Se siamo nati per credere, da dove vengono gli atei?

Perché milioni di persone non credono nell’esistenza di entità sovrannaturali? Si tratta di una domanda relativamente nuova per la ricerca scientifica. Per molto tempo infatti i ricercatori si sono occupati solo della domanda complementare: perché in tutte le culture umane si sono sviluppate e diffuse credenze nel sovrannaturale e in particolare credenze religiose? E per molto tempo tale domanda ha trovato risposta nella tesi secondo cui le credenze religiose svolgono una funzione sociale adattativa, cioè favoriscono la cooperazione, l’altruismo, e la coesione nei gruppi (Bering, 2006; Wilson, 2003). È una tesi plausibile ma, come tutte le spiegazioni funzionali dei fenomeni religiosi, limitata. È possibile infatti che le credenze religiose contribuiscano al mantenimento dei legami sociali: credere in una divinità che punisce i comportamenti non sociali può rendere meno probabili questi ultimi, aumentando così la fiducia tra i membri di un gruppo. La loro presunta funzione sociale, però, non ne spiega l’origine. Credere in un’autorità secolare che punisce i comportamenti non sociali potrebbe ugualmente renderli meno probabili. Perché allora la selezione naturale, per favorire la vita sociale, avrebbe sviluppato proprio le credenze religiose?

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Evoluzione e progresso

Spesso, parlando di evoluzione a chi non ha studiato questa materia, mi sento porre domande come:“Ma se l’uomo discende dalla scimmia allora perchè le scimmie non si sono evolute tutte in uomini?”. Questa domanda deriva da alcuni errori, purtroppo abbastanza comuni, nell’interpretazione della teoria darwiniana. Bisogna chiarire infatti che il termine “evoluzione” non è affatto sinonimo di “progresso”, come spesso viene utilizzato.

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La macchina dell’attrazione

Le ragioni che determinano una propensione estetico-sessuale verso caratteristiche anatomiche estremizzate piuttosto che prototipiche, così come documentato da numerosi studi condotti nella nostra ed in altre specie animali (Andersson 1982; Thornhill e Gangestad, 1993; Johnston e Franklin, 1993; Perrett et al., 1998), possono essere rintracciate nel diverso funzionamento dei meccanismi di selezione sessuale e naturale. Quest’ultima, infatti, che viene considerata come il principale fattore di modificazione delle frequenze alleliche di una popolazione, assume generalmente un carattere stabilizzatore, tendendo a produrre uniformità fenotipica attraverso l’eliminazione delle forme più estreme. Viceversa, la selezione sessuale è caratterizzata dalla sua funzione direzionale e talvolta divergente che si esplica nel favorire l’incremento proporzionale di una specifica caratteristica estrema parallelamente al graduale decremento della caratteristica estrema opposta. Le conseguenze più evidenti della selezione sessuale dipendono anche dalla diversa dimensione delle cellule germinali nei due sessi: i maschi producono infatti una gran quantità di spermatozoi piccoli e mobili, mentre le femmine poche uova grandi e ricche di materiale nutritivo. Tali differenze tra i gameti sono quindi alla base dello sviluppo della variabilità sessuale per quanto riguarda il comportamento e la morfologia. Indipendentemente dalle ragioni che hanno determinato il dimorfismo anatomico-strutturale delle cellule germinali, la sua esistenza costituisce di per sé il terreno fertile per l’azione della selezione sessuale che guida i maschi ad una reciproca competizione e conduce le femmine ad un oculato investimento delle proprie risorse preziose.

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War in the womb

What sight could be more moving than a mother nursing her baby? What better icon could one find for love, intimacy and boundless giving? There’s a reason why the Madonna and Child became one of the world’s great religious symbols.

To see this spirit of maternal generosity carried to its logical extreme, consider Diaea ergandros, a species of Australian spider. All summer long, the mother fattens herself on insects so that when winter comes her little ones may suckle the blood from her leg joints. As they drink, she weakens, until the babies swarm over her, inject her with venom and devour her like any other prey.

You might suppose such ruthlessness to be unheard-of among mammalian children. You would be wrong. It isn’t that our babies are less ruthless than Diaea ergandros, but that our mothers are less generous. The mammal mother works hard to stop her children from taking more than she is willing to give. The children fight back with manipulation, blackmail and violence. Their ferocity is nowhere more evident than in the womb.

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Tra contingenza e vincoli: le predizioni evoluzionistiche

Rispolveriamo una vecchia questione epistemologica: la biologia evoluzionistica è capace di “fare predizioni”? Fare predizioni è un requisito di scientificità. Si tratta dell’altra faccia della falsificabilità, essendo una predizione un tentativo di falsificazione: il modello viene messo in gioco attraverso controlli ripetuti delle implicazioni inferibili. Una predizione fallita è una falsificazione di cui tener conto. Una predizione di successo suggerisce invece che il modello esplicativo è in grado di agganciarsi alla realtà, anche se non implica deduttivamente la conferma definitiva della teoria, bensì una sua progressiva corroborazione.

La questione se i modelli elaborati dai biologi evoluzionistici siano predittivi assume dunque un valore da un lato epistemologico, perché serve a stabilire la scientificità di tale lavoro, e dall’altro euristico, perché permette di individuare percorsi più fruttiferi di altri verso i quali avventurarsi.  Il problema è che le predizioni deterministiche sono relativamente semplici all’interno di sistemi con pochi componenti e soggetti a poche leggi che ne governano l’interazione. Questa capacità di elaborare modelli del futuro in modo determinato è preclusa alla biologia evoluzionistica perché la molteplicità di processi ed elementi interagenti è troppo alta per poter essere calcolata e giungere a un risultato preciso.

Dovrebbe con ciò essere compromesso lo statuto di scientificità della disciplina?

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