Congiuntivo in calo, nessun dramma La Crusca: la lingua è natura, si evolve

Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, linguista, filologo, lessicografo, autore, con Vittorio Coletti, di un fortunato Dizionario della lingua italiana, nel tono confidenziale più adatto a una materia che si intende porgere in modo piano attraverso dieci «dialoghi» e altrettanti «inviti», ma senza semplificazioni eccessive, Sabatini espone subito la tesi del libro rivolgendosi a un lettore vicino e curioso: «Sapevi che, quando avevi tre o quattro anni, il tuo cervello aveva già fatto silenziosamente l’“analisi grammaticale” e l’“analisi logica” (come poi si chiamano a scuola) dei discorsi captati dal tuo orecchio?». Sabatini sa come si comunica con i non addetti ai lavori, del resto ogni domenica, a «Unomattina», offre ai telespettatori un «pronto soccorso linguistico» che oltre a dare consigli grammaticali è anche una sorta di percorso storico-culturale.

Cominciamo dalla fine (del libro) sgombrando il campo dal buon uso. Ci sono quattro psicodrammi del parlante italiano: «Casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno», li definisce Sabatini. Quali sono? L’eterna questione del congiuntivo, difeso con appelli e impegnate campagne di salvaguardia. Ebbene, il presidente onorario della Crusca invita a una «minore schizzinosità». Nei costrutti indipendenti il congiuntivo resiste, per esempio nella frase: «Sapessi che dolore!». Nelle frasi cosiddette «completive» tende a essere sostituito dall’indicativo: «credevo che stesse» diventa spesso «credevo che stava», ma è un’alternanza presente sin dalle origini della lingua italiana (risale a Dante e anche più indietro). Idem in certe subordinate, tipo: «Se mi chiamavi, venivo ad aiutarti». È la tendenza del parlato: non facciamone un dramma. «In inglese, in spagnolo e in francese il congiuntivo non c’è più — ricorda Sabatini — diciamo che l’alternanza segna una differenza di stile non di correttezza, come per prima disse, sessant’anni fa, una filologa rigorosissima, Franca Ageno».

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Sospendere il giudizio non è reato

Ero al cinema, di quelli angusti e fané frequentati da ciò che resta d’una borghesia impoverita e declassata: coppie attempate, signore feroci con il bastone, cinefili balbuzienti. Proiettavano Happy End, l’ultimo film di Michael Haneke. Ai titoli di coda ero un po’ deluso. Haneke ha fatto di meglio, pensavo senza particolare acrimonia. Ma ecco che dalla seconda fila si alza una voce non altrettanto incline all’indulgenza. «E dire che un tempo i francesi facevano commedie così simpatiche!». «Signora – la rintuzza il tizio al mio fianco – Haneke è austriaco, e grazie al cielo non fa commedie simpatiche». «Sì, ma gli attori sono francesi», replica lei stizzita. Alla contesa si unisce un’altra voce femminile arrochita da decenni di sigarette con il bocchino: «I veri bastardi sono i critici. Puoi dare tre palle a questa merda di film?». Ed è allora che una ragazza non ci ha visto più: «La prossima volta andate a vedere un bel cinepanettone. Haneke non fa per voi».

Non posso dire che questo siparietto mi abbia disturbato. Anzi, in un certo senso mi ha sollevato l’umore dopo un’ora e mezza di nichilismi ellittici e disturbanti. E tuttavia mi sono chiesto se sarebbe potuto succedere tre anni fa.

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Ideologia del Vittimismo

Esistono le vittime di abusi, sopraffazioni, sfruttamento, violenza e ingiustizia sociale. Esse subiscono soprusi dei quali non hanno responsabilità e che violano la loro dignità. Ma esiste anche la tendenza a “fare la vittima”. Si tratta di una tendenza che non riguarda solo la psicologia individuale ma ha assunto, nel nostro tempo, il carattere di una vera e propria epidemia di massa. Il nostro tempo sponsorizza l’inclinazione a farsi vittime. Per certi versi la spinta alla lamentazione distingue l’essere umano. Solo l’uomo tra gli esseri viventi ha la caratteristica di interpretare il ruolo della vittima.

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Due tipi di pensiero

Neuromancer

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Quando cerchiamo di trovare una spiegazione ad un fenomeno possiamo utilizzare un criterio di tipo causale oppure di tipo finale. In altre parole, nel primo caso cerchiamo una causa efficiente, cioè quali sono stati i meccanismi precedenti che hanno portato al fenomeno in questione; nel secondo caso diamo una spiegazione in vista dello scopo verso cui tende. Aristotele fu il primo a definire in modo sistematico questi due tipi di cause.

Chiedersi il perché di un evento implica quindi due tipi di spiegazioni che hanno a che fare con il tempo: una rivolta verso il futuro, in grazie del quale avviene un evento, l’altra rivolta a quelle circostanze antecedenti che l’hanno causato. Ricorrere ad una spiegazione finalistica implica un atteggiamento teleologico, vale a dire che si presuppone un disegno intelligente creato da un artefice dietro all’ordine delle cose. Spiegarsi gli eventi in modo meccanico implica un atteggiamento empirico, sperimentale…

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Le parole per ferire

Almeno dal 2013 associazioni e governi di diversi paesi europei hanno sviluppato iniziative per contrastare sistematicamente le manifestazioni di intolleranza, xenofobia, razzismo e incitamento all’odio a cui la rete permette di avere ampia risonanza. In particolare il Consiglio d’Europa ha concentrato la sua attenzione sui discorsi e le parole dell’odio e nel 2015 la sua assemblea parlamentare ha sollecitato i parlamenti nazionali ad avviare iniziative di inchiesta e contenimento su hate speech e hate words.

In risposta a queste sollecitazioni il 16 maggio 2016 la presidente della camera Laura Boldrini ha istituito una commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, con il compito di condurre attività di studio e ricerca su tali temi. L’italiano è il primo parlamento nazionale che segue questa strada. La commissione, composta da deputati, senatori, rappresentanti di istituzioni e associazioni ed esperti, ha avviato i suoi lavori raccogliendo materiali e procedendo ad audizioni. Nel giugno la commissione ha deciso di intitolarsi a Jo Cox, la parlamentare laburista britannica impegnata contro la xenofobia, assassinata il 16 giugno 2016.

Censire le parole dell’odio circolanti in Italia e cercare di classificarle come primo passo per analisi ulteriori è l’obiettivo di questa nota, un contributo strettamente linguistico all’impegnativo e ben più vasto lavoro della commissione. Anche nell’odio le parole non sono tutto, ma anche l’odio non sa fare a meno delle parole.

Di queste parole dell’odio e dell’intolleranza il catalogo può essere forse istruttivo ma a tratti è ripugnante. Per renderne meno sgradevole la eventuale lettura c’è all’inizio una allegra e filosofica filastrocca di Rodari e alla fine il richiamo a due testi quibus maxima debeturreverentia: i nostri codici e il catalogo di Evagrio.

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Quando non ci sono le idee ci sono le opinioni

Premetto che non dirò chi ha pronunciato in mia presenza questa frase. È successo qualche giorno fa. Passavo in bici davanti al Foro per recarmi da un amico che abita là dietro, quando svoltato l’angolo c’era un assembramento davanti all’hotel che sfrutta il nome latino di ciò che ha di fronte. Si trattava di un comico regalato alla politica tecno-ottimista che arringava la folla dei giornalisti entrando in un Suv, appena sbucato ho sentito proprio quella frase e siccome sono romanesco e quindi portato da un antichissimo retaggio filosofico a dire ciò che penso il più possibile me ne sono uscito con un: “Lei non è un comico, è un buffone!” che ha mutato ancor più il faccione barbuto dell’interessato in una maschera di schifo, ma non c’era tempo né per replicare né per sguinzagliare i gorillini, quindi se n’è andato.

Però, a dimostrare che un vero libertario è disposto ad imparare pure da chi gli sta molto antipatico, continuando la pedalata mi sono subito chiesto se avesse ragione, e arrivato a casa del mio amico quasi senza salutarlo sono andato a cercare un dizionario etimologico. Da qualche tempo faccio così: provo a farmi suggerire cosa ne penso di una cosa dall’etimologia delle parole, e questo già da prima che scoprissi l’esistenza di Isidoro di Siviglia.

Dunque, il Devoto suggerisce che idea viene dal verbo greco idein, vedere, quindi il suo significato primario è ‘aspetto, forma, apparenza’; mentre per quanto riguarda opinione le cose sono un po’ più complicate, per farla breve siamo al latino e si tratta di ‘un oscuro ampliamento intensivo’ forse connesso con la radice di prendere, scegliere, ‘attestata anche nelle aree umbra, ittita, armena’. L’impressione sul momento è stata che stavolta le radici non mi sarebbero state di grande aiuto, a questo punto la frase di cui sopra si sarebbe potuta tradurre ‘siccome non si vede niente allora si afferra qualcosa a caso’, oppure, e quasi al contrario ‘siccome non si è ingannati dalle apparenze si coglie il dato di fatto’. Sul momento avevamo altro da fare quindi ho lasciato perdere, però la frase è rimasta lì che circolava in capoccia, e a distanza di qualche giorno mi ritrovo a cercar di vedere se è vero che, come sosteneva lo scrittore Luigi Malerba, lo scrivo così vedo che ne penso.

Il fatto è, che da un po’ di tempo a questa parte mi riesce sempre più difficile avere delle opinioni, e ogni volta che ne ho una e la esprimo mi resta in bocca un retrogusto acido, come quando uno s’accorge che ha fatto una cazzata subito dopo averla fatta, forse addirittura mentre la sta facendo. Per esempio io ho un’opinione sul conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, ma preferisco non dirla, anzi non sapere nemmeno di averla. Che bisogno ha il mondo di conoscerla? Chi se ne frega?, mi dico. Dovrebbe essere il medesimo retrogusto di uno che ha dell’oro in casa, e quando va a venderlo scopre che s’è svalutato all’improvviso di tre quarti del valore e più, senza nemmeno avvertire.

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Fascisti Immaginari

Nel 2003, Luciano Lanna e Filippo Rossi curarono un volume – Fascisti immaginari – che ebbe il pregio di raccontare a un’Italia ignara un intero immaginario di destra che si era andato formando soprattutto dagli anni ’70 del secolo scorso in poi.

Oggi prendo in prestito quel titolo per sottolineare una tendenza recente nell’opinione pubblica italiana, quella dei fascisti immaginari, appunto.

È di qualche giorno fa un sondaggio Demos per Repubblica, dal quale emerge che il 46% degli italiani ritiene possibile un ritorno del fascismo. A fronte di quel 46%, i partiti che – più o meno esplicitamente – si richiamano all’ideologia fascista continuano a non esistere nei sondaggi sulle intenzioni di voto e regolarmente alle elezioni nazionali viaggiano intorno allo zero virgola qualcosa percento.

Com’è possibile che un italiano su due teme il ritorno del fascismo mentre i “partiti fascisti” praticamente non hanno un voto?

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