C’è molta più censura oggi (o è autocensura?)

Capita spesso che, provocatoriamente, a chi lavora in tv, venga rivolta la domanda: «C’è più censura oggi o ai tempi di Berlusconi?». La domanda che presuppone una valutazione politica ha invece, secondo me, una risposta molto più immediata e che prescinde da ogni valutazione politica: c’è molta più censura oggi perché ci sono molti più sorveglianti. E anche molta più voglia di punire i colpevoli. Mentre fino a pochi anni fa la sfida era aggirare qualche politico e qualche suo funzionario (per gli artisti migliori era una sfida addirittura avvincente), oggi questi sono solo uno dei tanti gruppi la cui suscettibilità bisogna tenere in considerazione quando si lavora a un film o a un programma.

Già dieci anni fa se dicevi che l’eucalipto non è un albero troppo bello potevi essere sicuro che il giorno dopo avresti trovato tra le lettere o tra l’e-mail la protesta e il velleitario tentativo di boicottaggio degli “amici dell’eucalipto”. Nei casi migliori perfino la richiesta di una smentita o un invito ad apparire per il presidente dell’associazione degli amici (la vanità non è nata coi social dopotutto). Ma gli amici dell’eucalipto erano pochi. Non avevano modo di organizzarsi e fomentarsi l’un l’altro. Nessuno scopriva la loro esistenza e la cosa si esauriva lì. La vita scorreva tranquilla fino a quando non dicevi che la carne di maiale è più saporita della terra arsa. A quel punto si offendevano i fan della terra arsa e i vegetariani. Qualche altra mail, certo, ma nessuno si prendeva la briga di fare gli screenshot, nessuno rivedeva i video, nessuno trasformava la loro battaglia nella propria battaglia.

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Non capiamo le probabilità, ed è un problema

Immaginate di lanciare una monetina, e che vi esca testa per tre volte di fila. Sarebbe piuttosto notevole: quante probabilità ci sono che esca testa anche una quarta volta? La risposta corretta è che le possibilità rimangono invariate: avete sempre il 50 per cento di probabilità che dal prossimo lancio esca ancora testa. La monetina non ha memoria e non sa cosa è successo in passato. L’istinto degli esseri umani per le probabilità però è notoriamente poco affidabile. La convinzione che l’universo mantenga un equilibrio, e che dopo una serie di lanci in cui esce testa sia più probabile che il prossimo sia croce, è sorprendentemente diffusa.

Si chiama “fallacia dello scommettitore” ed è il modo in cui si comportano le persone quando sono impegnate in giochi di fortuna. Analizzando un video registrato in un casinò di Reno, in Nevada, per esempio, alcuni ricercatori hanno dimostrato come le persone siano più portate a puntare sul nero se in precedenza la pallina è finita su un numero rosso per quattro volte di fila. La cosa preoccupante di questa forma di superstizione è che mina la capacità di giudizio di persone chiamate a prendere decisioni importanti, individui apparentemente ragionevoli e intelligenti che detengono un potere considerevole sulla vita di altre persone.

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Il bisogno di sentirsi censurati

Se c’è modo di entrare nel merito di una polemica senza essere per questo necessariamente incasellati in una delle fazioni che la animano (il dubbio è solo retorico: ci troviamo in Italia, è chiaro che non c’è), si potrebbe dire che il “diktat” con cui l’attuale governo avrebbe imposto una stretta censura a una trasmissione Rai “non allineata” ha lati sommersi da scandagliare.

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Ragionamenti controfattuali

Un ragionamento controfattuale è una cosa del tipo “se fosse successo che A allora sarebbe accaduto B”. Noi facciamo ragionamenti del genere in continuazione: “se non mi fossi iscritto a Giurisprudenza non avrei mai conosciuto il mio amore”, “se non fossi rientrato per prendere le chiavi non avrei perso il treno” etc etc.

Ma cosa stiamo “dicendo” quando ragioniamo in modo controfattuale? Non possiamo certo usare la logica delle implicazioni che normalmente facciamo: quelle del tipo “se scaldo l’acqua allora bolle”, o “se stai con lui allora non stai con me”. L’implicazione che usiamo di solito infatti è “fattuale”, per così dire: ci dice che se accade una cosa, allora ne accade un’altra. Cioè se è vero l’antecedente, è vero anche il conseguente. In logica, l’implicazione che usiamo si chiama “implicazione materiale”. L’implicazione ci dice che se l’antecedente è falso, allora il conseguente può essere vero o falso, in ogni caso l’implicazione “tiene”. Cioè, logicamente parlando, dire “se io sono morto, allora 2+2 fa 5” è vero.

Sorgente: Ragionamenti controfattuali

Il Galateo della discussione: un codice di condotta

Grazie agli interventi di studenti, lettori e commentatori, nelle due ultime settimane abbiamo elaborato una prima bozza, un primo canovaccio, delle regole della discussione “cortese”, che non è però quella in cui si è già d’accordo in partenza, bensì quella in cui, benché sia presente una divergenza di opinioni,  gli interlocutori, invece di farsi la guerra, accettano regole condivise per tentare di risolverla. Questo è il loro obiettivo, anche se non necessariamente lo raggiungeranno: le posizioni potranno restare distanti, ma si saranno certamente chiarite, forse rafforzate o forse invece, indebolite. Sicuramente però, se gli interlocutori avranno rispettato le regole, non avranno commesso violazioni irreparabili o infranto divieti, alla fine, col tempo, si saranno forse anche trasformati, incarnando un metodo diverso da quello della retorica della prevaricazione e dell’ideologia (per una definizione di ideologia vedi qui).

Al centro della discussione troviamo l’argomentazione: un’attività verbale e sociale che mira a convincere un interlocutore ragionevole che la propria posizione (o “tesi”) su un determinato argomento sia accettabile. Ovviamente, per sostenere una tesi (o per confutarla, negarne la validità o l’accettabilità) occorre fornire delle prove, dare delle motivazioni, altrimenti restiamo nell’ambito delle opinioni private. Chiaramente, per questa attività ci vogliono regole condivise.

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Analogie come argomenti: un vademecum

Di ANDREA GILARDONI

Recentemente, sugli Stati Generali sono comparsi due curiosi articoli, uno dei quali argomentava in favore di una analogia tra quanto stava accadendo nella città di Ferguson e due eventi italiani (Tor Sapienza e caso Cucchi), mentre il successivo sosteneva, al contrario, che tra i casi citati ci fossero differenze (negava cioè il sussistere dell’analogia). In questo intervento ci occuperemo dunque delle tecniche argomentative basate sulle analogie. Partiamo da una domanda elementare: che funzione hanno le analogie?

Quando argomentiamo, facciamo ricorso a varie giustificazioni per le nostre posizioni. In definitiva, però, se non applichiamo regole o dogmi indimostrati e indimostrabili, facciamo ricorso a varie forme di argomenti basati sull’esperienza, in gergo detti a posteriori.

L’esperienza si basa su somiglianze che scopriamo tra gli oggetti e i fenomeni (e sembra che abbiamo una capacità innata di individuare le somiglianze, come può constatare chiunque abbia avuto a che fare con i neonati). Tali somiglianze ci inducono ad aspettarci effetti simili a quelli che abbiamo visto derivare da  tali oggetti e fenomeni.

Il problema è che, sebbene le somiglianze possano essere fuorvianti o non provare alcunché, la maggior parte delle inferenze della vita quotidiana sono però basate sull’analogia. Essa è alla base dei ragionamenti che dall’esperienza passata portano verso quella futura (altrimenti la storia non potrebbe essere per noi magistra vitae).

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