Ponzio Pilato ed il Ragionevole Estremista

Avete qualche timore per le ormai arcinote bolle del web [1]? No, chiaramente qui non si parla di nostalgici draghetti colorati, quanto piuttosto della endemica tendenza degli utenti di internet a polarizzarsi fortemente su determinate posizioni, rendendosi così impermeabili a tutte le informazioni contrarie alle proprie credenze.
Chiaramente questo fenomeno, molto analizzato di recente, rappresenta un vero problema ed un grave limite per dibattiti di grande ampiezza. Non ci può essere vero scambio tra individui refrattari alla comunicazione se non in maniera (inutilmente) unidirezionale.

Ma di questo già si occupano in lungo e in largo esperti di ogni latitudine e longitudine.

In realtà, in questo ben più modesto scritto si vuole approfondire più che altro una figura antropologica che si trova all’opposto diametrale rispetto al fenomeno della bolla.
Per aiutarci nel prosieguo dell’esposizione, potremo soprannominare i rappresentanti della suddetta categoria come Ragionevoli Estremisti (RE), ma per poterlo inquadrare adeguatamente non ci sarà niente di meglio che ricorrere ad un bell’esempio biblico citando la nota figura di Ponzio Pilato [2].

Chissà cosa avrà provato il suddetto procuratore romano nel giudicare il suo famoso imputato e chissà quali motivazioni avranno sorretto il suo proverbiale “non-verdetto”?
A noi non servirà appurare la verità o meno del fatto in sé e dei suoi risvolti filosofici, quanto piuttosto utilizzare l’immagine canonica del personaggio per esporre un certo atteggiamento massimalista che in molti assumono nei confronti di questioni spinose e dibattute. Ma andiamo con ordine.
Se è vero, ed è proprio così, che internet si rimpinza fino alla tracimazione di dispute di ogni foggia e colore, altrettanto vero è che ad ogni sanguinoso duello le rispettive posizioni si irrigidiscono ponendo così sul campo due fazioni sempre più nettamente separate.

Tra i due estremi capita sempre più spesso di incontrare però una terza figura che pare acquisire sempre più campo via via che le posizioni in gioco si fanno più distanti, ovvero proprio quella del RE.
Come accade per la famosa pastiglia di Pinocchio, egli fa la sua comparsa nella discussione sfruttando una zuccherosa copertura fatta di una (apparente) ragionevole medietà che li distingue nettamente rispetto agli interlocutori in campo.
“In medio stat virtus” pare volerci dire con quel suo faccione ieratico e quell’aria da antico censore. Egli sprizza modestia da tutti i pori: ascolta e annuisce in maniera grave e comprensiva. Non si affanna più di tanto ed aborre compromettersi con una qualunque delle posizioni portate dagli interlocutori. Questo perché egli sa bene ed in anticipo quale sarà in ogni caso l’esito del suo intervento: nessuno.

Avete letto bene: nessuno. Zero, nisba, niente di niente ecc

Per quanto vi sbracciate con numeri, tabelle e sillogismi vari egli rimarrà in ogni caso refrattario a qualunque argomento perché egli obbedisce ad un’unica divinità, l’equidistanza fine a sé stessa.
Il RE, in effetti, non persegue uno vero scopo all’interno della discussione come tutti gli altri, ovvero dimostrare come vera la propria posizione attraverso prove e ragionamenti. Egli utilizza piuttosto la disputa come palcoscenico per ostentare la propria virtù, incurante di dove stia o meno la verità. Quella a lui non interessa in quanto ne è già in possesso a priori: la sua impermeabilità ad assumere una qualsiasi posizione è già quanto gli basta sapere per sentirsi in diritto di elargire sonore bacchettate a destra e a manca.

“Io non mi schiero mai”, “dubito sempre di tutto e di tutti” o “voglio essere sicuro al 100%” sembra dirci il RE ad ogni passo anche senza bisogno di affermarlo direttamente.

Questo è il suo motto. Ma la moderazione che ostenta è solo zucchero sopra la pillola come detto. Il suo relativismo di maniera, rinunciando ad impegnarsi nella ricerca della verità, lo condanna paradossalmente alla marginalità.
Questo perché restare su di un piano di valori secondo il quale tutte le argomentazioni hanno la stessa importanza, equivale in realtà a dire che nessuna di esse conta davvero.
Ed in apparenza non si potrebbe che dargli ragione: quante volte ci siamo accorti di aver frainteso un’informazione o di aver agito in maniera errata a causa di una nostra ignoranza? La prudenza e la moderazione son sicuramente da considerare nobili valori soprattutto in un momento di così fitti eccessi dialettici. Basta ovviamente che tale atteggiamento non diventi una postura e che la suddetta prudenza non risulti più che altro una scusa per l’inazione o, anche peggio, per paralizzare posizioni a noi sgradite.

Va peraltro notato come esistano numerose varietà di questa nuova “specie”: una di esse è ad esempio lo scettico massimalista, ovvero quello che per principio dubita di tutto. Atteggiamento lodevole fino a quando non si finisce per appiattire tutte le conoscenze sullo stesso livello: il dubbio che da strumento diviene in pratica oggetto dell’indagine stessa.
Parente stretto dello scettico massimalista è il prudente ad oltranza, ovvero colui che non se la sente di avallare alcunché anche in presenza di prove convincenti. La sua arma segreta è il principio di precauzione [3]. E potremmo proseguire ancora a lungo con l’elencazione.

In realtà, per quanto apparentemente diverse, tutte queste tipologie di interlocutore afferiscono ad un’unica radice antropologica che ha come proprio principio una grottesca distorsione del concetto di ragionevolezza. Certo, anche i bambini sanno che nessuno potrà raggiungere una certezza definitiva ed inscalfibile a proposito di alcunché, ma ciò non vuol dire che si debba per forza cadere in un mortifero relativismo ove tutte le conoscenze si equivalgono.

Questo potrebbe essere un primo limite, epistemologico, del RE. Ma vi è pure un problema di carattere pragmatico nella sua ragionevolezza oltranzista ed è peraltro abbastanza evidente. Ogni confronto tra posizioni diverse si ripropone uno scopo ben preciso che non coincide assolutamente con la semplice attività agonistica verbale. Detto altrimenti: si deve giungere ad una conclusione, seppur limitata nella portata e nella certezza. In una contesa qualcosa deve sempre venirne fuori sul versante della discriminazione tra il vero e il falso, ove chiaramente sussistano prove sufficienti per poterlo appurare. In caso contrario sarà necessariamente più saggio astenersi dal giudicare.

La dialettica tra individui è un’attività conoscitiva e per poterlo essere davvero non può rinunciare a emettere giudizi e compiere discriminazioni. In tal senso non potrà prescindere dal servirsi di unità di misura fondamentali, per valutare la realtà, quali i concetti di vero o falso.

Va da sé che il fatto stesso di emettere un giudizio o prendere posizione ci espone sempre al rischio dell’errore, spesso anche grave dati i parziali mezzi cognitivi che la natura ci ha messo a disposizione.
Accettare di correre dei rischi prevede precisamente di assumersi delle responsabilità ed è per l’appunto questo che il RE vuole in realtà evitare. Perciò, egli tenta di dare libero sfogo al proprio narcisismo evitando nel contempo di sporcarsi le mani. Dal suo pulpito egli può così biasimare senza correre il rischio di essere biasimato.

Quanto detto sopra non deve essere chiaramente letto come un elogio della faziosità e dell’intolleranza. Ci mancherebbe. Quello che si cerca di dire è che certi atteggiamenti estremi non possono certo esser superati attraverso un equilibrio di facciata, unicamente rivolto ad evitare lo scontro ove invece risulta necessariamente inevitabile.

Perché per quanto possa essere educata e moderata, la disputa resta pur sempre un duello tra punti di vista diversi ed in tal senso può essere utile o inutile all’approfondimento della verità, come un qualunque altro strumento umano. Disinteressarsi dell’ovvia necessità di chiarire cosa sia vero e cosa invece no pare invece un poco nobile tentativo di “avere ragione senza dover portare ragioni”. Se la moderazione, lo scetticismo, la prudenza ecc, da semplici strumenti passano ad essere l’unico scopo della discussione ecco che si precipita in un vuoto chiacchierare fine a se stesso.

Detto in breve: spesso e volentieri, non prendere una posizione è già di per sé una decisione, apparentemente sgravata della responsabilità della scelta. Ma lasciare sempre la palla agli altri si rivela a prescindere un atteggiamento pericoloso. Proprio come il biblico procuratore, il RE si disinteressa della sorte dell’imputato e se realmente stia per essere o meno perpetrata un’ingiustizia. Per questa curiosa categoria intellettuale è assai più importante poter esibire il proprio mirabolante buonsenso, mirando primariamente a non farsi coinvolgere in alcun modo. Rivolgendo ogni sforzo al mantenere pulite le proprie mani, mentre la sozzura (quella vera stavolta) finisce per accumularsi tanto nella mente quanto nella coscienza.

 

• Note:

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/TMyVCGgZaQv

[2] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ponzio_Pilato

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Come provare cose con le parole

Dario Berti - Filosofia

Definire

Dare una definizione significa stabilire le proprietà che un oggetto deve avere per essere chiamato con un certo nome. Ad esempio, dare una definizione di triangolo significa stabilire quali proprietà deve avere un oggetto per essere chiamato “triangolo”. Nel caso del triangolo, la definizione è qualcosa del tipo: poligono con tre lati e tre angoli. Se un oggetto è un poligono con tre lati e tre angoli, allora lo chiameremo “triangolo”. Naturalmente, le definizioni sono totalmente arbitrarie, perché non c’è nessuna ragione per cui un poligono con tre lati e tre angoli debba essere chiamato proprio “triangolo”. Potremmo benissimo decidere di usare la parola triangolo per denotare i cavalli.

Supponiamo allora che qualcuno ci venga a dire che la nostra definizione di triangolo è sbagliata perché, in verità, un triangolo è un mammifero a quattro zampe che nitrisce. A costui potremmo rispondere che se gli piace usare la parola…

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Un drago nel mio garage

«Nel mio garage c’è un drago che sputa fuoco». Supponiamo (sto seguendo un approccio di terapia di gruppo praticato dallo psicologo Richard Franklin) che io vi dica seriamente una cosa del genere. Senza dubbio voi vorreste verificarla, vedere il drago con i vostri occhi. Nel corso dei secoli ci sono state innumerevoli storie di draghi, ma nessuna vera prova. Che opportunità fantastica!

«Ce lo mostri», mi dite. Vi conduco nel mio garage. Voi guardate e vedete una scala, dei barattoli vuoti, un vecchio triciclo, ma nessun drago. «Dov’è il drago?» chiedete. «Ah, è proprio qui», vi rispondo, facendo dei cenni vaghi. «Dimenticavo di dirvi che è un drago invisibile». Voi proponete di spargere della farina sul pavimento del garage per renderne visibili le orme. «Buona idea», dico io, «ma questo è un drago che si libra in aria». Allora proponete di usare dei sensori infrarossi per scoprire il suo fuoco invisibile. «Idea eccellente, se non fosse che il fuoco invisibile è anche privo di calore». Voi proponete allora di dipingere il drago con della vernice spray per renderlo visibile.

«Purtroppo, però, è un drago incorporeo e la vernice non fa presa su di lui». E così via. A ogni prova fisica che voi proponete, io ribatto adducendo una speciale spiegazione del perché essa non funzionerà.

Ora, qual è la differenza fra un drago volante invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco privo di calore e un drago inesistente? Che senso ha la mia asserzione dell’esistenza del drago se non esiste alcun modo per invalidarla, alcun esperimento concepibile per confutarla? Il fatto che non si possa dimostrare che la mia ipotesi è falsa non equivale certo a dimostrare che è vera. Le affermazioni che non possono essere sottoposte al test dell’esperienza, le asserzioni non «falsificabili», non hanno alcun valore di verità, per quanto possano ispirarci o stimolare il nostro senso del meraviglioso. Quello che io vi chiedo, dicendovi che nel mio garage c’è un drago, è in pratica di credermi sulla parola, in assenza di alcuna prova.

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Accusa del Complottismo

Lo Strano Anello

Mi capita giusto oggi sotto gli occhi un articolo dal titolo che è tutto un programma: apologia del complotto.
Non potevo esimermi dal rispondervi, perché esprime un modus cogitandi che già altre volte ho incrociato e che necessita di vigorosa correzione.
Riassumendo tantissimo (ma vi invito a leggere), l’autore, Alessandro Lolli, risponde ad un altro articolo di Emanuele Giusti su L’Eco del Nulla. Emanuele è colpevole, secondo l’autore dell’apologia, di combattere il complottismo con troppa foga e assumendo colori politici. Sostiene Alessandro, dunque, che il debunking venga utilizzato come arma per supportare alcune parti politiche attraverso la costruzione di un simulacro di verità scientifica e la delegittimazione dell’avversario in quanto “complottista”, e dunque sciroccato. Si sorprende, infine, che il discorso anticomplottista sia particolarmente fiorente in Italia, dove effettivamente esiste evidenza storica di alcuni “complotti” reali mirati a nascondere al pubblico delle verità scomode al potere.
Come dicevo, ho già…

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Il Piccione Colpisce Ancora

Il successo di una metafora è certamente determinato dalla frequenza con la quale viene utilizzata: in tal senso l’immagine del Piccione e della Scacchiera riproduce assai fedelmente un andamento assai frequente nelle quotidiane conversazioni.
Del senso principale della metafora si è parlato già approfonditamente in un precedente post [1], di conseguenza stavolta si tenterà di andare ancora un po’ oltre nella sua eviscerazione, per verificare se sia possibile trarne ulteriori insegnamenti.

Nel precedente intervento si era paragonata la situazione del Piccione a quella di un individuo che tenti di comunicare ignorando le fondamentali regole logiche e pragmatiche che sarebbe invece necessario utilizzare in questi casi.
Stavolta vorrei puntare invece l’attenzione sui due membri di quest’immagine, ovvero il Piccione e la Scacchiera, provando ad approfondire il senso reale del loro ruolo dal punto di vista del ragionamento e della comunicazione.
Questo perché, se accettiamo l’idea di una metafora che vada oltre il mero sberleffo, possiamo identificare nelle due figure altrettante tipologie di pensiero e di complessivo atteggiamento nei confronti della realtà.

Il Piccione: non è un caso che sia stata scelta una simile bestiola per rappresentare l’ottuso interlocutore. Similmente all’animale egli ragiona ad un livello intuitivo, poco articolato ed assai limitato dal punto di vista sia logico che spazio-temporale.
Il suo comportamento, proverbialmente tutt’altro che acuto e decisamente meccanico, esemplifica abbastanza bene quella modalità semplificata dell’intelligenza che spesso abbiamo collegato al Sistema 1 di Kahneman [2]. Chiaramente si tratta di un accostamento abbastanza forzato ma serve comunque a farsi un’idea di ciò di cui si sta parlando.

L’interlocutore ottenebrato, proprio come una specie di Piccione ipersviluppato, si contraddistingue per i seguenti aspetti:

– compie inferenze e valutazioni fin troppo semplificate e spesso distorte da credenze e pregiudizi suoi ed altrui;

– subisce fortemente il peso dell’emotività e fatica a raggiungere un minimo di equilibrio ed oggettività;

– vive immerso in un mondo dall’orizzonte ristretto, impedito da strumenti cognitivi decisamente limitati;

– valuta le conoscenze in base a criteri strettamente individuali che estrapola da esperienze sostanzialmente aneddotiche;

– è allergico a qualunque “metodo”, inteso come insieme rigoroso di norme e regole utili ad ottenere determinati risultati;

– agisce di frequente in maniera meccanica e prevedibile in base ad una sorta di schema stimolo – risposta codificato;

– è facilmente influenzabile da fattori esterni.

La lista potrebbe proseguire a lungo ma ci fermeremo qui.

Questa breve sintesi può servire ad inquadrare gli effetti collaterali del suddetto Sistema 1, un insieme di processi mentali e cognitivi di estrema utilità per la gestione della realtà ad un livello estremamente semplificato, ma che mostra la corda non appena l’orizzonte si espande un po’ oltre quello individuale.

Se paragoniamo il nostro cervello ad un computer il problema parrebbe essere, in questo caso, il software utilizzato: quando ragioniamo o comunichiamo come un Piccione noi scegliamo di ricorrere ad un programma estremamente rapido e semplice ma nel contempo pure estremamente difettoso. Possiamo riferirci a questa modalità di funzionamento della mente come Piccione Pensiero (PP).

Va qui precisato un aspetto determinante: il vero problema del PP non è tanto la sua propensione a generare errori (non esistono processi esenti da imperfezione) quanto la sua incapacità a rilevarli e correggerli.

Il PP non possiede insomma gli strumenti metacognitivi per superare le proprie inevitabili tare e i problemi di funzionamento. Egli è strutturalmente legato ad una dimensione epistemica estremamente ristretta, senza alcuna possibilità di uscirne.
Da questo punto di vista tutto ciò che esula dall’immediatezza della propria esperienza diretta e quotidiana finisce per generare difficoltà e diffidenza nell’individuo Piccione, che finisce ancor più per rintanarsi nella propria safety zone mentale [3].
In questo contesto è inevitabile che il Piccione, per formarsi un’idea su qualcosa, non ricorra in genere ad alcuna fonte strutturata e preferisca invece lasciarsi trasportare dalla corrente che casualmente punta sempre in direzioni concordanti con le sue opinioni di partenza.

Ne consegue anche che, rinunciando a ragionare secondo le regole minime della logica, le inevitabili distorsioni che affliggono i suoi pensieri divengono giocoforza inattaccabili.
Il Piccione si autodefinisce spesso un vero scettico, ma in sostanza si comporta come il peggiore dei dogmatici.
Da tutto ciò possiamo dedurre una semplice conclusione derivante dall’adottare una “modalità Piccione” del ragionamento: se è il pensiero a darci la possibilità di agire sulla realtà, il limitarsi a pensare in tal maniera ci confina in sfera assai ristretta impedendoci di vedere aldilà nostro proprio naso (o becco).
In poche parole, il PP induce il pennuto all’isolamento conoscitivo e di conseguenza anche a quello comunicativo.
Il suo ritrovarsi perciò estraneo a quell’insieme di regole che è simboleggiato dalla scacchiera gli impedirà sia di comprendere adeguatamente il Mondo che di scambiare informazioni con gli altri in maniera proficua, lasciandolo in balia di ogni tipo di credenza errata.

Arriviamo così ad un altro problema derivante da questo pericoloso quanto comune atteggiamento e cioè la capacità del Piccione di produrre false credenze. Ma di questo si scriverà nel prossimo post.

▪ Note :

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/ALa8NYe1ymH

[2] https://dialogobohmiano.wordpress.com/2015/04/27/pensieri-lenti-e-veloci-kahneman/

[3] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/TMyVCGgZaQv

“Falsi Amici” e Conclusioni Affrettate

<<I false friends in linguistica sono quei lemmi o frasi di una certa lingua che, pur presentando una notevole somiglianza morfologica e/o fonetica e condividendo le radici con termini di un’altra lingua, hanno preso significati divergenti.[1]>>

Appare davvero difficile che un neofita dell’anglosassone linguaggio non resti impigliato almeno una volta in un actually o un parents, realizzando così sulla sua pelle quanto sia fluida ed infingarda a volte l’evoluzione linguistica.
Non è un mistero che il cervello operi soprattutto tramite analogie e somiglianze, alla ricerca di una familiarità che in più di un’occasione lo porta in ingannarsi, come nel caso in oggetto.

A questo punto, con un poderoso salto, proviamo a tracciare una sorta di parallelismo tra il concetto di false friends e quanto accade quotidianamente tra individui che comunicano, esprimono giudizi e prendono decisioni.

A lume di naso possiamo innanzitutto ammettere che per fare la spesa o prenotare un albergo online non ci siano necessarie le funzioni intellettive più elevate del nostro cervello. Per le comuni routine quotidiane è più che sufficiente ricorrere ad un pugno di semplici regolette che ci permettono di ottenere risultati soddisfacenti pur senza dover spremere troppo le meningi. Si tratta di un retaggio ancestrale della nostre mente che migliaia e migliaia di anni fa poteva permettersi pure il lusso di farci sopravvivere seppur digiuni di logica e matematica.
Per distinguere questa forma di ragionamento semplificato da, ad esempio quello scientifico, in genere si ricorre alla definizione di “Senso Comune”.
Una classica inferenza condivisa sia dalla logica che dal senso comune è ad esempio il modus ponens che funziona grossomodo così [2]:

Se piove, allora la strada è bagnata;

Piove;

La strada è bagnata.

In questo caso tutti sono soddisfatti: il ragionamento è valido logicamente e ci appare pure come evidente. Logica e sentimento si trovano perciò a concordare.
Tutto bene allora? Eh, in realtà parrebbe proprio di no!
Perché in effetti l’esperienza ci insegna che può il nostro Senso Comune ha la tendenza ad avallare bellamente pure ragionamenti del tipo:

“Se piove, allora la strada è bagnata. La strada è bagnata. Dunque piove.”

Lo schema logico di questo argomento è il seguente:

Se A allora B
B
allora A

<< Il passaggio non è garantito dalle leggi logiche per cui un’implicazione è equivalente alla propria contronominale ma non alla propria inversa: difatti, la strada potrebbe essere bagnata perché qualcuno ci ha gettato una secchiata d’acqua [3].>>

Questo comune errore di logica si base viene definito usualmente come affermazione del conseguente. Non mi soffermerò sui dettagli tecnici mentre invece varrà la pena di sottolineare un altro punto determinante, ovvero perchè sia così facile, per il nostro cervello, cedere a queste pericolose lusinghe.

Va detto che per motivi di economia selezionati nel tempo la nostra mente predilige nettamente le modalità di ragionamento più parsimoniose e questo di per sé, visto il consumo di energie richiesto dal nostro più importante organo, non può esserci che utile nel disbrigo delle operazioni più comuni.
Il ragionamento sopra esposto viene da noi accettato così agevolmente proprio perché ci sembra il migliore ed è proprio qui che occorre l’inghippo. In effetti la nostra “tara congenita” ci porta ad economizzare sulle inferenze a prescindere e di conseguenza a preferire soluzioni più agevoli, seppur dannose in più di un’occasione. Questo spiega come ma sia così facile cadere nella versione logica dei false friends.
Noi desideriamo, più o meno volontariamente, che la ricerca della verità sia sempre una strada in discesa, perfettamente allineata con le nostre capacità, cosa che renderebbe il pensiero un processo relativamente semplice e lineare. Tutto ciò poteva forse essere vero un tempo, quando la quantità di informazioni da elaborare era estremamente più bassa di quella attuale. Ma le cose sono cambiate e non di poco.

Perciò, ritornando al principio dell’articolo, proprio come il neofita dell’inglese può incorrere in clamorosi abbagli a causa dei false friend linguistici, così chi ricorre al Senso Comune prende di frequente dei grossi (e pericolosi) granchi a causa di false friend del ragionamento proprio come nel caso sopra esposto.

E la questione merita di essere presa in seria considerazione dato che non sempre si ha a che fare con inferenze così semplici da esaminare e, soprattutto, spesso si debbono affrontare argomenti assai più seri ed importanti del meteo o di una strada bagnata.

[1] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Falso_amico

[2] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Modus_ponens

[3] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Affermazione_del_conseguente

Congiuntivo in calo, nessun dramma La Crusca: la lingua è natura, si evolve

Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, linguista, filologo, lessicografo, autore, con Vittorio Coletti, di un fortunato Dizionario della lingua italiana, nel tono confidenziale più adatto a una materia che si intende porgere in modo piano attraverso dieci «dialoghi» e altrettanti «inviti», ma senza semplificazioni eccessive, Sabatini espone subito la tesi del libro rivolgendosi a un lettore vicino e curioso: «Sapevi che, quando avevi tre o quattro anni, il tuo cervello aveva già fatto silenziosamente l’“analisi grammaticale” e l’“analisi logica” (come poi si chiamano a scuola) dei discorsi captati dal tuo orecchio?». Sabatini sa come si comunica con i non addetti ai lavori, del resto ogni domenica, a «Unomattina», offre ai telespettatori un «pronto soccorso linguistico» che oltre a dare consigli grammaticali è anche una sorta di percorso storico-culturale.

Cominciamo dalla fine (del libro) sgombrando il campo dal buon uso. Ci sono quattro psicodrammi del parlante italiano: «Casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno», li definisce Sabatini. Quali sono? L’eterna questione del congiuntivo, difeso con appelli e impegnate campagne di salvaguardia. Ebbene, il presidente onorario della Crusca invita a una «minore schizzinosità». Nei costrutti indipendenti il congiuntivo resiste, per esempio nella frase: «Sapessi che dolore!». Nelle frasi cosiddette «completive» tende a essere sostituito dall’indicativo: «credevo che stesse» diventa spesso «credevo che stava», ma è un’alternanza presente sin dalle origini della lingua italiana (risale a Dante e anche più indietro). Idem in certe subordinate, tipo: «Se mi chiamavi, venivo ad aiutarti». È la tendenza del parlato: non facciamone un dramma. «In inglese, in spagnolo e in francese il congiuntivo non c’è più — ricorda Sabatini — diciamo che l’alternanza segna una differenza di stile non di correttezza, come per prima disse, sessant’anni fa, una filologa rigorosissima, Franca Ageno».

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