L’Occidente, nonostante tutto

Scrivo questo pezzo pochi mesi dopo la Brexit, all’indomani dell’elezione di Trump, con gli occhi rivolti ai fascismi crescenti in Europa e la preoccupazione per il destino delle prossime elezioni nel continente. In questo panorama, dove il populismo di destra sembra aver corroso il pensiero critico o l’idea stessa di una politica dei diritti e dell’eguaglianza sociale, sarebbe molto facile alzare bandiera bianca e ammettere che l’Occidente ha fallito in tutto. La nostra civiltà ha colonizzato il pianeta e l’ha disastrato con guerre e sfruttamento; ha schiacciato culture locali, esportato un capitalismo selvaggio, e globalizzato unicamente la diseguaglianza. In cambio ha ricevuto un nuovo terrorismo. Non è un caso che siamo finiti qui. Adorno e Horkheimer avevano ragione: il volto oscuro dell’Illuminismo, la sua volontà di dominio, governa il mondo. E invece Franco La Cecla, nel suo ultimo libro pubblicato da Elèuthera, invita a schierarsi esattamente sul lato opposto. Fin dal titolo: Elogio dell’Occidente.

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I professionisti dell’indignazione stanno rovinando la società

Quando ho visto per la prima volta Fight Club era già diventato un cult. Avevo diciassette anni e ricordo di averlo trovato molto noioso. Sarà perché quando hai tante aspettative è più facile deluderle, sarà perché non ho mai trovato interessanti i film che si presentano come una fonte di citazioni da usare come bio su Facebook, ma tant’è. Di tutto il film l’unica cosa che ricordo è quella frase iconica di Brad Pitt, pronunciata attraverso un megafono: “You are not a beautiful and unique snowflake; you are the same decaying organic matter as everyone, and we are all part of the same compost pile”.

A imprimerla nella mia memoria avranno contribuito sicuramente i vari ed eventuali riutilizzi che ne sono stati fatti, grazie al suo facile e allettante nichilismo da discount, ma evidentemente non è successo soltanto a me, dato che è tornata in auge recentemente battezzando nientemeno che una nuova tendenza socio-culturale della tanto bistrattata Generazione Y, o Millenial Generation. Con l’espressione snowflake generation però, in aggiunta al principio di base palahniukiano che ben si presta a scritte su muri e magliette, indichiamo un concetto che va ben oltre a un semplicistico relativismo ontologico di fondo.

L’espressione “Snowflake Generation” figura nella top 10 2016 del dizionario Collins, accanto a parole come “Brexit” “Trumpism”. La definizione è molto chiara e riassume perfettamente tutte quelle accuse mosse ai millennial negli anni, dall’essere choosy al preferire un investimento in toast all’avocado invece che risparmiare per il mutuo di una casa. “Mancanza di resilienza”, altro binomio fondamentale nei recenti dibattiti sul futuro del pianeta, in questo caso declinata come eccessiva inclinazione all’offesa, manifestata attraverso una serie di iniziative individuali e collettive volte alla sensibilizzazione del genere umano verso temi sociali che fino a ora erano stati trascurati, o che semplicemente non erano ancora emersi.

I millennial sono un po’ permalosi. Insomma, la generazione “Fiocco di neve” è figlia di un’educazione e di una serie di contingenze che l’hanno spinta ad autodefinirsi come insieme di esseri unici e ipersensibili a ciò che potrebbe in qualche modo mancare di rispetto alle loro rivendicate peculiarità. Non è difficile immaginare quindi che questa espressione sia stata prontamente utilizzata con sfumature dispregiative. L’alt-right, termine coniato dal nazista Richard B. Spencer per definire la nuova estrema destra americana che ha fatto di anime, meme e fascismo un movimento politico, per esempio, nel suo ampio e articolato vocabolario dell’odio e della derisione — come non ricordare SJW (Social Justice Warrior), ovvero chi si batte per i diritti civili di tutte le minoranze, o libtard ( “liberal” e “retard”), versione americana di sinistronzo — ha inserito snowflake per ridurre a uno stereotipo culturale i detrattori di Trump, così concentrati sul loro essere delicatamente speciali e predisposti all’indignazione da non poter tenere testa al maschio alfa per eccellenza.

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Antiscientismo è barbarie

Hic Rhodus

Uno dei modi per descrivere l’evoluzione della nostra specie riguarda la rappresentazione del mondo, da magica a scientifica, passando per forme religiose da “primitive” a evolute. Più o meno in questo modo:

Magia Animismo Politeismo Monoteismo Esoterismo Scienza

Preciso che moltissimi avranno da obiettare su questo schemino ipersemplificato utile per una presentazione preliminare del nostro tema. Chiarisco quindi che:

  • Magia: il mondo è incomprensibile e i poveri esseri umani delle origini cercavano di contenere l’angoscia del Sole che tramontava (sarebbe tornato?), dell’Inverno che arrivava (sarebbe cessato?), dell’antilope che fuggiva (sarebbero riusciti a cacciarla?) con pratiche (possedute da un iniziato) di dominio sulla natura. Compiamo un rito e il Sole tornerà; compiamo un sacrificio e l’Inverno passerà…
  • Animismo: la natura è animata da molteplici forze; il Sole tramonta e risorge perché possiede una sua coscienza; la Natura è benefica o matrigna a seconda della personalità e della volontà delle varie “anime”…

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L’intollerabile Signor “Ma …”

Ma: cong. [lat. magis «più»; v. mai] (radd. sint.). – 1. Congiunzione coordinativa avversativa, esprimente spesso esplicita contrapposizione al termine che precede, il quale è per lo più espresso negativamente […][1]

Poche cose danno più sui nervi di quei piccoli cagnetti petulanti che iniziano ad abbaiare per un nonnulla e che poi non la finiscono più.
Ecco, il complottista medio può di frequente esser accostato all’insopportabile bestiola quando assume alcune ben precise tipologie di comportamento.
Stavolta ci concentreremo su di una categoria particolarmente problematica che ho per l’occasione ribattezzato come “Signor ma.

È tristemente noto il fatto che di qualunque cosa si stia dissertando, il complottista mette spesso in campo tutte le tattiche possibili per tentare di vincere anche ove parrebbe impossibile.
In effetti, aderire alla modalità antropologica del “complottaro” implica essenzialmente una completa rinuncia al discorso razionale ed articolato secondo precise regole. È evidente che su quel terreno avrebbe inesorabilmente partita persa.
Ma dato che, come abbiamo detto più volte, al complottista non interessa il dialogo euristico [2], bensì la semplice sopraffazione dell’avversario con qualunque mezzo, se non può battervi direttamente cercherà di farlo attraverso il sotterfugio.

In che maniera riesce a fare ciò? Proviamo ad elencare alcune strategie messe in atto dal “Signor ma”.

1) “Io non sono X, ma …”: il nostro temporeggiatore è innanzitutto un vile e questo va detto subito per sgombrare il terreno da possibili fraintendimenti. Avvia ogni sua arringa con questa inevitabile formula che dovrebbe servirgli come lasciapassare per evitare di doversi assumere la responsabilità di ciò che dice.

“Io non sono contro i vaccini, ma …”

“io non sono contro i gay, ma …”

“io non sono contro la scienza, ma …”.

Partendo dal presupposto che il “Signor ma” è e resta sostanzialmente un complottista, notiamo come egli appartiene però a quella schiera contraddistinta da una certa prudenza che, consapevole dell’inaccettabilità delle proprie posizioni, vuol comunque portarle avanti nascondendole nella bambagia di una premessa apparentemente conciliante. Ma il segreto, si sa, sta tutto nell’avvesativa.

In quella innocua congiunzione il complottista trova una piccola e pidocchiosa trincea dalla quale sferrare i suoi attacchi contro un nemico che ha tutte le ragioni (generalmente anche scientifiche) dalla sua. Tutto ciò in un italianissimo tentativo di lanciare il sasso nascondendo la mano.

In certi tratti rammenta il Pilato di cui abbiamo già parlato in un precedente post [3], ma va detto che in quel caso l’equidistanza posticcia, seppur strumentale, è reale. Mentre nel caso del temporeggiatore l’equilibrio rappresenta unicamente un mascheramento, un mantello mimetico per nascondere le proprie vere intenzioni all’avversario.

2) “Tu affermi X, ma chi ci dice che non…”: come si è detto spesso, per far sì che un discussione porti a qualcosa vanno seguiti certi criteri e di sicuro uno di essi richiede di portare delle tesi precise, in maniera chiara e con prove a sostegno. Questo sarebbe il minimo della dotazione per potersi presentare davanti a qualunque interlocutore, proprio come è buona creanza non presentarsi mai a mani vuote a casa di amici.

E proprio su questo il complottista si distingue (negativamente): ignorando il filo logico del discorso ed infischiandosene degli argomenti dell’avversario, egli si limita ogni volta a controbattere non con argomenti precisi, che potrebbero ovviamente essere smentiti, bensì con generiche insinuazioni.
L’insinuazione in sé non richiede alcun impegno morale, è piuttosto elementare nella firma e non necessita di troppe prove a favore, ma soprattutto tenta subdolamente di spostare sempre la palla nel campo avversario cui verrà recapitato l’amaro calice dell’onere della prova [4].
In questo caso perciò il “ma” serve al temporeggiatore per creare delle crepe nel muro dell’interlocutore utilizzando come cuneo semplici calunnie e dicerie mascherate però da vere e proprie argomentazioni.

Chiaramente l’effetto collaterale più evidente derivante da un simile atteggiamento sarà quello di impantanare la discussione in una continua allusione priva di fondamento, quasi che dubitare in sé fosse molto più importante che appurare la verità di qualcosa.

Ma alla fin fine al complottista, nonostante tutte le sue roboanti affermazioni, della verità non importa granché. Egli ama assai di più galleggiare nelle molli praterie del dubbio fine a se stesso, ove lo scetticismo, privo di reale utilità epistemica, diviene mera postura ideologica (= dubitare di tutto tanto per il gusto di farlo).

3) “Ciò che dici è vero, ma va anche detto che…”: una terza, nefasta modalità di utilizzo del “ma” è quella di servirsene per saltellare qua e là durante la discussione ogni qualvolta le cose sembrino mettersi male.
La molla del meccanismo scatta al momento in cui si disinnesca un argomento del complottista temporeggiatore: a quel punto, invece di controbattere o approfondire, egli sceglie semplicemente di cambiare argomento e se anche questa volta vedrà la strada sbarrata gli basterà semplicemente spostare di nuovo il punto. E così via fino allo sfinimento.

Se di fronte ti ritrovi un antivaccinista e riesci a smentire ad esempio il mito dei metalli nocivi, egli salterà repentino sulla pista di BigPharma e se anche questa teoria dovesse essere smontata egli tirerà fuori dal cilindro le “colpevoli” ammissioni dei bugiardini.

È evidente che una simile condotta non potrà condurre da nessuna parte visto che il temporeggiatore continuerà a sfuggirci come il proverbiale coniglio bianco.

Di questo metodo dilazionatorio abbiamo già detto in precedenza [5], annotando come tra i principali nodi di tale atteggiamento vi sia quello di non capire che qualunque posizione presenta in sé un certo numero di argomenti e tra di essi non tutti possiedono il medesimo grado di rilevanza.
A questo punto è ovvio che il complottista non potrà continuare dir male dei vaccini affastellando voci ed insinuazioni senza soluzione di continuità quando le sue argomentazioni principali sono già state smentite.

Come detto altrove, di qualsiasi cosa non si può discutere all’infinito e si deve presto o tardi giungere ad una conclusione o quantomeno certificare l’impossibilità reale (e non immaginaria) di procedere oltre.
Questi tre punti sopra elencati ci restituiscono perciò un vero e proprio modello antropologico di ragionamento e comportamento che va saputo immediatamente identificare e disinnescare per non farsi trascinare nelle oppiacee spire dell’idiozia che costituiscono l’humus preferenziale del complottista medio(cre).

• Note:

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/ma1/

[2] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/62c1SMcrPRL

[3] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/ivNiccbUtsq

[4] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/CwYSyFpWyw9

[5] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/cGd5fVMMbZW

L’unico dato certo è quell’odio verso la statistica che smentisce i nostri pregiudizi

Pensavamo di essere surfisti sull’onda di un grande idea storica insieme a un popolo in rivolta e ci ritroviamo con una nostra insignificante idiosincrasia, una semplice emozione travestita da idea universale. Curioso poi che questa azione solvente della statistica sia a tutto campo e non risparmi nessuno. Un giorno colpisce una persona di simpatie conservatrici preoccupata per la perdita dell’identità culturale europea minacciata dalle immigrazioni. Arriva la statistica e dimostra che le cifre sono sempre meno catastrofiche di quel che si pensava.

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i genitori che contestano la Sanità italiana leggano qui

Hic Rhodus

Non che io abbia molte speranze sulla disponibilità di certi cittadini “liberi pensatori” a farsi convincere da fatti e numeri: si sarebbero già convinti. Proprio per questo, non aspettatevi un post traboccante dati e grafici, anche se ce ne sarà qualcuno: il ragionamento che proporrò sarà semmai diretto a spiegare perché, quando si parla di salute, noi cittadini “qualsiasi” dovremmo concentrarci su certe informazioni e ignorarne altre.

Sappiamo tutti cosa sta accadendo in Italia (e non solo): è in corso una specie di “insurrezione anarchica” concentrata sui temi della Sanità e, ancora più specificamente, sulle procedure per la tutela della salute dei bambini. Se, almeno per me, è stata una sorpresa la notizia di una puerpera che si rifiutava di far tagliare il cordone ombelicale del suo neonato “perché è contro le sue convinzioni” (evidentemente prevalenti rispetto alla vita del bambino), è invece ormai ben noto che molti genitori sono…

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Breve riflessione sulla scienza

Una breve riflessione su ciò che possiamo e dobbiamo chiedere alla scienza, per vincere la paura che troppi dimostrano di nutrire nei suoi confronti

Un amico si chiede da che cosa nasca questa rivolta antiscientifica, questo movimento che vede anche nella scienza un complotto ai danni della gente, e opporvisi lo interpreta come una contestazione del sistema attuale di poteri – politici, economici, sociali – che governano il mondo. Un altro amico cerca una risposta e avanza l’ipotesi, suggeritagli da Jung, che la perdita dei significati simbolici nella lettura del reale possa esserne la causa. Pasolini avrebbe parlato di perdita del senso sacrale della vita e del mondo, in una parola di perdita del sacro. Scomparse religioni e ideologie, subentrerebbero le illusioni di risposte immediate, semplici, a fenomeni che non si capiscono e, soprattutto, non si controllano. Poiché sono, queste, riflessioni che spesso hanno attraversato anche la mia mente, cerco di raccogliere le briciole di quanto ho elaborato tra me e me in proposito. Eccone un breve resoconto.

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