Antiscientismo è barbarie

Hic Rhodus

Uno dei modi per descrivere l’evoluzione della nostra specie riguarda la rappresentazione del mondo, da magica a scientifica, passando per forme religiose da “primitive” a evolute. Più o meno in questo modo:

Magia Animismo Politeismo Monoteismo Esoterismo Scienza

Preciso che moltissimi avranno da obiettare su questo schemino ipersemplificato utile per una presentazione preliminare del nostro tema. Chiarisco quindi che:

  • Magia: il mondo è incomprensibile e i poveri esseri umani delle origini cercavano di contenere l’angoscia del Sole che tramontava (sarebbe tornato?), dell’Inverno che arrivava (sarebbe cessato?), dell’antilope che fuggiva (sarebbero riusciti a cacciarla?) con pratiche (possedute da un iniziato) di dominio sulla natura. Compiamo un rito e il Sole tornerà; compiamo un sacrificio e l’Inverno passerà…
  • Animismo: la natura è animata da molteplici forze; il Sole tramonta e risorge perché possiede una sua coscienza; la Natura è benefica o matrigna a seconda della personalità e della volontà delle varie “anime”…

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Breve riflessione sulla scienza

Una breve riflessione su ciò che possiamo e dobbiamo chiedere alla scienza, per vincere la paura che troppi dimostrano di nutrire nei suoi confronti

Un amico si chiede da che cosa nasca questa rivolta antiscientifica, questo movimento che vede anche nella scienza un complotto ai danni della gente, e opporvisi lo interpreta come una contestazione del sistema attuale di poteri – politici, economici, sociali – che governano il mondo. Un altro amico cerca una risposta e avanza l’ipotesi, suggeritagli da Jung, che la perdita dei significati simbolici nella lettura del reale possa esserne la causa. Pasolini avrebbe parlato di perdita del senso sacrale della vita e del mondo, in una parola di perdita del sacro. Scomparse religioni e ideologie, subentrerebbero le illusioni di risposte immediate, semplici, a fenomeni che non si capiscono e, soprattutto, non si controllano. Poiché sono, queste, riflessioni che spesso hanno attraversato anche la mia mente, cerco di raccogliere le briciole di quanto ho elaborato tra me e me in proposito. Eccone un breve resoconto.

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Non capiamo le probabilità, ed è un problema

Immaginate di lanciare una monetina, e che vi esca testa per tre volte di fila. Sarebbe piuttosto notevole: quante probabilità ci sono che esca testa anche una quarta volta? La risposta corretta è che le possibilità rimangono invariate: avete sempre il 50 per cento di probabilità che dal prossimo lancio esca ancora testa. La monetina non ha memoria e non sa cosa è successo in passato. L’istinto degli esseri umani per le probabilità però è notoriamente poco affidabile. La convinzione che l’universo mantenga un equilibrio, e che dopo una serie di lanci in cui esce testa sia più probabile che il prossimo sia croce, è sorprendentemente diffusa.

Si chiama “fallacia dello scommettitore” ed è il modo in cui si comportano le persone quando sono impegnate in giochi di fortuna. Analizzando un video registrato in un casinò di Reno, in Nevada, per esempio, alcuni ricercatori hanno dimostrato come le persone siano più portate a puntare sul nero se in precedenza la pallina è finita su un numero rosso per quattro volte di fila. La cosa preoccupante di questa forma di superstizione è che mina la capacità di giudizio di persone chiamate a prendere decisioni importanti, individui apparentemente ragionevoli e intelligenti che detengono un potere considerevole sulla vita di altre persone.

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Il Principio di Improbabilità

Fuffologia

caprone Un caprone

Mi è capitato di recente di discutere di “caso” su un newsgroup con un caprone newage di quelli intrattabili e irrecuperabili. È convinto che il caso non esista. Dice che se qualcuno  indovina, in media, una volta su sei il dado che avete lanciato, non lo farebbe per caso. Gli ho fatto notare che è il risultato che ci si aspetta normalmente da chiunque; che anche un computer che genera un numero random tra 1 e 6 ci azzecca altrettanto bene; e che anche chi risponde sempre “4” in media ci prende una volta su 6.

Il caprone però è irremovibile: il caso non esiste e l’individuo in questione dev’essere necessariamente dotato di qualche “facoltà sconosciuta” (magari legata alla sua visione cazzara della meccanica quantistica), altrimenti avrebbe sbagliato sempre. Che si possa indovinare un numero tra 1 e 6 tirando a casaccio è per lui inconcepibile e in…

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La marcia del progresso e il paradosso della divulgazione

Sul quotidiano La Repubblica del 28/1/2015: Scoperto il cranio umano che segna il passaggio dai Neanderthal all’uomo moderno. Non so che cosa intendesse comunicare chi ha scritto il titolo, ma quello che effettivamente comunica l’espressione “che segna il passaggio dai Neanderthal all’uomo moderno” è inequivocabilmente questa rappresentazione (vedi figura), che conosciamo attraverso S. Gould come la “marcia del progresso”. Il titolo, che è l’unica cosa che la maggior parte dei lettori legge, contraddice perfino il contenuto dell’articolo stesso che fa riferimento alla “coesistenza” o alla possibilità di un “incrocio” tra le due specie.

Non mi occuperò qui di dare l’informazione corretta sull’argomento, perché Pikaia lo ha già fatto. Semmai vorrei mettere a fuoco di che tipo di scorrettezza si tratta e occuparmi di nuovo del problema, ormai un vero cancro culturale, della divulgazione, che è il contenitore delle singole scorrettezze che a ogni passo si ripresentano. Per quanto riguarda il più diffuso quotidiano italiano, la mia triste impressione è di essere tornato ai tempi di Enrico Franceschini (si veda qui), che si era attribuito la missione di istruire il pubblico sulla scienza evolutiva, anzi sui “misteri” dell’evoluzione. I suoi articoli su La Repubblica erano inesorabilmente illustrati dall’immagine della “marcia del progresso”. Il dubbio, essendo lui avvocato, è che fosse convinto che il modello dell’evoluzione umana è la marcia del progresso, in cui si passa dal neanderthalensis al sapiens attraverso qualche forma di trasformazione (forse metamorfosi, come nel caso del girino che diventa rana).

Poi l’avvocato ha ceduto il posto a una persona di formazione scientifica e la comunicazione de La Repubblica in fatto di scienze ha fatto un salto di qualità. Ma probabilmente, come spesso accade, la nuova comunicatrice scientifica non ha la responsabilità di redazione, non compone neppure i titoli dei propri articoli, e non si occupa delle segnalazioni. Dunque abbiamo ancora una volta a che fare con il “paradosso della divulgazione”: per definizione di “divulgazione” i destinatari della comunicazione sono inesperti della materia, ma il significato della comunicazione è interpretabile correttamente solo da chi invece è già esperto; solo in una comunicazione tutta interna al mondo dei paleontologi, antropologhi evoluzionisti quel “passaggio” da Neanderthal a sapiens potrebbe essere colto come metafora di un idea completamente diversa, molto più complessa e scientificamente corretta, dell’evoluzione umana. Non approfondisco qui cosa si intende per “scientificamente corretta”, ma ha a che fare con la comunità scientifica di riferimento e i suoi spazi istituzionali di comunicazione.

In altre parole il divulgatore de La Repubblicaeffettivamente comunica qualcosa di molto diverso, anzi opposto dal punto di vista epistemologico e storico, da ciò che intende comunicare, ammesso (per benevolenza) che intenda comunicare la corretta idea scientifica in questione. Ma il problema vero è quando il divulgatore ha una formazione scientifica o addirittura è uno scienziato esperto nel campo in cui si colloca l’oggetto della comunicazione, perché in questo caso è da escludere l’ignoranza e la pretesa di poter comunicare a inesperti ciò di cui non si è almeno moderatamente esperti.

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Perle di ignoranza scientifica: quando 4 è minore di 3

L’ignoranza scientifica diffusa può diventare un problema sociale.
Lo è certamente quando, di fronte a fatti che coinvolgono la quotidianità e la società, ci si lancia in spiegazioni e discussioni strampalate dimenticandoci di controllare se quei fatti siano realmente accaduti nei termini in cui ci vengono descritti. Il procedere scientifico infatti parte sempre dalla verifica dei fatti. Le bufale si estinguerebbero presto se questa regola fosse ben stampata nella mente di tutti.
Lo è quando chi ha la responsabilità di decidere sulle leggi, o di informare i cittadini tramite i mezzi di comunicazione, non è nemmeno in grado di leggere un grafico, una statistica, e di comprenderne il significato.

Lo è quando non c’è la consapevolezza dell’importanza delle competenze. Si eviterebbero ad esempio presentatrici tv a spiegarci come curare il cancro in modo naturale, disk jokeys a sentenziare sull’inutilità dei vaccini, e laureati in scienza della comunicazione a dare false speranze ai malati di Sla.

Ma ci sono casi in cui l’ignoranza scientifica rasenta l’incredibile, generando situazioni paradossali sulle quali ci si può tutto sommato ridere sopra. Per lo meno finché non ci ricordiamo che stiamo parlando di gente che, tra le altre cose, vota.
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Medicina e metodo scientifico: anche la democrazia non è un’opinione

Insomma, alla fine è successo. L’Ordine dei Medici di Treviso ha radiato uno dei più famosi antivaccinisti d’Italia, il dott. Roberto Gava, salito agli onori della cronaca nazionale per un convegno sulla medicina alternativa tenuto poco tempo fa in Senato.

Il buon Gava, cardiologo con perfezionamento in agopuntura cinese, omeopatia classica, bioetica e ipnosi medica, è però un combattente ed è passato al contrattacco, forte dell’appoggio di oltre sei mila persone al comunicato dei suoi avvocati postato sulla sua pagina Facebook. Negli ultimi giorni è arrivata anche la dichiarazione di guerra: “E’ un’occasione d’oro – ha detto il medico dopo la radiazione – non solo per divulgare le mie idee, ma anche per diffondere la cultura del rispetto dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà di pensiero e di scienza”.

Parole che offrono anche a noi l’occasione di svolgere qualche ragionamento sui concetti di opinione e libertà di pensiero (che per gli antivaccinisti si equivalgono). Concetti oggi molto strumentalizzati, distorti a proprio uso e sui quali sono stati montati degli equivoci giganteschi. E se c’è una cosa che non possiamo permettere è che si alteri il senso del linguaggio. Se non ci troviamo più d’accordo sul significato delle parole il linguaggio diventa inutile, e la fine del linguaggio è la fine della società. Dunque, le cose con il loro nome.