; cambiarli o due volte in 30 giorni era considerato “un indizio del fatto che si preparano operazioni attive su larga scala”. Il cambiamento rese difficile identificare la posizione delle portaerei e dei sottomarini giapponesi nei giorni successivi, il che aumentò la confusione sul silenzio radio.
Due giorni dopo, furono intercettati e decodificati messaggi inviati a sedi diplomatiche e consolari a Hong Kong, Singapore, Batavia, Manila, Washington e Londra: richiedevano che i diplomatici distruggessero immediatamente gran parte dei loro codici cifrari e bruciassero tutti gli altri documenti confidenziali segreti. In quei giorni l’Fbi intercettò una telefonata fatta da un cuoco del Consolato giapponese alle Hawaii a qualcuno a Honolulu: il cuoco riferiva con grande eccitazione che i funzionari lì nelle Hawaii stavano bruciando tutti i documenti importanti. L”assistente capo dell’unità principale di intelligence militare, il tenente colonnello George W. Bicknell, consegnò uno dei messaggi intercettati al suo superiore, che si preparava per una cena con il direttore del dipartimento hawaiano dell’esercito. Era tardo pomeriggio di sabato 6 dicembre, il giorno prima dell’attacco. Il superiore di Bicknell esaminò il messaggio per 5 minuti, poi lo mise da parte e andò a cena. Col senno di poi sembrano due presagi ben chiari: allora, perché le persone informate di questi fatti non seppero prevedere l’attacco in arrivo?

In una serie complessa di eventi, in cui ogni evento presenta un qualche elemento di incertezza, esiste una fondamentale asimmetria tra passato e futuro. Questa asimmetria è stata oggetto di studi scientifici fin da quando Boltzmann compì la sua analisi statistica dei processi molecolari responsabili delle proprietà dei fluidi.
Immaginiamo per esempio una molecola di colorante che galleggia in un bicchiere d’acqua. Come uno dei granuli di Brown, la molecola seguirà il tracciato di una passeggiata dell’ubriaco. Ma anche questo movimento senza scopo progredisce in qualche direzione. Se per esempio attendiamo tre ore, vedremo che la molecola si è spostata di circa 2 centimetri dal punto di partenza. Supponiamo che a un certo punto la molecola si sposti verso una posizione significativa e quindi attragga la nostra attenzione.
Come fecero in molti dopo Pearl Harbor, potremmo cercare il motivo per cui quell’evento inatteso è avvenuto. Ora supponiamo di scavare nel passato della molecola, ricostruendo il percorso di tutte le sue collisioni. Troveremo in effetti che l’impatto con questa e poi con quella molecola d’acqua ha spinto la molecola di colorante nel suo percorso a zig-zag da lì a qui. In altri termini, con il senno di poi possiamo spiegare chiaramente perché il passato della molecola di colorante si è sviluppato in quel modo; ma l’acqua contiene molte altre molecole d’acqua che avrebbero potuto interagire con la molecola di colorante. Per pronosticare il percorso della molecola di colorante avremmo quindi dovuto calcolare i percorsi e le interazioni reciproche di tutte quelle molecole d’acqua potenzialmente importanti. Ci sarebbe voluto un numero quasi inimmaginabile di calcoli matematici, molto più lunghi e complessi della lista di collisioni. In altri termini, era virtualmente impossibile predire il movimento della molecola di colorante prima che accadesse, pur essendo relativamente semplice da capire in seguito.
Questa simmetria di fondo è il motivo per cui nella vita di ogni giorno il passato sembra spesso ovvio anche quando non saremmo stati in grado di prevederlo.
[…]
In un certo senso si tratta del vecchio cliché per cui il senno di poi ha sempre dieci diottrie; ma spesso le persone si comportano come se questo vecchio adagio non fosse vero. Per esempio, dopo ogni tragedia, in politica si dà la colpa a chi avrebbe dovuto sapere. Nel caso di Pearl Harbor (e degli attentati del 11 settembre) gli eventi che precedettero l’attacco, quando li guardiamo a posteriori, sembrano puntare in una direzione molto chiara. Eppure, come quella molecola di colorante, il meteo o la partita a scacchi, se ripercorriamo lo sviluppo degli eventi da ben prima che accadesse quel singolo fatto, la sensazione di inevitabilità si dissolve presto. Tanto per cominciare, oltre ai rapporti dell’intelligence che ho citato, c’era una gran quantità di informazioni superflue, e ogni settimana arrivavano risme intere di messaggi e trascrizioni a volte allarmanti o misteriosi che in seguito si sarebbero rivelati fuorvianti o inutili. E anche se ci concentrassimo sui rapporti che col senno di poi sappiamo essere importanti, prima dell’attacco per ciascuno di quei rapporti esisteva una ragionevole spiegazione alternativa che non indicava un attacco a sorpresa a Pearl Harbor. […]

Lo studio della casualità ci dice che purtroppo gli eventi sono visibili come in una sfera di cristallo solo dopo che sono accaduti. E così, crediamo di sapere perché un film è andato bene al botteghino, un candidato ha vinto le elezioni, una tempesta si è abbattuta, un titolo azionario crollato, una squadra di calcio ha perso, un nuovo prodotto non ha venduto, o una malattia è peggiorata; ma queste competenze sono vuote, nel senso che servono a ben poco per predire quando un film avrà successo, un candidato vincerà. […]

È facile inventare storie che spiegano il passato o riporre fiducia in scenari futuri dubbi. Che ci siano trappole in queste operazioni non vuol dire che non dovremmo compierle. Ma possiamo tentare di vaccinarci contro questi errori di intuizione. Possiamo imparare a vedere con scetticismo sia le spiegazioni sia le profezie. Possiamo concentrarci sulla abilità di reagire agli eventi anziché affidarsi all’abilità di prevederli; concentrandoci su qualità come la flessibilità, la fiducia, il coraggio e la perseveranza. […] Così potremmo evitare di giudicare in automatico sulla base del nostro quadro concettuale deterministico.

Tratto da “La passeggiata dell’ubriaco” di Leonard Mlodinow, Rizzoli – Milano 2009, pp. 227-234
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