Il Linguaggio segreto degli Antivaccinisti

Quante volte, nell’arco di un anno solare ci capita di dover digerire simili affermazioni?

“Ti lascio perché ti amo troppo”;

“Bisogna dare voce a tutte le opinioni”;

“Il ragazzo vale ma non si impegna”.

Seppur assai differenti tra loro, i tre esempi sopra citati ben rendono l’idea di quell’ipertrofico atteggiamento diplomatico in cui frequentemente ci imbattiamo ogni giorno.
Ciò che essenzialmente contraddistingue simili uscite pare essere il fatto di asserire direttamente qualcosa mentre indirettamente se ne vuole sostenere un’altra ben distante.

Certamente si tratta di un qualcosa di talmente ovvio e risaputo da non dover attirare le attenzioni dei vari linguisti, ma per le nostre più modeste pretese potrebbe essere utile approfondire un po’ di più il discorso.

Come tutti gli strumenti di consumata utilità, anche del linguaggio si può dire che possa servire ad un gran numero di scopi differenti.

Non ultimo tra essi il nascondere qualcosa.

La meravigliosa complessità delle varie lingue la si può misurare in effetti anche (e soprattutto) in funzione della rispettiva abbondanza di livelli e sfumature attraverso i quali il messaggio viene veicolato. Uno tra i vari aspetti di questa capacità dello strumento linguistico può essere esemplificata ripensando ai fumetti dove, tramite diversi tipi di balloon, si potevano indicare espressioni dette ad alta o bassa voce, pensieri ecc.

Un altro paragone che potrebbe aiutarci a comprendere meglio la tesi di questo post è quello dei film con i sottotitoli. Facciamo a tal fine un piccolo esempio.

Poniamo che una mattina ci capiti di incontrare per strada X e che lo stesso ci debba ancora dei soldi. Mettiamo che dall’incontro nasca il seguente breve dialogo:

Io: “buongiorno!”

X: “buongiorno a te! Come va a casa, tutto bene? Il piccolo? La moglie? (E via discorrendo con altre cortesie).”

Certo, il sussiego di X potrebbe essere di genuino, ma ho mancato di specificare che mai in precedenza, X aveva manifestato un simile interesse per le nostre questioni familiari.

A questo punto, senza alcuna pretesa di chiaroveggenza, potrei azzardare a proporre un’inferenza probabilistica secondo la quale X avrebbe voluto dire in realtà:

X: “sono in debito e la cosa non mi piace, ma ancor meno gradisco saldare il debito perciò per ora credo potrai accontentarti di un più economico pagherò di cortesie posticce.”

Volendo ricorrere all’immagine sopra citata: è come se X utilizzasse una sorta di lingua intelligibile ma priva di reale significato, mentre nella parte bassa di uno schermo immaginario scorrono le parole che davvero esprimono le sue intenzioni.

In una simile situazione sarà impossibile contestare alcunché al malandrino: com’è possibile aggirare, senza passar per screanzati, una simile coltre di affettazione?

Da tempo immemore, facendosi scudo di un sapiente utilizzo di convenzioni e consuetudini, in molti riescono ad evitare di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie parole. Il trucco sta tutto nell’utilizzare formule linguistiche tanto rodate quanto vuote.

Questa discrasia tra il detto e il pensato è cosa risaputa e di frequente anche in parte inconsapevole. A questa divaricazione tra questi due livelli del linguaggio può essere attribuito un uso sempre più grossolano e macchinale dello stesso, come già sostenuto in più di un’occasione [1].

Chiaramente quanto detto sopra costituisce un fenomeno assai comune ed attribuibile in maniera trasversale a varie categorie umane e più in generale a tutto il variegato l’universo complottista.
Tra le svariate tipologie di idiomi “alternativi” possiamo però individuarne un particolare sottotipo in funzione di esempio ed è quello oscuro cui ricorrono in genere gli antivaccinisti.

Senza perder tempo a sviscerare le loro trite quanto inconsistenti argomentazioni, per una volta varrà la pena di concentrarsi soprattutto sulla forma con la quale si esprimono in genere gli appartenenti alla suddetta categoria.

Perché, anche se di certo non gli piace sentirselo dire, a leggere e ad ascoltare con attenzione in che modo essi facciano uso del linguaggio, non può che tornarci in mente l’esempio fatto di X e dei sottotitoli.

Ma andiamo per punti.

Primo punto: gli slogan.
Nei dialoghi sostenuti con e tra antivaccinisti salta dolorosamente all’occhio una sinistra ripetitività di slogan e frasi fatte:

(A) “Vaccinarsi vuol dire adeguarsi alla massa!”

(B) “Non siamo adeguatamente informati!”

(C) “Libertà di scelta!”.

Certe perentorie affermazioni hanno di sicuro il pregio di produrre uno splendido suono e di essere, da un punto di vista banalmente qualunquista, del tutto inattaccabili (come potrebbe dirsi il contrario?).
Ma dato che, come detto, nella comunicazione tra individui entrano in gioco altri fattori oltre alla semplice estetica ci sovviene che forse, dietro a simili spruzzate di retorica a buon mercato, ci sia dietro ben altro che la semplice poesia.
Prima di procedere dobbiamo però armarci di uno strumento indispensabile ad affrontare un simile cimento.

Chi ha visto il film Essi Vivono di J.Carpenter [2] (vero must dell’iconografia complottista) già avrà capito: in una società distopica controllata da alieni infiltrati tra gli umani, il controllo della popolazione avviene anche tramite messaggi subliminali nascosti nei normali messaggi pubblicitari e nei programmi televisivi.
Il protagonista riesce a scoprire l’inganno solo grazie ad un paio di occhiali speciali che gli permettono di dissipare l’inganno vedendo le cose per ciò che sono davvero (inclusi i mostruosi alieni).

Ecco, proviamo adesso ad inforcare immaginativamente sul naso i magici occhiali utilizzati dal lottatore Roddy Piper nel film e rileggiamo le suddette proposizioni. Avremo dei risultati sorprendenti:

(A sottititolato) “Anch’io mi adeguo ad un pensiero di gruppo (quello antivaccinista) solo che lo faccio in maniera acritica ed irrazionale. Voglio comunque illudermi di essere un ribelle, unico ed inimitabile!”

(B sittotitolato) “Informarmi? Io?? Ah ah ah! Ma se non leggo neppure il bugiardino del cortisone e lo butto giù a garganella! Intanto vi rifilo questa sontuosa cavolata così ci faccio pure una bella figura!”

(C sottotitolato)Vojo fare quello che mi pare! Se mi va di pisciarti sul cofano dell’auto devo avere la possibilità di farlo, perché la mia libertà è un po’ più libera di quella degli altri!”

Visto che differenza con gli occhiali magici e quanto sono differenti i sottotitoli rispetto al parlato?
Chiaramente si è un po’ semplificata l’espressione ma il contenuto alla fin fine è quello, come dimostra il fatto che l’antivaccinista medio approfondisce ben poco razionalmente l’argomento limitandosi a riciclare a macchinetta espressioni preconfezionate.

Ma a cosa sarebbe da imputare questa lampante superficialità? Giungiamo così al secondo punto: il cazzeggiamento.

Ovviamente, se non si argomenta in maniera forte, per sperare di spuntarla in una discussione, si dovrà cercare di puntare su altre armi. Una di queste è propriamente l’arte del divagare o per l’appunto del cazzeggiare con le parole.

Espressioni del tipo:

“No all’obbligatorietà, piuttosto puntiamo sulla consapevolezza e l’informazione”

Oppure

“Bisogna approfondire ulteriormente l’argomento con più studi ed uno sforzo istituzionale e collettivo”

Non ci vuol molto per derubricarle come pura aria, poco più che un consunto blaterare.

Tra i giornalisti che si occupano di politica si usa dire, con malcelata ironia, che se qualcuno vuole riuscire a non fare qualcosa basta creare una bella commissione per far arenare tutto.
Ecco, diciamo che il tipo di linguaggio in oggetto pare perseguire un obiettivo di questo tipo.
Per dirlo in breve, certe abboffate di bizantinismi e frasi di circostanza ricordano tanto le affabulazioni del manzoniano Azzeccagarbugli.

Perciò, non potendo affrontare il tuo avversario sul campo aperto della razionalità, si cerca di menare il can per l’aia e come degli indegni Kutuzov si cerca di far cedere il povero Napoleone per esaurimento delle forze. Un micidiale arrocco difensivo volto ad impantanare la discussione entro inaggirabili artifici retorici.

Una delle tecniche principe in questo campo è il tristemente noto “principio di precauzione” [3], tanto nobile negli intenti e nella formulazione quanto orribilmente medievale nella sua reale applicazione. Si tratta dell’arma atomica nelle mani di ogni antivaccinista, anti ogm, anti SA ecc: ove per una qualsiasi bizza ci si voglia contrapporre ad un’opera pubblica, all’uso di una cura o di una tecnologia, il nefasto principio fa la sua apparizione, paralizzandoci con il suo anestetico fatalismo (se qualcosa potrà andar male, andrà male).

Come nel caso di X lo scroccone, l’antivaccinista cerca di irretirvi in una labirintica matassa fatta di retorica stantia e filosofia da discount. Un gioco delle tre carte grazie al quale cerca di occultare le ragioni profonde delle sue posizioni.

Ed in effetti si avverte che al nostro ragionamento manca ancora qualcosa: non siamo penetrati fino al cuore della linguistica cazzeggiatrice degli antivaccinisti, il Motore Immobile del loro vorticoso ed isterico sproloquiare.

Ed eccoci così al terzo punto, che si può prontamente riassumere con la seguente formula:

“Genitori consapevoli”

Qui la faccenda diventa curiosa. Cosa dovrebbe indicare la suddetta locuzione? Si tratta per caso di una condizione trascendente dell’individuo come ad esempio il Buddha? Forse che vaneggiare di complotti e pericoli inesistenti rappresenti una nuova forma di reminiscenza di un iperuranico mondo delle fregnacce?

Niente di tutto ciò in realtà. Proviamo anche stavolta a metter su i nostri occhiali magici ed a rileggere l’affermazione di sopra con i relativi sottotitoli:

“Non siamo come gli altri, siamo differenti!”

Forse sarà azzardato da presupporre, ma quel “differenti” somiglia tanto ad “alternativi”, termine che nel gergo complottista spesso equivale a “migliori”.

Ma migliori in cosa esattamente? L’abbiamo già visto sopra: nella loro presunta maggiore autocoscienza. Gli alternativi-antivaccinisti sarebbero più consapevoli degli altri proprio in funzione della loro pruriginosa prudenza, che in realtà somiglia assai più ad una misera diffidenza massimalista. Si sentono individui, padroni di sé, mentre tutti gli altri, beceri pecoroni, sarebbero del tutto sprovvisti di questa dotazione antropologica.

Potrà sembrare un’esagerazione forse, ma nei fatti e nei comportamenti di questi individui è facile ravvisare uno spietato e grottesco narcisismo egoista.
Lo testimonia il complessivo disinteresse per argomenti a base scientifica, surclassati invece da un generico ribellismo fondato più sulle parole che sui fatti.

Perciò fa così impressione sentire parole così altisonanti in bocca a chi sciorina con disinvoltura bufale e sciocchezze assortite.

Ci troviamo così a poter notare un inquietante parallelo tra due differenti divergenze.

Da una parte abbiamo individui che si sono costruiti una artificiosa immagine di sé entro la quale possono vedersi quali nobili ribelli acuti ed anticonformisti, mentre la realtà gli mostra un ben più misero ritratto.
Per risolvere questa fastidiosa dissonanza cognitiva si ricorre perciò ad un linguaggio artificioso e posticcio, una mano di cerone per imbellettare un cadavere.
Il risultato è simile perciò a quanto accade nel suddetto film in cui il vacuo linguaggio comune serve solo ad occultarne uno ben più reale e minaccioso.

Si propugna fieramente la necessità di un esubero di ragionevolezza (“più studi”, “più controlli”, “più prudenza”) ove non ve n’è ragion d’essere. Nessun argomento scientifico motiva una simile ipocondriaca preoccupazione.
Forse questa ipertrofica domanda di sicurezza serve proprio a compensare l’indicibile fragilità alla base di un utilizzo così capzioso delle parole.

Un linguaggio a due binari insomma, un mezzo che non serve a comunicare o chiarire, bensì mascherare ed occultare. Un linguaggio fatto di scatole vuote che un po’ ricorda certe facciate di case fasulle utilizzate sui set cinematografici.

Tanto diverge l’antivaccinista fittizio – immaginario da quello reale quanto similmente accade tra detto e pensato. Una sorta di doppio legame alla Bateson, ove le parole diventano veicolo di un malcelato morbo [4].

Una possibile soluzione a tutto questo complesso inganno linguistico? Ovvio, serve procurarsi un bel paio di occhiali magici per disvelare l’inganno, ma si tratta di un articolo che non si trova sul bancone dell’ipermercato.

Per togliersi davvero il prosciutto dagli occhi (in senso reale e non in quello ruffiano inteso dagli antivaccinisti) serve quell’indispensabile onestà intellettuale purtroppo del tutto assente in queste persone.

Perché gli “alieni” sono già infiltrati tra noi ormai da tempo (i ribelli che in realtà divengono tiranni), avvelenando il dibattito pubblico con la loro sotto-cultura medievale e per impedirgli di nuocere davvero servirà ben più di un wrestler con un paio di strani occhiali addosso.

▪ Note:

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/VMF7H5mNEyW

[2] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Essi_vivono

[3] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/9y62trTMtFb

[4] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Doppio_legame_%28psicologia%29

Gli alieni di “Arrival”, il linguaggio ed una critica al sentimentalismo

Se si provasse, con uno sforzo di immaginazione, a trovare un termine adeguato per descrivere la comunicazione sugli attuali media, non sbaglieremmo di molto se pensassimo all’aggettivo “emotiva”.
Sul tema si sono già lungamente espresse menti ben più affilate della mia [1] e perciò eviterò, almeno per il momento, di entrare in un’analisi pericolosamente accurata dell’argomento. Ciò detto, niente impedisce comunque di portare qualche breve considerazione al riguardo.

Andando rapidamente al punto, credo basti far mente locale a ciò che passa in televisione o sui social per capire che, pur in una grande eterogeneità di forme e contenuti, la cifra comune risulta essere una comune tendenza ad utilizzare stili che prediligano il sentimento e la sua espressione.

Blog grondanti di rabbia acefala, reporter che commentano tragedie con un repertorio degno dei vecchi romanzi d’appendice e teneri gattini occhieggiano in mezzo a post razzisti: miriadi di figure e parole sciamano come piccoli asteroidi impazziti sui network, dando un’impressione di apparente casualità.

Questa ingarbugliata matassa di passioni finisce in effetti per declinarsi attraverso un sistema codificato di espressioni ed immagini che assumono l’aspetto e la coerenza di un vero e proprio linguaggio. Un linguaggio che presenta molte analogie con una ben precisa filosofia usualmente definita come sentimentalismo.

Per fornire una qualche definizione basterà dire che quando si parla di sentimentalismo, in genere, si fa riferimento grossomodo a definizioni come quelle qui riportate:

1) Tendenza ad abbandonarsi eccessivamente ai sentimenti: certa narrativa dell’Ottocento cade spesso nel sentimentalismo. Concretamente, atteggiamento, parola o gesto affettatamente sentimentale: lasciamo perdere i sentimentalismi;

2) In filosofia, in senso generico, l’atteggiamento, spirituale o culturale, con cui si tende a dare posto soprattutto ai sentimenti e ai moti dell’animo, e tra questi in particolare a quelli patetico-melanconici. Sotto questo aspetto, il sentimentalismo divenne una componente del romanticismo decadente, particolarmente portato a questo tipo di ripiegamento intimistico […] [2]

Il sentimentalismo si presenta perciò sotto un duplice aspetto: quello strettamente individuale consistente in un eccessivo indugiare nelle proprie emozioni ed uno diciamo, più culturale, che vede l’espressione del sentimento al centro della comunicazione sociale.

Ciò che invece va sottolineato è il fatto che i nostri schermi, non importa se si tratti di televisioni o smartphone, giornalmente ci propongono qualcosa che appare come una sorta di modello comportamentale, una specie di galateo per la comunicazione sociale in cui l’esposizione esasperata della nostra interiorità costituisce la moneta corrente.

Perché per il sentimentalista essenzialmente, l’emozione giustifica qualunque giudizio proprio in funzione del suo venire “da dentro”. In una sorta di cogito perverso egli pone il pathos e non la ragione a garanzia dei propri atti e delle proprie parole. Da qui l’importanza attribuita, spesso con intensità preoccupante, a virtù quali onestà e trasparenza.

Possiamo altresì immaginare che esista una profonda relazione tra le parole che scegliamo per dire qualcosa e il modo con cui poi andiamo ad esporre tale contenuto. Una simile uniformità di espressione la potremmo ragionevolmente definire come un certo “stile” ed è attraverso di esso che possiamo ormai interpretare la narrazione sui vari media.

Prima di andare ad occuparci del personaggio di Louise e dell’antisentimentalismo in Arrival, potrebbe essere però assai proficuo risalire indietro nel tempo fino ad incontrare una prima forma di rappresentazione che molto puntava sul parossismo espressivo, ovvero la tragedia greca. In particolare ci servirà approfondire il ruolo di un suo fondamentale accessorio: la maschera.

Nel teatro greco la maschera rivestiva due importanti funzioni:

Esse [le maschere] venivano utilizzate dagli attori con funzione acustica di amplificazione della voce e scenica di caratterizzazione dei personaggi. Infatti un attore, dovendo interpretare più ruoli anche femminili aveva la necessità di indossare la maschera per poter impersonare al meglio un personaggio e, contemporaneamente, facilitare il riconoscimento dei diversi personaggi da parte degli spettatori. [3]

Orbene, il secondo aspetto già da solo ci dice qualcosa di assai importante: l’attore, attraverso la maschera, dismetteva la propria personalità soggettiva per assumerne un’altra oggettivamente definita. Egli andava a rappresentare un “carattere”, ovvero un personaggio dalle connotazioni decisamente univoche e stereotipate.

In tal senso poteva rivestire indifferentemente il ruolo di un umano o di una divinità. Che si trattasse della sensuale Afrodite oppure del feroce Achille il discorso non cambia: nel primo caso l’attrice rappresentava in maniera generica e semplificata l’eros mentre nel secondo l’individuo si trovava ad incarnare la rabbia e la ferocia guerresca. In tutte queste assunzioni sceniche, ovviamente, c’era ben poco spazio per l’ambiguità o l’approfondimento: preponderante era il peso della narrazione e il ruolo che la maschera vi giocava all’interno, quasi si trattasse di un pezzo in una partita a scacchi

Tornando adesso alla contemporaneità ed alla Louise di Arrival, va detto che ad un occhio superficiale potrebbe apparire come un personaggio freddo in superficie o più semplicemente incapace di palesare adeguatamente i propri sentimenti.

In effetti l’energica linguista non lascia granché trasparire, se non in sporadiche situazioni, il proprio travaglio interiore rinunciando così al prevedibile armamentario cui un certo tipo cinema ci ha ormai abituato e che ricorre in genere a patetiche didascalie o mimiche convenzionali.

Da questo punto di vista Louise pare interpretare un certo tipo di eroina, refrattario agli stereotipi comunicativi che nel corso degli anni hanno visto oscillare le figure femminili tra le Madonne tutte amore e passione e micidiali virago, algide come lapidi.

Il riserbo di Louise la pone perciò assai lontana dalle “maschere” tanto codificate quanto vuote: non finisce per incarnare né una Afrodite e neppure una Artemide, tanto per fare un esempio. Eppure il suo continuo agitarsi ci trasmette tutt’altra sensazione rispetto alla freddezza: le sottili rughe sul viso affilato ed il frequente serrarsi delle mascelle ci danno la misura del suo tumulto interiore.

Non vi è perciò, nelle sue vicende, alcuna esagerazione patetica e questo già contraddice il primo aspetto caratteristico della maschera tragica e cioè proprio quello dell’amplificazione (sonora o emotiva che sia). Louise non necessita di “megafoni linguistici” per trasmetterci il proprio vissuto. Ma c’è un punto ancor più importante da sottolineare.

La verità in questo caso, è che non si deve scambiare per semplice contegno o marziale pudore ciò che in realtà altro non è che semplice consapevolezza. Per capire il travaglio di Louise non è necessario pretender da lei chissà quali smorfie o declamazioni: ella è pienamente presente a se stessa e tanto le basta per non diventare un personaggio stereotipato, una maschera per l’appunto. Il suo sentire cammina sempre di fianco alla ragione e ciò non lo svilisce affatto, tutt’altro.

Perché in effetti è questo che il sentimentalismo vuole dalle persone: meno ragione e più emozione nei propri giudizi. Divenire pupazzi in balia dei marosi dell’umore, servi di un copione scontato fatto di espressioni sdolcinate.

A tal proposito va detto che maschera tragica riusciva ad ottenere un effetto apparentemente paradossale: come detto, nella sua vistosa espressività finiva per annichilire l’individuo per rimpiazzarlo con l’archetipo. Ma questo faceva parte di un gioco le cui regole erano dichiarate e per il cui svolgimento veniva peraltro definito uno spazio apposito (il teatro). In quella dimensione la mascherata era funzionale alla narrazione della storia ed alla immedesimazione del pubblico, a differenza di quanto accade spesso nella sceneggiata sentimentalista ove si perde il senso della metafora ed il messaggio vien preso alla lettera. Nella tragedia il sentimentalismo è un’iperbole in mezzo ad altre sue simili mentre il suo attuale utilizzo linguistico, del tutto fuori contesto, serve solo a trasformare in commedia grottesca tutto ciò che tocca.

Nel caso del sentimentalismo volgare cui siamo ormai abituati, non vi è alcuna reale consapevolezza del linguaggio utilizzato: con il suo pensiero di pancia, esso comporta appunto in questo comunicare meccanicamente e senza alcuna consapevolezza, appellandosi ad abusate sentenze ed a monotoni slogan. La narrazione propria del sentimentalismo toglie alle nostre storie la loro profondità, rendendo la comunicazione uno spettacolo vacuo al pari di un teatro delle ombre. Questo è ciò che accade quando si confonde il sentimento col sentimentalismo.

Con una certa ironia possiamo notare come sia proprio una linguista, in questo caso, a mantenere saldamente la presa sul proprio linguaggio (anche quello del corpo). Louise incontra perciò la reale empatia dello spettatore proprio grazie a questa sua discrezione che, ben lontana dalla freddezza, eleva la sua figura al livello di persona anziché personaggio.

Senza voler per questo esagerare l’importanza di un film che forse non passerà alla storia, possiamo comunque insinuare che lo “stile” di Louise rappresenti una sorta di controfattuale [4] rispetto al modello comunicativo e comportamentale sotteso al sentimentalismo, una dimostrazione plastica di come sia possibile immaginare una modalità differente, ma egualmente efficace, per rappresentare le proprie ed altrui emozioni.

▪ Note:

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/MnG179YYKwb

[2] http://www.sapere.it/enciclopedia/sentimental%C3%ACsmo.html

[3] https://iridedilucecoeva.wordpress.com/la-maschera-e-il-mio-mondo/le-diverse-tipologie-di-maschere-teatrali-e-il-loro-utilizzo-nel-teatro-antico/

[4] http://www.treccani.it/vocabolario/controfattuale/

Il mito ingannevole del “Naturale”

Lo scopo è cercare di individuare cosa i cittadini hanno in testa quando si parla di agricoltura. L’esperimento parte da una premessa, e cioè: il consumatore ha sempre ragione, si muove per massimizzare il suo profitto, vuole naturalmente acquistare un buon prodotto e infine, cosa importante: è preoccupato per le sorti del mondo, dunque attento, da consumatore, ai suoi stessi gesti. Ora, se chiedete, in prima battuta, quali prodotti desidera acquistare, una buona maggioranza esprimerà la preferenza per prodotti naturali. Questo è un tema importante, in quanto evidenza un conflitto, chissà, forse insanabile, tra la nostra idea di natura, buona e materna, con quello che la natura realmente è: ostile e matrigna. Per questo se entrate in qualsiasi supermercato, bio o non bio, accanto ai prodotti esposti è possibile vedere grandi fotografie che illustrano, per esempio, campi di grano al tramonto, appena dolcemente toccati dagli ultimi raggi di sole. La nostra idea di natura – che poi per associazione ci porta alla ricerca di prodotti naturali – ha origine da quelle immagini. Siamo convinti che il processo per ottenere un buon prodotto è appunto, naturale: i campi producono cibo, quasi senza intervento dell’uomo. Anzi quando questo interviene è capace di tutto, è capace, soprattutto, di rovinare le belle immagini, e farlo con le peggiori intenzioni, usando la chimica, i conservanti, gli additivi.

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“Chimica”…

I movimenti anti-chimica affondano troppo spesso le radici delle loro argomentazioni su un’ignoranza diffusa rispetto a quelle che dovrebbero essere nozioni fondamentali di scienza, apprese sui banchi della scuola superiore. Si tratta di concetti talmente elementari che la loro assenza, nelle posizioni degli anti-scienziati, può solo essere descritta come una stupida ostinazione a mantenere pregiudizi e quindi disinformazione.

Nonostante in molti si sentano dei liberi pensatori illuminati, i negatori della disciplina di Pasteur sono dunque soltanto studenti da rimandare. Di seguito, vogliamo offrire loro l’occasione di colmare queste imperdonabili lacune, mettendoli di fronte a cinque concetti fondamentali propri della chimica, che devono essere ben compresi e acquisiti prima di poter esprimere giudizi su questioni legate a medicinali, vaccini, cibo, ambiente e numerosi altri ambiti ricchi di “ formule”.

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Le Parole Sovraccariche

È possibile influenzare i risultati di un giudizio usando deliberatamente termini aderenti a preconcetti.

Quando le parole che si usano sono scelte per ottenere un atteggiamento più favorevole o più ostile di quello che sarebbe suscitato dai fatti nudi e crudi, la fallacia in azione è quella delle parole sovraccariche:

<<Hitler convoca i signori della guerra!>>

<<Daladier Consulta e vertici della Difesa.>>

(I due titoli di giornale dicono la stessa cosa: che i leader di Germania e Francia si sono incontrati con i capi delle rispettive forze armate. In Germania si tratta di “Signori della guerra”, mentre in Francia sono i “vertici della Difesa”. Il cancelliere tedesco e semplicemente “Hitler”, senza titolo, e “convoca” imperiosamente; mentre dalla Daladier è un “Monsieur” e, da buon democratico, “consulta”).

Parole che sono praticamente sinonimi portano di fatto con sé sottili sfumature che possono essere sfruttate per modificare la percezione delle frasi che le veicolano. La fallacia deriva dal fatto che queste sfumature non fanno parte dell’argomento. Esse sono state introdotte illecitamente, per poter accrescere un effetto che l’argomento da solo non avrebbe suscitato. Le sfumature aggiunte e la risposta che ottengono sono in ogni caso decisamente irrilevanti al fine di stabilire la verità o meno di quanto si sta dicendo. Normalmente, il linguaggio abbonda di maniere di introdurre i nostri atteggiamenti in un discorso, in modo da ricevere una determinata risposta da chi ci ascolta. La gente può essere smemorata o noncurante, determinata o inamovibile, fiduciosa o arrogante. Molti di questi termini sono soggettivi: la loro precisione dipende dalla sensibilità di chi osserva, e da come lui o lei interpreta la situazione. Un’argomentazione corretta richiede una certa quantità di sforzo cosciente per essere condotta da cima a fondo entro termini ragionevolmente neutrali:

<<Ancora una volta si scopre che la Gran Bretagna è a quiescente nei confronti delle dittature.>>

(O mantiene relazione amichevoli con governi forti. Da notare come l’espressione “si scopre” implichi che sia stato visto e smascherato un colpevole segreto).

Lo scranno del giudice, quando si rivolge alla giuria, è un buon posto dove far gironzolare espressioni sovraccariche. La legge inglese, per fastidiosa negligenza, lascia alla giuria il diritto di decidere il verdetto. Più di un giudice approfitterà di questo increscioso vuoto nella procedura legale scegliendo a una a una le parole che meglio potranno aiutare gli sventurati nella loro deliberazione:

<<Dovremmo credere alla parola di questo piagnucolante pervertito reo confesso, o a quella di un uomo la cui reputazione è simbolo e sinonimo di onore e integrità?>>

(Se aveste mai pensato una cosa del genere è questo il momento giusto per cambiare idea).

C’è tutta una serie di usi dei verbi, a cui si può fare ricorso affinché risaltino i diversi gradi di intensità che l’oratore intende applicare alle parole che impiega per descrivere sé, o la persona a cui si sta rivolgendo, o una terza persona assente. Perciò: “Sarò irremovibile; sei cocciuto; è uno stupido zuccone”.

Certe cronache di gare possono invitare a patteggia a parteggiare per una squadra o per un’altra sulla base dei termini impiegati, piuttosto che degli eventi riportati:

<<La Scozia ha rubato un gol nella prima metà della partita, ma gli sforzi dell’Inghilterra sono stati ben ricompensati nella seconda metà, quando…>>

(Indovinate a quale squadra appartiene il cronista).

Quello che funziona nella pagina dello sport lo vedrete in azione anche alla grande anche in prima pagina.

<<Chi ci legge può ben distinguere le mazzette dei labiristo dagli impegni dei conservatori.>>

(Ancor meglio distinguibile la parte politica del giornalista).

Le trasmissioni televisive che si dedicano all’attualità sono uno spasso per il conoscitore delle espressioni sovraccariche. C’è uno sfortunato conflitto di interessi. Vogliono presentare del materiale che vi porti a condividere i loro pregiudizi e allo stesso tempo la loro autorità richiede come minimo qualche sembianza di oggettività ed equilibrio. Mentre una palese parzialità fa la sua comparsa, c’è pure soddisfazione nel cogliere parole sovraccariche, a un livello lievemente più insidioso. Su quale sponda stanno i “terroristi”, ad esempio, invece del “combattenti per la libertà”? Quali paesi hanno “governi” quali invece un “regime”?

Quando vi trovate in condizione di dover persuadere delle persone, troverete che delle parole più cariche, enfatiche, vi saranno di maggior aiuto. Il paesaggio verbale che vi impegnerere a disegnare mostrerà lo scabro profilo di un’alternativa, e la prospettiva rosea annunciata da quella opposta. I vostri ascoltatori non avranno certo bisogno di sapere che avreste potuto benissimo mettere le cose esattamente in modo contrario.

<<Crederai alle parole ponderate di un editorialista rispettato a livello internazionale, o hai giri sconclusionati di un rinomato scribacchino?>>

Quando descrivete alcune azioni, non dimenticate di caricare le vostre parole modo tale che anche a quegli osservatori che nulla sanno dei fatti in causa sarà evidente la distinzione tra i vostri prudenti accenni e il disordinato verbigerare degli altri, fra i modesti benefici cui avresti diritto voi e le grossolane malversazioni in cui vostri avversari sguazzano. La vostra testimonianza spassionata dovrebbe contrastare al massimo con il frenetico dibattere di chi vi osteggia.

▪ Tratto da : ” Come avere sempre ragione ” di Madsen Pirie, Tea Editore.

https://www.amazon.it/Avere-Sempre-Ragione-Madsen-Pirie/dp/8862203799

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

Hic Rhodus

In questo post intendo precisare concetti importanti che ho trattato molte volte in maniera troppo essenziale (tutto sommato questo è solo un blog!). Prima di tutto parlerò di famiglia “naturale”, un concetto sciocco e sbagliato di cui si riempie la bocca la destra ottusa e la religione dogmatica. E probabilmente moltissimi altri semplicemente poco informati e radicati in pre-concetti senza basi scientifiche assunti come a priori per tradizione, comodità, artificio retorico e via discorrendo. Dovrò poi precisare qualcosa sul relativismo culturale, per ragioni che diverranno chiare leggendo. Il mio punto di vista è piuttosto noto ai lettori di HR per averlo esposto non poche volte:

Sulla famiglia rimando a La morte della famiglia, dove confrontavo la morale familiare della dottrina cattolica con la realtà sociologica che mostra famiglie problematiche, separate o addirittura violente (ora invece assumeremo una prospettiva antropologica che là mancava).

Del relativismo, oltre a utilizzarne il concetto…

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Contro natura?

Lo Strano Anello

Come forse sapete se leggete il mio blog abitualmente, io ho un passato da simpatizzante della destra religiosa. Sì, è un passato moooolto passato; parliamo di quando andavo al liceo, una decina di anni fa. Ma vedete, gira voce che io sia un po’ più brillante della media, per cui a quei tempi, al livello intellettuale, potevo essere considerato un pericolo pubblico per il tipico sinistroide radical chic, dato che le mie argomentazioni erano estremamente riflettute e ben strutturate (almeno per quanto possa consentirlo il pessimo materiale di partenza).

Quello che mi è successo, però, è che, avendo uno stile di ragionamento da intellettuale di destra di una certa levatura già quando andavo a scuola, nel tempo sono andato ad approfondire sempre di più le mie stesse argomentazioni. Immaginate cosa è successo: via via che approfondisci ti convinci sempre di più che tu sei un ganzo che ha capito tutto…

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