Fenomenologia del Complottismo (Volume Primo)

Ci eravamo lasciati ponendoci la seguente questione: quali elementi connotano essenzialmente il pensiero complottista? Abbiamo avviato questo discorso prendendo per buoni fondamentalmente due punti:

1) il complottismo non è una questione tanto di tipo o di contenuto quanto di metodo. In tal senso un vegano può essere tranquillamente equiparato, ad esempio, ad uno sciachimichista.

2) Il ‘metodo’ adottato dal complottista è del tutto difforme rispetto a quello razionale (logico o scientifico) e lo si può definire tout court come un non – metodo basato su meccanismi intuitivi e fallaci.

È evidente che il punto (1) dipende strettamente dal (2): aldilà dell’eterogeneità degli argomenti trattati, differenti gruppi sociali presentano più di una similitudine nei modi di intendere e ragionare. Se immaginassimo le varie categorie in oggetto come degli insiemi, vedremmo numerose e frequenti intersezioni se non proprio sovrapposizioni complete.
Esemplificando perciò non desterà sorpresa il sostenitore di medicine alternative crederà pure al complotto di BigPharma e non ci si dovrà stupire delle curiose convergenze tra animalisti e pseudoscienze [1].

Come abbiamo già visto, a creare questa comunanza apparentemente priva di logica è per l’appunto proprio l’assenza di logica, intesa come corruzione metodologica del procedimento conoscitivo.

Cominciamo perciò la lunga disamina dei processi mentali complottisti che ci permetterà di comprendere quello che d’ora in poi chiamerò ‘modalità di ragionamento complottista’ (MRC), da intendersi come contrapposta alla ‘modalità di ragionamento razionale’ (MRR).

Usualmente col termine ‘ragionamento’ si intende la seguente definizione [2]:

“Il ragionamento è il processo cognitivo che, partendo da determinate premesse, porta a una conclusione, facendo uso di procedimenti logici. Le principali tipologie di ragionamento, secondo ottiche diverse, possono essere l’induzione, la deduzione, l’abduzione.”

Perciò appare evidente che in un ragionamento si palesano essenzialmente tre elementi: le premesse, le conclusioni e il ‘motore logico’, dove con quest’ultimo termine si intende quell’insieme di regole coordinate che permettono di processare in maniera proficua le informazioni.
Le tre regole principali che permettono al suddetto motore di funzionare sono per l’appunto quelle enumerate nella definizione e comprendono la maggior parte delle operazioni che avvengono nel cervello ragionatore.
Il problema è che, come è capitato di vedere diverse volte, la loro semplice applicazione lineare non garantisce necessariamente che a premesse vere corrispondano conclusioni corrette. Entrano in gioco, in realtà, altri fattori da valutare.

Il buono o cattivo andamento di un ragionamento dipenderà perciò da come facciamo funzionare l’insieme complessivo delle componenti del suddetto ‘motore’. Proprio nella discriminazione tra un funzionamento efficace o meno del sistema troviamo il discrimine tra il MRR e il MRC.

Entrando più nel dettaglio vediamo che questa distinzione ricalca abbastanza fedelmente quella ben più famosa, delineata da Kahneman e Tversky, tra sistema 1 e sistema 2. Ne abbiamo già parlato, ma sarà utile riproporre di seguito una breve ed efficace sintesi ripresa dal blog dialogobohmiano [3]:

“Le etichette di sistema 1 e sistema 2, coniate in origine dagli psicologi Keith Stanovich e Richard West (2000) otto anni dopo la scomparsa di Bohm, sono oggi ampiamente usate in psicologia, a volte indicate più brevemente con le sigle S1 e S2. Si riferiscono alla teoria del doppio sistema di pensiero, sostenuta da almeno un ventennio da molti autori. Lo psicologo israeliano Daniel Kahneman, docente a Princeton e premio Nobel nel 2002, ne ha fatto oggetto di un best-seller intitolato Thinking, Fast and Slow (tr. it., Pensieri lenti e veloci, Arnoldo Mondadori, Milano 2012) [4].

Definisco il sistema 1 come impressioni e sensazioni che originano spontaneamente e sono le fonti principali delle convinzioni esplicite e delle scelte deliberate del sistema 2. Le operazioni automatiche del sistema 1 generano modelli di idee sorprendentemente complessi, ma solo il sistema 2, più lento, è in grado di elaborare pensieri in una serie ordinata di stadi.” — (Kahneman 2011)

[…] Vediamo come Kahneman caratterizza i due sistemi.

Sistema 1 (S1). Opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario. Oltre che esprimere competenze innate (respirare, masticare, riconoscere le emozioni primarie dalle espressioni facciali, orientarsi verso la fonte di un forte rumore imprevisto, reagire con i riflessi di attacco-fuga-immobilizzazione, ecc.), il sistema 1 apprende le associazioni di idee (qual è la capitale della Francia? gli stereotipi, ecc.), e impara competenze specifiche come leggere e interpretare le sfumature delle situazioni sociali. La sua conoscenza è immagazzinata nella memoria e vi si accede senza intenzione e senza sforzo.

Sistema 2 (S2). Indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi, l’analisi logica, la riflessione filosofica. Le operazioni del sistema 2 sono molto spesso associate all’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione. Esse hanno la caratteristica di richiedere attenzione: quando questa viene meno, il sistema 2 resta inattivo.

Il sistema 1 e il sistema 2 sono entrambi attivi quando siamo svegli, il primo funziona in maniera automatica, mentre il secondo è in una comoda modalità di minimo sforzo in cui solo una piccola percentuale della sua capacità viene utilizzata. Il primo produce continuamente spunti per il secondo: impressioni, intuizioni, intenzioni e sensazioni. Se corroborate dal sistema 2, le impressioni e le intuizioni si trasformano in credenze e gli impulsi si convertono in azioni volontarie.

Quando tutto procede liscio, come accade per la maggior parte del tempo, il sistema 2 adotta i suggerimenti del sistema 1 senza praticamente modificarli. In genere noi crediamo alle nostre impressioni e agiamo in base ai nostri desideri (…) Quando il sistema 1 incontra qualche difficoltà, si rivolge al sistema 2 perché proceda a un’elaborazione dettagliata e specifica che risolva il problema contingente.

[…] Il sistema 2 si attiva appena viene rilevato un evento che viola il modello di mondo cui fa costante riferimento il sistema 1.

[…] Uno dei compiti del sistema 2 è vincere gli impulsi del sistema 1.

Vi sono illusioni del pensiero, che chiamiamo “illusioni cognitive” (…) Poiché il sistema 1 agisce automaticamente e non può essere disattivato a piacere, gli errori del pensiero intuitivo sono spesso difficili da prevenire. Non sempre si possono evitare i bias, perché il sistema 2 a volte non ha alcun indizio dell’errore. Anche quando sono disponibili indizi di probabili errori, questi ultimi si possono prevenire solo con un controllo rafforzato e un’attività intensa del sistema 2.”

A questo punto possiamo concludere che la definizione fornita da Kahneman e Tversky di sistema 1 possa aiutarci ad inquadrare meglio quella modalità di ragionamento che abbiamo più volte definito come ‘pensiero intuitivo’. In più di un’occasione abbiamo rimarcato quali fossero i problemi e gli errori derivanti dalla sua acritica applicazione.
Prima di passare ad un’analisi più approfondita dei suoi meccanismi, nel prossimo post proveremo ad ampliare un po’ il discorso relativo alle caratteristiche del sistema 2 in quelle componenti essenziali che lo distinguono dal sistema 1.

Generalizzando per nostra comodità, ciò che andremo a cercare di dimostrare sarà che un ragionamento che rientri nella MRC sarà influenzato maggiormente dal sistema 1, mentre per il MRR sarà esattamente il contrario.

Note:

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/Bk2y3JMaQK9

[2] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ragionamento

[3] https://dialogobohmiano.wordpress.com/2015/04/27/pensieri-lenti-e-veloci-kahneman/

[4] http://www.amazon.it/Pensieri-lenti-veloci-Daniel-Kahneman-ebook/dp/B007ZXZGY0

Il trionfo degli Illuminati

Chi non vorrebbe diventare presidente della repubblica con il 666% dei voti e annunciare la propria vittoria sotto l’occhio di una gigantesca piramide, così da far letteralmente friggere le sinapsi di qualsiasi cospirazionista che si rispetti? Emmanuel Macron lo ha fatto domenica sera. Inutile ricordare che la presenza invadente della piramide del Louvre, inaugurata nel 1988, serviva innanzitutto a tracciare una continuità con François Mitterrand, l’ultimo grande presidente francese: la cosiddetta “fasciosfera” si è comunque scatenata. La mossa di Macron potrà sembrare alternativamente molto ingenua, perché non si cura di mettere a tacere i sospetti che una parte della popolazione ha su di lui, ex-banchiere della famigerata banca Rothschild e quindi probabile frequentatore di riti abominevoli; oppure molto furba, perché il miglior modo di rendere inefficace l’opposizione è quella di consegnarla ai matti, dando ai matti solidi argomenti per prevalere sui meno matti.

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L’informazione non funziona

Questo post parla del fallimento del giornalismo nel 2016. Ma prima vi racconto un paio di storie sulla matematica e l’informatica. All’inizio degli anni Settanta studiavo alla Tulane University di New Orleans e mi stavo specializzando in matematica. Mi ricordo che una volta un professore si arrabbiò durante un lezione di matematica, una cosa di equazioni differenziali o analisi, probabilmente: «Si immagina che lo capiate se una dimostrazione è giusta». Gli studenti avevano consegnato un compito in cui dovevano dimostrare un qualche cosa di matematico, e tutti noi avevamo dato delle soluzioni che non funzionavano.

Qualche anno dopo mi successe una cosa simile mentre facevo il dottorato in informatica alla University of Wisconsin di Madison. Facevo l’assistente e tra le altre cose dovevo dare esempi di codici che gli studenti avrebbero usato nei loro compiti. Una volta, diedi un codice che conteneva un errore di sintassi. Non passava dal compilatore C, che lo respingeva e mostrava un messaggio del tipo «correggi questo errore e riprova». Una dottoranda che supervisionava il mio lavoro si arrabbiò, proprio come all’epoca aveva fatto il mio professore della Tulane. «Verifica quello che fai», mi disse. Ero imbarazzato, ma avevo capito il messaggio. Da allora, prima di dare un codice, lo inserisco nel sistema per assicurarmi che faccia le cose che penso debba fare. Ovviamente, in questo modo si scoprono molti errori.

Ok, e questo cosa c’entra col giornalismo?

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La ribellione contro la tirannia della Ragione

Hic Rhodus

In questi giorni immediatamente successivi alle presidenziali USA, siamo tutti stati sommersi da due ondate distinte e speculari di articoli, post, servizi e approfondimenti televisivi: una degli increduli e ribelli, di coloro che non si capacitano della scelta dell’elettorato americano, o che comunque la trovano inaccettabile; la seconda, di tutti coloro che sanno e ci dicono “ora vi spiego io perché”.

Io vorrei invece cogliere questo evento bene o male storico come sintomo di un fenomeno più ampio: la crescente impopolarità della razionalità. Delle difficoltà dell’approccio razionale applicato ai temi della politica e dell’analisi sociale ha già parlato tempo fa Bezzicante in un post dall’eloquente titolo Cartesio non abita più qui, quando ha osservato che la ragione cerca di applicare la logica a una società di persone, che non sono macchine logiche e non sono governabili con leggi deterministiche come atomi ed elettroni.

La situazione però è più seria: quello a…

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Pearl Harbor e le “infallibili” previsioni a posteriori

Nell’autunno del 1941, pochi mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, un agente da Tokyo inviò una richiesta allarmante a una spia a Honolulu. Il messaggio fu intercettato e inviato al Dipartimento di intelligence navale: percorse i tortuosi sentieri della burocrazia e raggiunse Washington il 9 ottobre informa decodificata e tradotta. Il messaggio richiedeva all’agente giapponese a Honolulu di suddividere Pearl Harbor in cinque aree e di fare rapporto su navi ancorate nel porto riferendosi a quella suddivisione. Di particolare interesse erano le navi da guerra, i cacciatorpedinieri e le portaerei, oltre a informazioni sull’ancoraggio di più navi nello stesso bacino. Alcune settimane dopo accadde un altro curioso incidente: gli ascoltatori dell’esercito americano persero traccia delle comunicazioni radio da tutte le navi note nella prima e seconda flotta giapponese, la cui dislocazione divenne quindi ignota. Poi, all’inizio di dicembre, l’unità di intelligence militare del XIV distretto navale delle nelle Hawaii riferì che i giapponesi avevano cambiato gli indicativi radio per la seconda volta in un mese. Un indicativo radio, come Wcbs o Knpr, è il nome o sigla che identifica la fonte di una trasmissione. In tempo di guerra rivelano l’identità di una fonte non solo agli alleati ma anche al nemico, quindi vengono modificati periodicamente. I giapponesi avevano l’abitudine di cambiarli almeno ogni sei mesi; cambiarli o due volte in 30 giorni era considerato “un indizio del fatto che si preparano operazioni attive su larga scala”. Il cambiamento rese difficile identificare la posizione delle portaerei e dei sottomarini giapponesi nei giorni successivi, il che aumentò la confusione sul silenzio radio.
Due giorni dopo, furono intercettati e decodificati messaggi inviati a sedi diplomatiche e consolari a Hong Kong, Singapore, Batavia, Manila, Washington e Londra: richiedevano che i diplomatici distruggessero immediatamente gran parte dei loro codici cifrari e bruciassero tutti gli altri documenti confidenziali segreti. In quei giorni l’Fbi intercettò una telefonata fatta da un cuoco del Consolato giapponese alle Hawaii a qualcuno a Honolulu: il cuoco riferiva con grande eccitazione che i funzionari lì nelle Hawaii stavano bruciando tutti i documenti importanti. L”assistente capo dell’unità principale di intelligence militare, il tenente colonnello George W. Bicknell, consegnò uno dei messaggi intercettati al suo superiore, che si preparava per una cena con il direttore del dipartimento hawaiano dell’esercito. Era tardo pomeriggio di sabato 6 dicembre, il giorno prima dell’attacco. Il superiore di Bicknell esaminò il messaggio per 5 minuti, poi lo mise da parte e andò a cena. Col senno di poi sembrano due presagi ben chiari: allora, perché le persone informate di questi fatti non seppero prevedere l’attacco in arrivo?

In una serie complessa di eventi, in cui ogni evento presenta un qualche elemento di incertezza, esiste una fondamentale asimmetria tra passato e futuro. Questa asimmetria è stata oggetto di studi scientifici fin da quando Boltzmann compì la sua analisi statistica dei processi molecolari responsabili delle proprietà dei fluidi.
Immaginiamo per esempio una molecola di colorante che galleggia in un bicchiere d’acqua. Come uno dei granuli di Brown, la molecola seguirà il tracciato di una passeggiata dell’ubriaco. Ma anche questo movimento senza scopo progredisce in qualche direzione. Se per esempio attendiamo tre ore, vedremo che la molecola si è spostata di circa 2 centimetri dal punto di partenza. Supponiamo che a un certo punto la molecola si sposti verso una posizione significativa e quindi attragga la nostra attenzione.
Come fecero in molti dopo Pearl Harbor, potremmo cercare il motivo per cui quell’evento inatteso è avvenuto. Ora supponiamo di scavare nel passato della molecola, ricostruendo il percorso di tutte le sue collisioni. Troveremo in effetti che l’impatto con questa e poi con quella molecola d’acqua ha spinto la molecola di colorante nel suo percorso a zig-zag da lì a qui. In altri termini, con il senno di poi possiamo spiegare chiaramente perché il passato della molecola di colorante si è sviluppato in quel modo; ma l’acqua contiene molte altre molecole d’acqua che avrebbero potuto interagire con la molecola di colorante. Per pronosticare il percorso della molecola di colorante avremmo quindi dovuto calcolare i percorsi e le interazioni reciproche di tutte quelle molecole d’acqua potenzialmente importanti. Ci sarebbe voluto un numero quasi inimmaginabile di calcoli matematici, molto più lunghi e complessi della lista di collisioni. In altri termini, era virtualmente impossibile predire il movimento della molecola di colorante prima che accadesse, pur essendo relativamente semplice da capire in seguito.
Questa simmetria di fondo è il motivo per cui nella vita di ogni giorno il passato sembra spesso ovvio anche quando non saremmo stati in grado di prevederlo.
[…]
In un certo senso si tratta del vecchio cliché per cui il senno di poi ha sempre dieci diottrie; ma spesso le persone si comportano come se questo vecchio adagio non fosse vero. Per esempio, dopo ogni tragedia, in politica si dà la colpa a chi avrebbe dovuto sapere. Nel caso di Pearl Harbor (e degli attentati del 11 settembre) gli eventi che precedettero l’attacco, quando li guardiamo a posteriori, sembrano puntare in una direzione molto chiara. Eppure, come quella molecola di colorante, il meteo o la partita a scacchi, se ripercorriamo lo sviluppo degli eventi da ben prima che accadesse quel singolo fatto, la sensazione di inevitabilità si dissolve presto. Tanto per cominciare, oltre ai rapporti dell’intelligence che ho citato, c’era una gran quantità di informazioni superflue, e ogni settimana arrivavano risme intere di messaggi e trascrizioni a volte allarmanti o misteriosi che in seguito si sarebbero rivelati fuorvianti o inutili. E anche se ci concentrassimo sui rapporti che col senno di poi sappiamo essere importanti, prima dell’attacco per ciascuno di quei rapporti esisteva una ragionevole spiegazione alternativa che non indicava un attacco a sorpresa a Pearl Harbor. […]

Lo studio della casualità ci dice che purtroppo gli eventi sono visibili come in una sfera di cristallo solo dopo che sono accaduti. E così, crediamo di sapere perché un film è andato bene al botteghino, un candidato ha vinto le elezioni, una tempesta si è abbattuta, un titolo azionario crollato, una squadra di calcio ha perso, un nuovo prodotto non ha venduto, o una malattia è peggiorata; ma queste competenze sono vuote, nel senso che servono a ben poco per predire quando un film avrà successo, un candidato vincerà. […]

È facile inventare storie che spiegano il passato o riporre fiducia in scenari futuri dubbi. Che ci siano trappole in queste operazioni non vuol dire che non dovremmo compierle. Ma possiamo tentare di vaccinarci contro questi errori di intuizione. Possiamo imparare a vedere con scetticismo sia le spiegazioni sia le profezie. Possiamo concentrarci sulla abilità di reagire agli eventi anziché affidarsi all’abilità di prevederli; concentrandoci su qualità come la flessibilità, la fiducia, il coraggio e la perseveranza. […] Così potremmo evitare di giudicare in automatico sulla base del nostro quadro concettuale deterministico.

Tratto da “La passeggiata dell’ubriaco” di Leonard Mlodinow, Rizzoli – Milano 2009, pp. 227-234

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Dalle grandi metropoli ai paesini più dispersi ciò che accomuna tutte le comunità è l’avere una piazza. L’Agorà (in greco) è il centro della polis, cuore pulsante della discussione civica doveteoricamente l’opinione, se concessa in forma di diritto, può essere espressa e confrontata con i propri concittadini. Delle piazze tradizionali spesso conosciamo gli attori e le caratteristiche fondamentali di pensiero che li caratterizzano e questo, in qualche modo, crea un ambiente familiare entro cui muoversi.

Molto più grandi sono le piazze tipiche dei social network: ben salde poggiano su fondamenta non fisiche e si espandono immense sullo schermo del nostro PC. In pochi minuti la massa digitale che tipicamente le frequenta può esprimere giudizi, decretare la popolarità di determinati argomenti e condurre i media e la classe politica ad esprimersi, relegando questi ultimi al ruolo passivo di “megafoni” delle tendenze del momento.
In questo teatro caotico i singoli individui si fondono in un soggetto imponente e dialetticamente inarrestabile: la folla.

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Bad thinkers

Meet Oliver. Like many of his friends, Oliver thinks he is an expert on 9/11. He spends much of his spare time looking at conspiracist websites and his research has convinced him that the terrorist attacks on New York and Washington, DC, of 11 September 2001 were an inside job. The aircraft impacts and resulting fires couldn’t have caused the Twin Towers of the World Trade Center to collapse. The only viable explanation, he maintains, is that government agents planted explosives in advance. He realises, of course, that the government blames Al-Qaeda for 9/11 but his predictable response is pure Mandy Rice-Davies: they would say that, wouldn’t they?

Polling evidence suggests that Oliver’s views about 9/11 are by no means unusual. Indeed, peculiar theories about all manner of things are now widespread. There are conspiracy theories about the spread of AIDS, the 1969 Moon landings, UFOs, and the assassination of JFK. Sometimes, conspiracy theories turn out to be right – Watergate really was a conspiracy – but mostly they are bunkum. They are in fact vivid illustrations of a striking truth about human beings: however intelligent and knowledgeable we might be in other ways, many of us still believe the strangest things. You can find people who believe they were abducted by aliens, that the Holocaust never happened, and that cancer can be cured by positive thinking. A 2009 Harris Poll found that between one‑fifth and one‑quarter of Americans believe in reincarnation, astrology and the existence of witches. You name it, and there is probably someone out there who believes it.

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