Se siamo nati per credere, da dove vengono gli atei?

Perché milioni di persone non credono nell’esistenza di entità sovrannaturali? Si tratta di una domanda relativamente nuova per la ricerca scientifica. Per molto tempo infatti i ricercatori si sono occupati solo della domanda complementare: perché in tutte le culture umane si sono sviluppate e diffuse credenze nel sovrannaturale e in particolare credenze religiose? E per molto tempo tale domanda ha trovato risposta nella tesi secondo cui le credenze religiose svolgono una funzione sociale adattativa, cioè favoriscono la cooperazione, l’altruismo, e la coesione nei gruppi (Bering, 2006; Wilson, 2003). È una tesi plausibile ma, come tutte le spiegazioni funzionali dei fenomeni religiosi, limitata. È possibile infatti che le credenze religiose contribuiscano al mantenimento dei legami sociali: credere in una divinità che punisce i comportamenti non sociali può rendere meno probabili questi ultimi, aumentando così la fiducia tra i membri di un gruppo. La loro presunta funzione sociale, però, non ne spiega l’origine. Credere in un’autorità secolare che punisce i comportamenti non sociali potrebbe ugualmente renderli meno probabili. Perché allora la selezione naturale, per favorire la vita sociale, avrebbe sviluppato proprio le credenze religiose?

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Fenomenologia del Complottismo (Volume Primo)

Ci eravamo lasciati ponendoci la seguente questione: quali elementi connotano essenzialmente il pensiero complottista? Abbiamo avviato questo discorso prendendo per buoni fondamentalmente due punti:

1) il complottismo non è una questione tanto di tipo o di contenuto quanto di metodo. In tal senso un vegano può essere tranquillamente equiparato, ad esempio, ad uno sciachimichista.

2) Il ‘metodo’ adottato dal complottista è del tutto difforme rispetto a quello razionale (logico o scientifico) e lo si può definire tout court come un non – metodo basato su meccanismi intuitivi e fallaci.

È evidente che il punto (1) dipende strettamente dal (2): aldilà dell’eterogeneità degli argomenti trattati, differenti gruppi sociali presentano più di una similitudine nei modi di intendere e ragionare. Se immaginassimo le varie categorie in oggetto come degli insiemi, vedremmo numerose e frequenti intersezioni se non proprio sovrapposizioni complete.
Esemplificando perciò non desterà sorpresa il sostenitore di medicine alternative crederà pure al complotto di BigPharma e non ci si dovrà stupire delle curiose convergenze tra animalisti e pseudoscienze [1].

Come abbiamo già visto, a creare questa comunanza apparentemente priva di logica è per l’appunto proprio l’assenza di logica, intesa come corruzione metodologica del procedimento conoscitivo.

Cominciamo perciò la lunga disamina dei processi mentali complottisti che ci permetterà di comprendere quello che d’ora in poi chiamerò ‘modalità di ragionamento complottista’ (MRC), da intendersi come contrapposta alla ‘modalità di ragionamento razionale’ (MRR).

Usualmente col termine ‘ragionamento’ si intende la seguente definizione [2]:

“Il ragionamento è il processo cognitivo che, partendo da determinate premesse, porta a una conclusione, facendo uso di procedimenti logici. Le principali tipologie di ragionamento, secondo ottiche diverse, possono essere l’induzione, la deduzione, l’abduzione.”

Perciò appare evidente che in un ragionamento si palesano essenzialmente tre elementi: le premesse, le conclusioni e il ‘motore logico’, dove con quest’ultimo termine si intende quell’insieme di regole coordinate che permettono di processare in maniera proficua le informazioni.
Le tre regole principali che permettono al suddetto motore di funzionare sono per l’appunto quelle enumerate nella definizione e comprendono la maggior parte delle operazioni che avvengono nel cervello ragionatore.
Il problema è che, come è capitato di vedere diverse volte, la loro semplice applicazione lineare non garantisce necessariamente che a premesse vere corrispondano conclusioni corrette. Entrano in gioco, in realtà, altri fattori da valutare.

Il buono o cattivo andamento di un ragionamento dipenderà perciò da come facciamo funzionare l’insieme complessivo delle componenti del suddetto ‘motore’. Proprio nella discriminazione tra un funzionamento efficace o meno del sistema troviamo il discrimine tra il MRR e il MRC.

Entrando più nel dettaglio vediamo che questa distinzione ricalca abbastanza fedelmente quella ben più famosa, delineata da Kahneman e Tversky, tra sistema 1 e sistema 2. Ne abbiamo già parlato, ma sarà utile riproporre di seguito una breve ed efficace sintesi ripresa dal blog dialogobohmiano [3]:

“Le etichette di sistema 1 e sistema 2, coniate in origine dagli psicologi Keith Stanovich e Richard West (2000) otto anni dopo la scomparsa di Bohm, sono oggi ampiamente usate in psicologia, a volte indicate più brevemente con le sigle S1 e S2. Si riferiscono alla teoria del doppio sistema di pensiero, sostenuta da almeno un ventennio da molti autori. Lo psicologo israeliano Daniel Kahneman, docente a Princeton e premio Nobel nel 2002, ne ha fatto oggetto di un best-seller intitolato Thinking, Fast and Slow (tr. it., Pensieri lenti e veloci, Arnoldo Mondadori, Milano 2012) [4].

Definisco il sistema 1 come impressioni e sensazioni che originano spontaneamente e sono le fonti principali delle convinzioni esplicite e delle scelte deliberate del sistema 2. Le operazioni automatiche del sistema 1 generano modelli di idee sorprendentemente complessi, ma solo il sistema 2, più lento, è in grado di elaborare pensieri in una serie ordinata di stadi.” — (Kahneman 2011)

[…] Vediamo come Kahneman caratterizza i due sistemi.

Sistema 1 (S1). Opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario. Oltre che esprimere competenze innate (respirare, masticare, riconoscere le emozioni primarie dalle espressioni facciali, orientarsi verso la fonte di un forte rumore imprevisto, reagire con i riflessi di attacco-fuga-immobilizzazione, ecc.), il sistema 1 apprende le associazioni di idee (qual è la capitale della Francia? gli stereotipi, ecc.), e impara competenze specifiche come leggere e interpretare le sfumature delle situazioni sociali. La sua conoscenza è immagazzinata nella memoria e vi si accede senza intenzione e senza sforzo.

Sistema 2 (S2). Indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi, l’analisi logica, la riflessione filosofica. Le operazioni del sistema 2 sono molto spesso associate all’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione. Esse hanno la caratteristica di richiedere attenzione: quando questa viene meno, il sistema 2 resta inattivo.

Il sistema 1 e il sistema 2 sono entrambi attivi quando siamo svegli, il primo funziona in maniera automatica, mentre il secondo è in una comoda modalità di minimo sforzo in cui solo una piccola percentuale della sua capacità viene utilizzata. Il primo produce continuamente spunti per il secondo: impressioni, intuizioni, intenzioni e sensazioni. Se corroborate dal sistema 2, le impressioni e le intuizioni si trasformano in credenze e gli impulsi si convertono in azioni volontarie.

Quando tutto procede liscio, come accade per la maggior parte del tempo, il sistema 2 adotta i suggerimenti del sistema 1 senza praticamente modificarli. In genere noi crediamo alle nostre impressioni e agiamo in base ai nostri desideri (…) Quando il sistema 1 incontra qualche difficoltà, si rivolge al sistema 2 perché proceda a un’elaborazione dettagliata e specifica che risolva il problema contingente.

[…] Il sistema 2 si attiva appena viene rilevato un evento che viola il modello di mondo cui fa costante riferimento il sistema 1.

[…] Uno dei compiti del sistema 2 è vincere gli impulsi del sistema 1.

Vi sono illusioni del pensiero, che chiamiamo “illusioni cognitive” (…) Poiché il sistema 1 agisce automaticamente e non può essere disattivato a piacere, gli errori del pensiero intuitivo sono spesso difficili da prevenire. Non sempre si possono evitare i bias, perché il sistema 2 a volte non ha alcun indizio dell’errore. Anche quando sono disponibili indizi di probabili errori, questi ultimi si possono prevenire solo con un controllo rafforzato e un’attività intensa del sistema 2.”

A questo punto possiamo concludere che la definizione fornita da Kahneman e Tversky di sistema 1 possa aiutarci ad inquadrare meglio quella modalità di ragionamento che abbiamo più volte definito come ‘pensiero intuitivo’. In più di un’occasione abbiamo rimarcato quali fossero i problemi e gli errori derivanti dalla sua acritica applicazione.
Prima di passare ad un’analisi più approfondita dei suoi meccanismi, nel prossimo post proveremo ad ampliare un po’ il discorso relativo alle caratteristiche del sistema 2 in quelle componenti essenziali che lo distinguono dal sistema 1.

Generalizzando per nostra comodità, ciò che andremo a cercare di dimostrare sarà che un ragionamento che rientri nella MRC sarà influenzato maggiormente dal sistema 1, mentre per il MRR sarà esattamente il contrario.

Note:

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/Bk2y3JMaQK9

[2] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ragionamento

[3] https://dialogobohmiano.wordpress.com/2015/04/27/pensieri-lenti-e-veloci-kahneman/

[4] http://www.amazon.it/Pensieri-lenti-veloci-Daniel-Kahneman-ebook/dp/B007ZXZGY0

Evoluzione e progresso

Spesso, parlando di evoluzione a chi non ha studiato questa materia, mi sento porre domande come:“Ma se l’uomo discende dalla scimmia allora perchè le scimmie non si sono evolute tutte in uomini?”. Questa domanda deriva da alcuni errori, purtroppo abbastanza comuni, nell’interpretazione della teoria darwiniana. Bisogna chiarire infatti che il termine “evoluzione” non è affatto sinonimo di “progresso”, come spesso viene utilizzato.

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Il trionfo degli Illuminati

Chi non vorrebbe diventare presidente della repubblica con il 666% dei voti e annunciare la propria vittoria sotto l’occhio di una gigantesca piramide, così da far letteralmente friggere le sinapsi di qualsiasi cospirazionista che si rispetti? Emmanuel Macron lo ha fatto domenica sera. Inutile ricordare che la presenza invadente della piramide del Louvre, inaugurata nel 1988, serviva innanzitutto a tracciare una continuità con François Mitterrand, l’ultimo grande presidente francese: la cosiddetta “fasciosfera” si è comunque scatenata. La mossa di Macron potrà sembrare alternativamente molto ingenua, perché non si cura di mettere a tacere i sospetti che una parte della popolazione ha su di lui, ex-banchiere della famigerata banca Rothschild e quindi probabile frequentatore di riti abominevoli; oppure molto furba, perché il miglior modo di rendere inefficace l’opposizione è quella di consegnarla ai matti, dando ai matti solidi argomenti per prevalere sui meno matti.

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Come nasce l’antivaccinista

Le attuali resistenze sociali contro le vaccinazioni non sono un fenomeno recente. I movimenti antivaccinisti hanno una lunga storia, che nasce insieme alla scoperta della vaccinazione da parte di Edward Jenner nei ultimi anni del 1700. Già allora, nonostante solo il 3 per cento dei vaccinati contro il vaiolo morisse contro il 30 o 40 per cento di coloro che venivano infettati dalla forma naturale della malattia, una minoranza ristretta della popolazione continuò a dubitare dell’efficacia e della sicurezza della vaccinazione. Le cose si complicarono ulteriormente quando nel 1853 l’Inghilterra introdusse l’obbligo per i neonati di tre mesi, gli oppositori decisero di fondare alcune associazioni antivacciniste e organizzare grandi manifestazioni di massa come quella di Leicester del 1885 cui aderirono circa 80 mila persone, con tanto di parate, volantinaggio e finte bare di bambini. La storia ci suggerisce dunque che già agli albori gli antivaccinisti avevano dunque due qualità spiccate: erano degli efficaci comunicatori e mostravano una certa refrattarietà ai dati offerti dall’esperienza e dalla scienza. Due atteggiamenti, come noto, ben validi anche oggi. Alcuni studi comparativi sulle resistenze sociali hanno poi dimostrato come le critiche attuali siano pressoché identiche a quelle presenti centocinquanta anni fa nei volantini delle prime leghe antivaccinali, quali, ad esempio, l’idea che i vaccini causino malattie o siano inefficaci, che la loro diffusione sia dovuta agli interessi commerciali, che essi contengano componenti tossici, che vi sia omertà sul numero delle reazioni avverse e che uno stile di vita naturale sia più efficiente dei vaccini contro le malattie infettive.

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Vaccini e l’interessante provocazione: “gli antivaccinisti sono pagati da Big Pharma?”

Riporto un post interessante del nostro amico Roberto Burioni nella sua pagina Facebook, oggi 30 giugno 2016, in merito alle spese sostenute per i farmaci e per i vaccini:

Gli antivaccinisti sono pagati da Big Pharma?

L’epatite C è una malattia grave e pericolosa.

Contro questa infezione, per la gioia dei raglianti, non abbiamo un vaccino (disponibile invece – efficacissimo e sicuro – contro l’altrettanto grave e pericolosa epatite B, ma i nostri amici somari lo detestano e non lo somministrano ai figli e a loro stessi).

La gioia degli antivaccinisti non è tuttavia solitaria: è ampiamente condivisa da “Big Pharma”.

Proprio ieri è uscito il rapporto OSMED sulla spesa sanitaria 2015, dove è riportato quanto si spende per i diversi farmaci. Sono NUMERI, quindi, inoppugnabili e indiscutibili anche per dei fessi come i nostri somarissimi “genitori informati” e per i loro “medici”.

I farmaci per l’epatite C, contro la quale non abbiamo un vaccino, hanno venduto per un totale di 1 miliardo e 721 milioni di euro nel 2015.
Tutti i vaccini (proprio tutti presi complessivamente) hanno venduto per 317 milioni di euro. Pensate, hanno venduto meno della metà dei farmaci contro HIV (altro virus per il quale non abbiamo il vaccino) che hanno fatturato 672 milioni di euro.

Ripeto per i più sfortunati e lenti: nel 2015 farmaci anti HCV, 1,721 milioni di euro; farmaci anti HIV 672 milioni euro, vaccini 317 milioni di euro.

Cari antivaccinisti raglianti, non è che per caso è proprio Big Pharma a sponsorizzare le vostre associazioni e i vostri medici e a darvi dei soldi per non vaccinare i vostri figli e spingere la gente a non vaccinarsi?

Forse il modo di combattervi è imbastire una colletta e offrirvi di più?

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Big Placebo: molti soldi per nulla?

I fatturati di Big Pharma…

Tutti conosciamo, penso, i fatturati miliardari di Big Pharma e le probabili e a volte provate corruttele che girano intorno a una montagna di denaro stimata intorno ai 1000 miliardi di dollari all’anno [fonte]. Sono parecchi soldi e non è un caso che Big Pharma sia spesso bersaglio delle inchieste giornalistiche e della magistratura e di molti dei recenti movimenti di presa di distanza (ultimamente da parte di medici e i genitori contrari alle vaccinazioni).

Big Pharma fattura circa 1000 miliardi di dollari all’anno

Per reazione, queste stesse persone guardano con simpatia alle medicine alternative, che qualcuno ha chiamato Big Placebo [fonte], e in particolare all’omeopatia, che tra tutte le medicine alternative è quella più diffusa. Curiosamente, chi si oppone a Big Pharma lo fa spesso perché è scandalizzato dai profitti di queste imprese e quindi si rivolge ad altre industrie, che ritiene più “pulite” e meno interessate al denaro. E di solito non si parla dell’aspetto economico del mondo delle medicine alternative, come se queste pratiche fossero mosse da autentico e disinteressato spirito umanitario e non, esattamente come Big Pharma, anche dalla ricerca del profitto.

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