Sospendere il giudizio non è reato

Ero al cinema, di quelli angusti e fané frequentati da ciò che resta d’una borghesia impoverita e declassata: coppie attempate, signore feroci con il bastone, cinefili balbuzienti. Proiettavano Happy End, l’ultimo film di Michael Haneke. Ai titoli di coda ero un po’ deluso. Haneke ha fatto di meglio, pensavo senza particolare acrimonia. Ma ecco che dalla seconda fila si alza una voce non altrettanto incline all’indulgenza. «E dire che un tempo i francesi facevano commedie così simpatiche!». «Signora – la rintuzza il tizio al mio fianco – Haneke è austriaco, e grazie al cielo non fa commedie simpatiche». «Sì, ma gli attori sono francesi», replica lei stizzita. Alla contesa si unisce un’altra voce femminile arrochita da decenni di sigarette con il bocchino: «I veri bastardi sono i critici. Puoi dare tre palle a questa merda di film?». Ed è allora che una ragazza non ci ha visto più: «La prossima volta andate a vedere un bel cinepanettone. Haneke non fa per voi».

Non posso dire che questo siparietto mi abbia disturbato. Anzi, in un certo senso mi ha sollevato l’umore dopo un’ora e mezza di nichilismi ellittici e disturbanti. E tuttavia mi sono chiesto se sarebbe potuto succedere tre anni fa.

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Ideologia del Vittimismo

Esistono le vittime di abusi, sopraffazioni, sfruttamento, violenza e ingiustizia sociale. Esse subiscono soprusi dei quali non hanno responsabilità e che violano la loro dignità. Ma esiste anche la tendenza a “fare la vittima”. Si tratta di una tendenza che non riguarda solo la psicologia individuale ma ha assunto, nel nostro tempo, il carattere di una vera e propria epidemia di massa. Il nostro tempo sponsorizza l’inclinazione a farsi vittime. Per certi versi la spinta alla lamentazione distingue l’essere umano. Solo l’uomo tra gli esseri viventi ha la caratteristica di interpretare il ruolo della vittima.

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Due tipi di pensiero

Neuromancer

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Quando cerchiamo di trovare una spiegazione ad un fenomeno possiamo utilizzare un criterio di tipo causale oppure di tipo finale. In altre parole, nel primo caso cerchiamo una causa efficiente, cioè quali sono stati i meccanismi precedenti che hanno portato al fenomeno in questione; nel secondo caso diamo una spiegazione in vista dello scopo verso cui tende. Aristotele fu il primo a definire in modo sistematico questi due tipi di cause.

Chiedersi il perché di un evento implica quindi due tipi di spiegazioni che hanno a che fare con il tempo: una rivolta verso il futuro, in grazie del quale avviene un evento, l’altra rivolta a quelle circostanze antecedenti che l’hanno causato. Ricorrere ad una spiegazione finalistica implica un atteggiamento teleologico, vale a dire che si presuppone un disegno intelligente creato da un artefice dietro all’ordine delle cose. Spiegarsi gli eventi in modo meccanico implica un atteggiamento empirico, sperimentale…

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Quando non ci sono le idee ci sono le opinioni

Premetto che non dirò chi ha pronunciato in mia presenza questa frase. È successo qualche giorno fa. Passavo in bici davanti al Foro per recarmi da un amico che abita là dietro, quando svoltato l’angolo c’era un assembramento davanti all’hotel che sfrutta il nome latino di ciò che ha di fronte. Si trattava di un comico regalato alla politica tecno-ottimista che arringava la folla dei giornalisti entrando in un Suv, appena sbucato ho sentito proprio quella frase e siccome sono romanesco e quindi portato da un antichissimo retaggio filosofico a dire ciò che penso il più possibile me ne sono uscito con un: “Lei non è un comico, è un buffone!” che ha mutato ancor più il faccione barbuto dell’interessato in una maschera di schifo, ma non c’era tempo né per replicare né per sguinzagliare i gorillini, quindi se n’è andato.

Però, a dimostrare che un vero libertario è disposto ad imparare pure da chi gli sta molto antipatico, continuando la pedalata mi sono subito chiesto se avesse ragione, e arrivato a casa del mio amico quasi senza salutarlo sono andato a cercare un dizionario etimologico. Da qualche tempo faccio così: provo a farmi suggerire cosa ne penso di una cosa dall’etimologia delle parole, e questo già da prima che scoprissi l’esistenza di Isidoro di Siviglia.

Dunque, il Devoto suggerisce che idea viene dal verbo greco idein, vedere, quindi il suo significato primario è ‘aspetto, forma, apparenza’; mentre per quanto riguarda opinione le cose sono un po’ più complicate, per farla breve siamo al latino e si tratta di ‘un oscuro ampliamento intensivo’ forse connesso con la radice di prendere, scegliere, ‘attestata anche nelle aree umbra, ittita, armena’. L’impressione sul momento è stata che stavolta le radici non mi sarebbero state di grande aiuto, a questo punto la frase di cui sopra si sarebbe potuta tradurre ‘siccome non si vede niente allora si afferra qualcosa a caso’, oppure, e quasi al contrario ‘siccome non si è ingannati dalle apparenze si coglie il dato di fatto’. Sul momento avevamo altro da fare quindi ho lasciato perdere, però la frase è rimasta lì che circolava in capoccia, e a distanza di qualche giorno mi ritrovo a cercar di vedere se è vero che, come sosteneva lo scrittore Luigi Malerba, lo scrivo così vedo che ne penso.

Il fatto è, che da un po’ di tempo a questa parte mi riesce sempre più difficile avere delle opinioni, e ogni volta che ne ho una e la esprimo mi resta in bocca un retrogusto acido, come quando uno s’accorge che ha fatto una cazzata subito dopo averla fatta, forse addirittura mentre la sta facendo. Per esempio io ho un’opinione sul conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, ma preferisco non dirla, anzi non sapere nemmeno di averla. Che bisogno ha il mondo di conoscerla? Chi se ne frega?, mi dico. Dovrebbe essere il medesimo retrogusto di uno che ha dell’oro in casa, e quando va a venderlo scopre che s’è svalutato all’improvviso di tre quarti del valore e più, senza nemmeno avvertire.

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Petizioni di principio

La petitio principii è una fallacia che consiste nell’assumere tra le premesse, in modo più o meno nascosto, la conclusione che si vuole inferire. Dalla premessa A si inferisce che A.

Da un punto di vista strettamente logico il ragionamento non è fallace: effettivamente se è vero che A, allora è vero che A. Il punto è che si assume A in modo nascosto, spacciando il ragionamento come interessante e non triviale.

Scovare un ragionamento del genere non è sempre facile, perchè si cela spesso in elaborate parafrasi. Possibili esempi sono i seguenti:

La democrazia è l’unica forma lecita di governo perchè è ingiusto non far governare il popolo

Questo ragionamento è una petitio principii perchè la seconda parte è una parafrasi della prima: si è solo cambiato “lecito” con “giusto” e “democrazia” con la sua definizione operativa, cioè “governo del popolo”.

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La psicologia delle coincidenze

Fuffologia

coincTradotto ed adattato da: The Psychology of Coincidence
di Keith Hillman (su Psychology24).

Una vecchia leggenda metropolitana racconta che un uomo stava andando al lavoro e si era dimenticato a casa la cravatta. La moglie trova la cravatta e prova ad avvertirlo al telefono dell’ufficio. Però sbaglia il numero e compone quello di un telefono pubblico appena fuori dall’ufficio. L’uomo senza cravatta, che passava lì davanti proprio in quel momento, sente squillare il telefono, incuriosito risponde e … riceve il messaggio.

Coincidenze come questa possono spesso farci chiedere se non ci siano davvero forze più grandi in gioco. O perlomeno riescono a creare dei curiosi aneddoti da raccontare al bar. In effetti non c’è nulla di speciale nemmeno nelle più improbabili delle coincidenze … a parte il far luce sulla nostra psicologia e sulla predisposizione del cervello umano ad essere ingannato.

In questo articolo cercheremo di capire perché le…

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L’intollerabile Signor “Ma …”

Ma: cong. [lat. magis «più»; v. mai] (radd. sint.). – 1. Congiunzione coordinativa avversativa, esprimente spesso esplicita contrapposizione al termine che precede, il quale è per lo più espresso negativamente […][1]

Poche cose danno più sui nervi di quei piccoli cagnetti petulanti che iniziano ad abbaiare per un nonnulla e che poi non la finiscono più.
Ecco, il complottista medio può di frequente esser accostato all’insopportabile bestiola quando assume alcune ben precise tipologie di comportamento.
Stavolta ci concentreremo su di una categoria particolarmente problematica che ho per l’occasione ribattezzato come “Signor ma.

È tristemente noto il fatto che di qualunque cosa si stia dissertando, il complottista mette spesso in campo tutte le tattiche possibili per tentare di vincere anche ove parrebbe impossibile.
In effetti, aderire alla modalità antropologica del “complottaro” implica essenzialmente una completa rinuncia al discorso razionale ed articolato secondo precise regole. È evidente che su quel terreno avrebbe inesorabilmente partita persa.
Ma dato che, come abbiamo detto più volte, al complottista non interessa il dialogo euristico [2], bensì la semplice sopraffazione dell’avversario con qualunque mezzo, se non può battervi direttamente cercherà di farlo attraverso il sotterfugio.

In che maniera riesce a fare ciò? Proviamo ad elencare alcune strategie messe in atto dal “Signor ma”.

1) “Io non sono X, ma …”: il nostro temporeggiatore è innanzitutto un vile e questo va detto subito per sgombrare il terreno da possibili fraintendimenti. Avvia ogni sua arringa con questa inevitabile formula che dovrebbe servirgli come lasciapassare per evitare di doversi assumere la responsabilità di ciò che dice.

“Io non sono contro i vaccini, ma …”

“io non sono contro i gay, ma …”

“io non sono contro la scienza, ma …”.

Partendo dal presupposto che il “Signor ma” è e resta sostanzialmente un complottista, notiamo come egli appartiene però a quella schiera contraddistinta da una certa prudenza che, consapevole dell’inaccettabilità delle proprie posizioni, vuol comunque portarle avanti nascondendole nella bambagia di una premessa apparentemente conciliante. Ma il segreto, si sa, sta tutto nell’avvesativa.

In quella innocua congiunzione il complottista trova una piccola e pidocchiosa trincea dalla quale sferrare i suoi attacchi contro un nemico che ha tutte le ragioni (generalmente anche scientifiche) dalla sua. Tutto ciò in un italianissimo tentativo di lanciare il sasso nascondendo la mano.

In certi tratti rammenta il Pilato di cui abbiamo già parlato in un precedente post [3], ma va detto che in quel caso l’equidistanza posticcia, seppur strumentale, è reale. Mentre nel caso del temporeggiatore l’equilibrio rappresenta unicamente un mascheramento, un mantello mimetico per nascondere le proprie vere intenzioni all’avversario.

2) “Tu affermi X, ma chi ci dice che non…”: come si è detto spesso, per far sì che un discussione porti a qualcosa vanno seguiti certi criteri e di sicuro uno di essi richiede di portare delle tesi precise, in maniera chiara e con prove a sostegno. Questo sarebbe il minimo della dotazione per potersi presentare davanti a qualunque interlocutore, proprio come è buona creanza non presentarsi mai a mani vuote a casa di amici.

E proprio su questo il complottista si distingue (negativamente): ignorando il filo logico del discorso ed infischiandosene degli argomenti dell’avversario, egli si limita ogni volta a controbattere non con argomenti precisi, che potrebbero ovviamente essere smentiti, bensì con generiche insinuazioni.
L’insinuazione in sé non richiede alcun impegno morale, è piuttosto elementare nella firma e non necessita di troppe prove a favore, ma soprattutto tenta subdolamente di spostare sempre la palla nel campo avversario cui verrà recapitato l’amaro calice dell’onere della prova [4].
In questo caso perciò il “ma” serve al temporeggiatore per creare delle crepe nel muro dell’interlocutore utilizzando come cuneo semplici calunnie e dicerie mascherate però da vere e proprie argomentazioni.

Chiaramente l’effetto collaterale più evidente derivante da un simile atteggiamento sarà quello di impantanare la discussione in una continua allusione priva di fondamento, quasi che dubitare in sé fosse molto più importante che appurare la verità di qualcosa.

Ma alla fin fine al complottista, nonostante tutte le sue roboanti affermazioni, della verità non importa granché. Egli ama assai di più galleggiare nelle molli praterie del dubbio fine a se stesso, ove lo scetticismo, privo di reale utilità epistemica, diviene mera postura ideologica (= dubitare di tutto tanto per il gusto di farlo).

3) “Ciò che dici è vero, ma va anche detto che…”: una terza, nefasta modalità di utilizzo del “ma” è quella di servirsene per saltellare qua e là durante la discussione ogni qualvolta le cose sembrino mettersi male.
La molla del meccanismo scatta al momento in cui si disinnesca un argomento del complottista temporeggiatore: a quel punto, invece di controbattere o approfondire, egli sceglie semplicemente di cambiare argomento e se anche questa volta vedrà la strada sbarrata gli basterà semplicemente spostare di nuovo il punto. E così via fino allo sfinimento.

Se di fronte ti ritrovi un antivaccinista e riesci a smentire ad esempio il mito dei metalli nocivi, egli salterà repentino sulla pista di BigPharma e se anche questa teoria dovesse essere smontata egli tirerà fuori dal cilindro le “colpevoli” ammissioni dei bugiardini.

È evidente che una simile condotta non potrà condurre da nessuna parte visto che il temporeggiatore continuerà a sfuggirci come il proverbiale coniglio bianco.

Di questo metodo dilazionatorio abbiamo già detto in precedenza [5], annotando come tra i principali nodi di tale atteggiamento vi sia quello di non capire che qualunque posizione presenta in sé un certo numero di argomenti e tra di essi non tutti possiedono il medesimo grado di rilevanza.
A questo punto è ovvio che il complottista non potrà continuare dir male dei vaccini affastellando voci ed insinuazioni senza soluzione di continuità quando le sue argomentazioni principali sono già state smentite.

Come detto altrove, di qualsiasi cosa non si può discutere all’infinito e si deve presto o tardi giungere ad una conclusione o quantomeno certificare l’impossibilità reale (e non immaginaria) di procedere oltre.
Questi tre punti sopra elencati ci restituiscono perciò un vero e proprio modello antropologico di ragionamento e comportamento che va saputo immediatamente identificare e disinnescare per non farsi trascinare nelle oppiacee spire dell’idiozia che costituiscono l’humus preferenziale del complottista medio(cre).

• Note:

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/ma1/

[2] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/62c1SMcrPRL

[3] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/ivNiccbUtsq

[4] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/CwYSyFpWyw9

[5] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/cGd5fVMMbZW