L’intollerabile Signor “Ma …”

Ma: cong. [lat. magis «più»; v. mai] (radd. sint.). – 1. Congiunzione coordinativa avversativa, esprimente spesso esplicita contrapposizione al termine che precede, il quale è per lo più espresso negativamente […][1]

Poche cose danno più sui nervi di quei piccoli cagnetti petulanti che iniziano ad abbaiare per un nonnulla e che poi non la finiscono più.
Ecco, il complottista medio può di frequente esser accostato all’insopportabile bestiola quando assume alcune ben precise tipologie di comportamento.
Stavolta ci concentreremo su di una categoria particolarmente problematica che ho per l’occasione ribattezzato come “Signor ma.

È tristemente noto il fatto che di qualunque cosa si stia dissertando, il complottista mette spesso in campo tutte le tattiche possibili per tentare di vincere anche ove parrebbe impossibile.
In effetti, aderire alla modalità antropologica del “complottaro” implica essenzialmente una completa rinuncia al discorso razionale ed articolato secondo precise regole. È evidente che su quel terreno avrebbe inesorabilmente partita persa.
Ma dato che, come abbiamo detto più volte, al complottista non interessa il dialogo euristico [2], bensì la semplice sopraffazione dell’avversario con qualunque mezzo, se non può battervi direttamente cercherà di farlo attraverso il sotterfugio.

In che maniera riesce a fare ciò? Proviamo ad elencare alcune strategie messe in atto dal “Signor ma”.

1) “Io non sono X, ma …”: il nostro temporeggiatore è innanzitutto un vile e questo va detto subito per sgombrare il terreno da possibili fraintendimenti. Avvia ogni sua arringa con questa inevitabile formula che dovrebbe servirgli come lasciapassare per evitare di doversi assumere la responsabilità di ciò che dice.

“Io non sono contro i vaccini, ma …”

“io non sono contro i gay, ma …”

“io non sono contro la scienza, ma …”.

Partendo dal presupposto che il “Signor ma” è e resta sostanzialmente un complottista, notiamo come egli appartiene però a quella schiera contraddistinta da una certa prudenza che, consapevole dell’inaccettabilità delle proprie posizioni, vuol comunque portarle avanti nascondendole nella bambagia di una premessa apparentemente conciliante. Ma il segreto, si sa, sta tutto nell’avvesativa.

In quella innocua congiunzione il complottista trova una piccola e pidocchiosa trincea dalla quale sferrare i suoi attacchi contro un nemico che ha tutte le ragioni (generalmente anche scientifiche) dalla sua. Tutto ciò in un italianissimo tentativo di lanciare il sasso nascondendo la mano.

In certi tratti rammenta il Pilato di cui abbiamo già parlato in un precedente post [3], ma va detto che in quel caso l’equidistanza posticcia, seppur strumentale, è reale. Mentre nel caso del temporeggiatore l’equilibrio rappresenta unicamente un mascheramento, un mantello mimetico per nascondere le proprie vere intenzioni all’avversario.

2) “Tu affermi X, ma chi ci dice che non…”: come si è detto spesso, per far sì che un discussione porti a qualcosa vanno seguiti certi criteri e di sicuro uno di essi richiede di portare delle tesi precise, in maniera chiara e con prove a sostegno. Questo sarebbe il minimo della dotazione per potersi presentare davanti a qualunque interlocutore, proprio come è buona creanza non presentarsi mai a mani vuote a casa di amici.

E proprio su questo il complottista si distingue (negativamente): ignorando il filo logico del discorso ed infischiandosene degli argomenti dell’avversario, egli si limita ogni volta a controbattere non con argomenti precisi, che potrebbero ovviamente essere smentiti, bensì con generiche insinuazioni.
L’insinuazione in sé non richiede alcun impegno morale, è piuttosto elementare nella firma e non necessita di troppe prove a favore, ma soprattutto tenta subdolamente di spostare sempre la palla nel campo avversario cui verrà recapitato l’amaro calice dell’onere della prova [4].
In questo caso perciò il “ma” serve al temporeggiatore per creare delle crepe nel muro dell’interlocutore utilizzando come cuneo semplici calunnie e dicerie mascherate però da vere e proprie argomentazioni.

Chiaramente l’effetto collaterale più evidente derivante da un simile atteggiamento sarà quello di impantanare la discussione in una continua allusione priva di fondamento, quasi che dubitare in sé fosse molto più importante che appurare la verità di qualcosa.

Ma alla fin fine al complottista, nonostante tutte le sue roboanti affermazioni, della verità non importa granché. Egli ama assai di più galleggiare nelle molli praterie del dubbio fine a se stesso, ove lo scetticismo, privo di reale utilità epistemica, diviene mera postura ideologica (= dubitare di tutto tanto per il gusto di farlo).

3) “Ciò che dici è vero, ma va anche detto che…”: una terza, nefasta modalità di utilizzo del “ma” è quella di servirsene per saltellare qua e là durante la discussione ogni qualvolta le cose sembrino mettersi male.
La molla del meccanismo scatta al momento in cui si disinnesca un argomento del complottista temporeggiatore: a quel punto, invece di controbattere o approfondire, egli sceglie semplicemente di cambiare argomento e se anche questa volta vedrà la strada sbarrata gli basterà semplicemente spostare di nuovo il punto. E così via fino allo sfinimento.

Se di fronte ti ritrovi un antivaccinista e riesci a smentire ad esempio il mito dei metalli nocivi, egli salterà repentino sulla pista di BigPharma e se anche questa teoria dovesse essere smontata egli tirerà fuori dal cilindro le “colpevoli” ammissioni dei bugiardini.

È evidente che una simile condotta non potrà condurre da nessuna parte visto che il temporeggiatore continuerà a sfuggirci come il proverbiale coniglio bianco.

Di questo metodo dilazionatorio abbiamo già detto in precedenza [5], annotando come tra i principali nodi di tale atteggiamento vi sia quello di non capire che qualunque posizione presenta in sé un certo numero di argomenti e tra di essi non tutti possiedono il medesimo grado di rilevanza.
A questo punto è ovvio che il complottista non potrà continuare dir male dei vaccini affastellando voci ed insinuazioni senza soluzione di continuità quando le sue argomentazioni principali sono già state smentite.

Come detto altrove, di qualsiasi cosa non si può discutere all’infinito e si deve presto o tardi giungere ad una conclusione o quantomeno certificare l’impossibilità reale (e non immaginaria) di procedere oltre.
Questi tre punti sopra elencati ci restituiscono perciò un vero e proprio modello antropologico di ragionamento e comportamento che va saputo immediatamente identificare e disinnescare per non farsi trascinare nelle oppiacee spire dell’idiozia che costituiscono l’humus preferenziale del complottista medio(cre).

• Note:

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/ma1/

[2] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/62c1SMcrPRL

[3] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/ivNiccbUtsq

[4] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/CwYSyFpWyw9

[5] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/cGd5fVMMbZW

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C’è molta più censura oggi (o è autocensura?)

Capita spesso che, provocatoriamente, a chi lavora in tv, venga rivolta la domanda: «C’è più censura oggi o ai tempi di Berlusconi?». La domanda che presuppone una valutazione politica ha invece, secondo me, una risposta molto più immediata e che prescinde da ogni valutazione politica: c’è molta più censura oggi perché ci sono molti più sorveglianti. E anche molta più voglia di punire i colpevoli. Mentre fino a pochi anni fa la sfida era aggirare qualche politico e qualche suo funzionario (per gli artisti migliori era una sfida addirittura avvincente), oggi questi sono solo uno dei tanti gruppi la cui suscettibilità bisogna tenere in considerazione quando si lavora a un film o a un programma.

Già dieci anni fa se dicevi che l’eucalipto non è un albero troppo bello potevi essere sicuro che il giorno dopo avresti trovato tra le lettere o tra l’e-mail la protesta e il velleitario tentativo di boicottaggio degli “amici dell’eucalipto”. Nei casi migliori perfino la richiesta di una smentita o un invito ad apparire per il presidente dell’associazione degli amici (la vanità non è nata coi social dopotutto). Ma gli amici dell’eucalipto erano pochi. Non avevano modo di organizzarsi e fomentarsi l’un l’altro. Nessuno scopriva la loro esistenza e la cosa si esauriva lì. La vita scorreva tranquilla fino a quando non dicevi che la carne di maiale è più saporita della terra arsa. A quel punto si offendevano i fan della terra arsa e i vegetariani. Qualche altra mail, certo, ma nessuno si prendeva la briga di fare gli screenshot, nessuno rivedeva i video, nessuno trasformava la loro battaglia nella propria battaglia.

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Non capiamo le probabilità, ed è un problema

Immaginate di lanciare una monetina, e che vi esca testa per tre volte di fila. Sarebbe piuttosto notevole: quante probabilità ci sono che esca testa anche una quarta volta? La risposta corretta è che le possibilità rimangono invariate: avete sempre il 50 per cento di probabilità che dal prossimo lancio esca ancora testa. La monetina non ha memoria e non sa cosa è successo in passato. L’istinto degli esseri umani per le probabilità però è notoriamente poco affidabile. La convinzione che l’universo mantenga un equilibrio, e che dopo una serie di lanci in cui esce testa sia più probabile che il prossimo sia croce, è sorprendentemente diffusa.

Si chiama “fallacia dello scommettitore” ed è il modo in cui si comportano le persone quando sono impegnate in giochi di fortuna. Analizzando un video registrato in un casinò di Reno, in Nevada, per esempio, alcuni ricercatori hanno dimostrato come le persone siano più portate a puntare sul nero se in precedenza la pallina è finita su un numero rosso per quattro volte di fila. La cosa preoccupante di questa forma di superstizione è che mina la capacità di giudizio di persone chiamate a prendere decisioni importanti, individui apparentemente ragionevoli e intelligenti che detengono un potere considerevole sulla vita di altre persone.

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Il bisogno di sentirsi censurati

Se c’è modo di entrare nel merito di una polemica senza essere per questo necessariamente incasellati in una delle fazioni che la animano (il dubbio è solo retorico: ci troviamo in Italia, è chiaro che non c’è), si potrebbe dire che il “diktat” con cui l’attuale governo avrebbe imposto una stretta censura a una trasmissione Rai “non allineata” ha lati sommersi da scandagliare.

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Ragionamenti controfattuali

Un ragionamento controfattuale è una cosa del tipo “se fosse successo che A allora sarebbe accaduto B”. Noi facciamo ragionamenti del genere in continuazione: “se non mi fossi iscritto a Giurisprudenza non avrei mai conosciuto il mio amore”, “se non fossi rientrato per prendere le chiavi non avrei perso il treno” etc etc.

Ma cosa stiamo “dicendo” quando ragioniamo in modo controfattuale? Non possiamo certo usare la logica delle implicazioni che normalmente facciamo: quelle del tipo “se scaldo l’acqua allora bolle”, o “se stai con lui allora non stai con me”. L’implicazione che usiamo di solito infatti è “fattuale”, per così dire: ci dice che se accade una cosa, allora ne accade un’altra. Cioè se è vero l’antecedente, è vero anche il conseguente. In logica, l’implicazione che usiamo si chiama “implicazione materiale”. L’implicazione ci dice che se l’antecedente è falso, allora il conseguente può essere vero o falso, in ogni caso l’implicazione “tiene”. Cioè, logicamente parlando, dire “se io sono morto, allora 2+2 fa 5” è vero.

Sorgente: Ragionamenti controfattuali

Il Galateo della discussione: un codice di condotta

Grazie agli interventi di studenti, lettori e commentatori, nelle due ultime settimane abbiamo elaborato una prima bozza, un primo canovaccio, delle regole della discussione “cortese”, che non è però quella in cui si è già d’accordo in partenza, bensì quella in cui, benché sia presente una divergenza di opinioni,  gli interlocutori, invece di farsi la guerra, accettano regole condivise per tentare di risolverla. Questo è il loro obiettivo, anche se non necessariamente lo raggiungeranno: le posizioni potranno restare distanti, ma si saranno certamente chiarite, forse rafforzate o forse invece, indebolite. Sicuramente però, se gli interlocutori avranno rispettato le regole, non avranno commesso violazioni irreparabili o infranto divieti, alla fine, col tempo, si saranno forse anche trasformati, incarnando un metodo diverso da quello della retorica della prevaricazione e dell’ideologia (per una definizione di ideologia vedi qui).

Al centro della discussione troviamo l’argomentazione: un’attività verbale e sociale che mira a convincere un interlocutore ragionevole che la propria posizione (o “tesi”) su un determinato argomento sia accettabile. Ovviamente, per sostenere una tesi (o per confutarla, negarne la validità o l’accettabilità) occorre fornire delle prove, dare delle motivazioni, altrimenti restiamo nell’ambito delle opinioni private. Chiaramente, per questa attività ci vogliono regole condivise.

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Analogie come argomenti: un vademecum

Di ANDREA GILARDONI

Recentemente, sugli Stati Generali sono comparsi due curiosi articoli, uno dei quali argomentava in favore di una analogia tra quanto stava accadendo nella città di Ferguson e due eventi italiani (Tor Sapienza e caso Cucchi), mentre il successivo sosteneva, al contrario, che tra i casi citati ci fossero differenze (negava cioè il sussistere dell’analogia). In questo intervento ci occuperemo dunque delle tecniche argomentative basate sulle analogie. Partiamo da una domanda elementare: che funzione hanno le analogie?

Quando argomentiamo, facciamo ricorso a varie giustificazioni per le nostre posizioni. In definitiva, però, se non applichiamo regole o dogmi indimostrati e indimostrabili, facciamo ricorso a varie forme di argomenti basati sull’esperienza, in gergo detti a posteriori.

L’esperienza si basa su somiglianze che scopriamo tra gli oggetti e i fenomeni (e sembra che abbiamo una capacità innata di individuare le somiglianze, come può constatare chiunque abbia avuto a che fare con i neonati). Tali somiglianze ci inducono ad aspettarci effetti simili a quelli che abbiamo visto derivare da  tali oggetti e fenomeni.

Il problema è che, sebbene le somiglianze possano essere fuorvianti o non provare alcunché, la maggior parte delle inferenze della vita quotidiana sono però basate sull’analogia. Essa è alla base dei ragionamenti che dall’esperienza passata portano verso quella futura (altrimenti la storia non potrebbe essere per noi magistra vitae).

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