Medicina e metodo scientifico: anche la democrazia non è un’opinione

Insomma, alla fine è successo. L’Ordine dei Medici di Treviso ha radiato uno dei più famosi antivaccinisti d’Italia, il dott. Roberto Gava, salito agli onori della cronaca nazionale per un convegno sulla medicina alternativa tenuto poco tempo fa in Senato.

Il buon Gava, cardiologo con perfezionamento in agopuntura cinese, omeopatia classica, bioetica e ipnosi medica, è però un combattente ed è passato al contrattacco, forte dell’appoggio di oltre sei mila persone al comunicato dei suoi avvocati postato sulla sua pagina Facebook. Negli ultimi giorni è arrivata anche la dichiarazione di guerra: “E’ un’occasione d’oro – ha detto il medico dopo la radiazione – non solo per divulgare le mie idee, ma anche per diffondere la cultura del rispetto dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà di pensiero e di scienza”.

Parole che offrono anche a noi l’occasione di svolgere qualche ragionamento sui concetti di opinione e libertà di pensiero (che per gli antivaccinisti si equivalgono). Concetti oggi molto strumentalizzati, distorti a proprio uso e sui quali sono stati montati degli equivoci giganteschi. E se c’è una cosa che non possiamo permettere è che si alteri il senso del linguaggio. Se non ci troviamo più d’accordo sul significato delle parole il linguaggio diventa inutile, e la fine del linguaggio è la fine della società. Dunque, le cose con il loro nome.

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Dal ragionevole dubbio all’ossessione antiscientifica

Hic Rhodus

È di poco tempo fa la notizia riguardante la sentenza della Procura per i Minorenni di Milano che impone il divieto di espatrio per una bambina di tre anni affetta da una grave forma di tumore al cervello. La decisione si è resa necessaria di fronte all’intenzione, da parte dei genitori della piccola paziente, di abbandonare il protocollo terapeutico in atto presso l’Istituto Nazionale Tumori (INT), che era riuscito a bloccare la progressione del tumore, per iniziare una nuova terapia non meglio conosciuta in Israele, rischiando di sottrarre la bambina ai benefici delle cure in atto in favore dell’incertezza più totale. Quest’evento rappresenta solo uno dei casi, sempre più numerosi, in cui alla ragionevolezza si oppone la cultura antiscientifica.
Lo scetticismo e la diffidenza nei confronti della scienza medica, rappresentano un fenomeno dalle radici antiche, ma che ha preso sempre più piede negli ultimi anni. L’avvento di internet e l’informazione a…

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Berkeley e la New Age

Dario Berti - Filosofia

Una volta ho ricevuto una lettera da un’eminente logica, la Signora Christine Ladd Franklin, la quale diceva di essere una solipsista, e che era sorpresa che non ce ne fossero altri. Venendo da una logica e da una solipsista, la sua sorpresa sorprese me.
Bertrand Russell

1. Perché ancora oggi l’idealismo a-la-Berkeley val bene una critica?

Lo scopo che mi propongo oggi è di criticare la tesi di Berkeley per cui le cose – tutte le cose – sono fatte di pensiero ed esistono solo perché noi le pensiamo o qualcun altro le pensa. Trovo che questa tesi sia insostenibile e, benché obsoleta, ritengo che ancora oggi valga la pena di criticarla per le seguenti ragioni:

1) l’identificazione di pensiero e realtà comporta una profonda e ingiustificata svalutazione del sapere scientifico;

2) l’idealismo offre una giustificazione filosofica a tutte quelle forme di superstizione religiosa o para-religiosa che negano l’esistenza di…

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L’illusione dell’ordine nel caos: Einstein e il mistero del moto browniano

“L’articolo di Einstein del 1905 sulla fisica statistica si proponeva di illustrare un fenomeno chiamato moto browniano, così detto in onore di Robert Brown, botanico, esperto mondiale di microscopia, e autore della prima descrizione chiara del nucleo cellulare. L’obiettivo di Brown nella vita, perseguito con energia instancabile, era scoprire attraverso l’osservazione l’origine della forza vitale, una misteriosa influenza che all’epoca si riteneva donasse ai corpi la proprietà di essere vivi. In quella ricerca, Brown era condannato a fallire; ma un giorno di giugno del 1827, credette di esserci riuscito.
Guardando attraverso la lente, Brown notò che i granuli all’interno dei granelli di polline sembravano muoversi. Il polline è fonte di vita, ma non è di per sé un essere vivente. Eppure, per tutto il tempo che Brown continuò a guardare, il movimento non cessò mai, come sei granuli possedessero qualche energia misteriosa. Non era un movimento intenzionale: sembrava anzi del tutto casuale. Con grande trepidazione, Brown si convinse di aver catturato la sua preda, perché cos’altro poteva essere questa energia se non quella che alimenta la vita?

[…] Ma poi assestò il colpo mortale alla sua ottimistica interpretazione della scoperta: osservò lo stesso moto anche in particelle inorganiche, come asbesto, rame, bismuto, antimonio e manganese. Seppe allora che il movimento che aveva osservato non era legato alla presenza della vita. La vera causa del moto browniano si sarebbe rivelata come la stessa forza che determina le regolarità nel comportamento umano notate da Quetelet: non una forza fisica, ma una forza apparente che sorge dagli schemi di casualità.

[…] Le basi per la comprensione del moto browniano furono gettate da Boltzmann, Maxwell e altri nei decenni successivi al lavoro di Brown. Ispirati da queste lettere, questi scienziati crearono il nuovo ambito della fisica statistica, impiegando l’edificio matematico della probabilità e della statistica per spiegare come le proprietà dei fluidi sorgono dal movimento degli atomi che li compongono.

[…] Einstein impiegò la nuova teoria per spiegare nei dettagli il meccanismo preciso del moto browniano. […] Secondo la teoria atomica, il moto fondamentale delle molecole d’acqua è caotico. Le molecole volano qua e là, e si spostano in linea retta solo finché non urtano un’altra molecola. Come abbiamo visto nel prologo, questo tipo di percorso (in cui in vari punti la direzione cambia in modo casuale) si chiama spesso “passeggiata dell’ubriaco”, per motivi ovvi a chiunque abbia bevuto troppi Martini almeno una volta nella vita. Se le particelle che galleggiano in un liquido vengono bombardate modo costante e casuale dalle molecole del liquido, come predice la teoria atomica, ci si potrebbe attendere che oscillino qua e là delle collisioni.
Ma questa immagine del moto browniano presenta due problemi. Primo, le molecole sono decisamente troppo leggere per far spostare le particelle galleggianti visibili; secondo, le collisioni molecolari avvengono molto più di frequente delle oscillazione osservate. Ci voleva il genio di Einstein per capire che quei due problemi si annullano a vicenda: le collisioni sono molto frequenti, ma essendo le molecole così leggere, quelle collisioni frequenti e isolate non hanno effetti visibili. Solo quando la pura fortuna occasionalmente conduce a una squilibrata preponderanza di colpi da una particolare direzione, avviene un oscillazione osservabile. Quando Einstein fece i calcoli scoprì che, nonostante il caos a livello microscopico, c’era una relazione prevedibile tra fattori come le dimensioni, il numero e la velocità delle molecole la frequenza e ampiezza osservabile delle oscillazioni.
Per la prima volta Einstein aveva legato alla fisica statistica conseguenze nuove e misurabili. Può sembrare un’innovazione prettamente tecnica, ma al contrario rappresentava il trionfo di un grande principio: che gran parte dell’ordine che percepiamo in natura nasconde un disordine sottostante invisibile, e quindi può essere compreso solo attraverso le regole della casualità.”

Tratto da : “La passeggiata dell’ubriaco” di Leonard Mlodinow, Rizzoli – Milano 2009, pp.192-195.

Goodbye, pseudoscience! Ossia, dove si dà il benvenuto a Lakatos e a un po’ di sana filosofia della scienza

Premessa doverosa: non esistono bacchette magiche per cambiare la situazione hic et nunc. Nossignore. Occorre invece investire a lungo termine nell’educazione scientifica delle nuove generazioni. Ed eccoci tornare, dopo il necessario quanto inascoltato pistolotto, al presente post, che nasce con una missione ben precisa: tappare questi dannati buchi epistemologici, cucire una toppa ontologica dopo gli strappi fideistici e postmodernisti e presentare la metodologia dei programmi di ricerca scientifici così come venne proposta dal filosofo della scienza Imre Lakatos. Questo come primo paletto per ricostruire quel legame tra le due culture disgregato irreparabilmente dagli agenti politici in ambito decisionale, dai letterati del passato recente, e dai media nell’ambito quotidiano.
Mettiamocelo nella zucca, una buona volta per tutte: è solo grazie a simili strumenti metodo-epistemologici che si può separare il grano dalla pula anche (e soprattutto) nella ricerca storiografica, ed evitare così di cedere ai suadenti negazionismistoriografici di varia natura e di essere abbindolati dalle pseudoscienze che dilagano nell’accademia e nella vita di tutti i giorni, dall’antivaccinismo alle medicine alternative, dal terrore per gli OGM alle pericolose mode dietetiche, dall’omeopatia al negazionismo del riscaldamento globale, dai cospirazionismi alle scie chimiche, dalla sindonologia alle teorie di Zacharias Sitchin, ecc. (tema sul quale avremo modo di riflettere più avanti).
Esigere la giustificazione epistemica e il supporto empirico onde valutare l’attendibilità di una ricostruzione storiografica, con un lessico scientifico adeguato, deve diventare il pane quotidiano dei ricercatori. Lo facciamo già, noteranno schifati i più. Non credo proprio, rispondo io. Basti aprire certi imbarazzanti lavori storiografici con i loro rimandi a spiegazioni pseudoscientifiche e la loro folk psychology in bella mostra.
Oggi, tre decenni dopo che il filosofo Larry Laudan aveva decretato l’inutilità della demarcazione popperiana tra scienza e pseudoscienza e, non pago, dopo aver gettato nel cestino l’etichetta stessa di pseudoscienza perché ritenuta denigratoria, c’è un nuovo fermento negli studi filosofici sulla questione [8]. Direi che per quanto riguarda la questione cognitiva c’è ben poco da aggiungere dopo il mega-riassunto dedicato all’ultimo libro di Robert N. McCauley (al quale rimando per chi volesse compredere i bias cognitivi e le fallacie logiche messe in campo dal mio interlocutore di cui al precedente esempio A).
Vorre invece spendere due parole per aggiornare il quadro epistemologico.

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Pearl Harbor e le “infallibili” previsioni a posteriori

Nell’autunno del 1941, pochi mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, un agente da Tokyo inviò una richiesta allarmante a una spia a Honolulu. Il messaggio fu intercettato e inviato al Dipartimento di intelligence navale: percorse i tortuosi sentieri della burocrazia e raggiunse Washington il 9 ottobre informa decodificata e tradotta. Il messaggio richiedeva all’agente giapponese a Honolulu di suddividere Pearl Harbor in cinque aree e di fare rapporto su navi ancorate nel porto riferendosi a quella suddivisione. Di particolare interesse erano le navi da guerra, i cacciatorpedinieri e le portaerei, oltre a informazioni sull’ancoraggio di più navi nello stesso bacino. Alcune settimane dopo accadde un altro curioso incidente: gli ascoltatori dell’esercito americano persero traccia delle comunicazioni radio da tutte le navi note nella prima e seconda flotta giapponese, la cui dislocazione divenne quindi ignota. Poi, all’inizio di dicembre, l’unità di intelligence militare del XIV distretto navale delle nelle Hawaii riferì che i giapponesi avevano cambiato gli indicativi radio per la seconda volta in un mese. Un indicativo radio, come Wcbs o Knpr, è il nome o sigla che identifica la fonte di una trasmissione. In tempo di guerra rivelano l’identità di una fonte non solo agli alleati ma anche al nemico, quindi vengono modificati periodicamente. I giapponesi avevano l’abitudine di cambiarli almeno ogni sei mesi; cambiarli o due volte in 30 giorni era considerato “un indizio del fatto che si preparano operazioni attive su larga scala”. Il cambiamento rese difficile identificare la posizione delle portaerei e dei sottomarini giapponesi nei giorni successivi, il che aumentò la confusione sul silenzio radio.
Due giorni dopo, furono intercettati e decodificati messaggi inviati a sedi diplomatiche e consolari a Hong Kong, Singapore, Batavia, Manila, Washington e Londra: richiedevano che i diplomatici distruggessero immediatamente gran parte dei loro codici cifrari e bruciassero tutti gli altri documenti confidenziali segreti. In quei giorni l’Fbi intercettò una telefonata fatta da un cuoco del Consolato giapponese alle Hawaii a qualcuno a Honolulu: il cuoco riferiva con grande eccitazione che i funzionari lì nelle Hawaii stavano bruciando tutti i documenti importanti. L”assistente capo dell’unità principale di intelligence militare, il tenente colonnello George W. Bicknell, consegnò uno dei messaggi intercettati al suo superiore, che si preparava per una cena con il direttore del dipartimento hawaiano dell’esercito. Era tardo pomeriggio di sabato 6 dicembre, il giorno prima dell’attacco. Il superiore di Bicknell esaminò il messaggio per 5 minuti, poi lo mise da parte e andò a cena. Col senno di poi sembrano due presagi ben chiari: allora, perché le persone informate di questi fatti non seppero prevedere l’attacco in arrivo?

In una serie complessa di eventi, in cui ogni evento presenta un qualche elemento di incertezza, esiste una fondamentale asimmetria tra passato e futuro. Questa asimmetria è stata oggetto di studi scientifici fin da quando Boltzmann compì la sua analisi statistica dei processi molecolari responsabili delle proprietà dei fluidi.
Immaginiamo per esempio una molecola di colorante che galleggia in un bicchiere d’acqua. Come uno dei granuli di Brown, la molecola seguirà il tracciato di una passeggiata dell’ubriaco. Ma anche questo movimento senza scopo progredisce in qualche direzione. Se per esempio attendiamo tre ore, vedremo che la molecola si è spostata di circa 2 centimetri dal punto di partenza. Supponiamo che a un certo punto la molecola si sposti verso una posizione significativa e quindi attragga la nostra attenzione.
Come fecero in molti dopo Pearl Harbor, potremmo cercare il motivo per cui quell’evento inatteso è avvenuto. Ora supponiamo di scavare nel passato della molecola, ricostruendo il percorso di tutte le sue collisioni. Troveremo in effetti che l’impatto con questa e poi con quella molecola d’acqua ha spinto la molecola di colorante nel suo percorso a zig-zag da lì a qui. In altri termini, con il senno di poi possiamo spiegare chiaramente perché il passato della molecola di colorante si è sviluppato in quel modo; ma l’acqua contiene molte altre molecole d’acqua che avrebbero potuto interagire con la molecola di colorante. Per pronosticare il percorso della molecola di colorante avremmo quindi dovuto calcolare i percorsi e le interazioni reciproche di tutte quelle molecole d’acqua potenzialmente importanti. Ci sarebbe voluto un numero quasi inimmaginabile di calcoli matematici, molto più lunghi e complessi della lista di collisioni. In altri termini, era virtualmente impossibile predire il movimento della molecola di colorante prima che accadesse, pur essendo relativamente semplice da capire in seguito.
Questa simmetria di fondo è il motivo per cui nella vita di ogni giorno il passato sembra spesso ovvio anche quando non saremmo stati in grado di prevederlo.
[…]
In un certo senso si tratta del vecchio cliché per cui il senno di poi ha sempre dieci diottrie; ma spesso le persone si comportano come se questo vecchio adagio non fosse vero. Per esempio, dopo ogni tragedia, in politica si dà la colpa a chi avrebbe dovuto sapere. Nel caso di Pearl Harbor (e degli attentati del 11 settembre) gli eventi che precedettero l’attacco, quando li guardiamo a posteriori, sembrano puntare in una direzione molto chiara. Eppure, come quella molecola di colorante, il meteo o la partita a scacchi, se ripercorriamo lo sviluppo degli eventi da ben prima che accadesse quel singolo fatto, la sensazione di inevitabilità si dissolve presto. Tanto per cominciare, oltre ai rapporti dell’intelligence che ho citato, c’era una gran quantità di informazioni superflue, e ogni settimana arrivavano risme intere di messaggi e trascrizioni a volte allarmanti o misteriosi che in seguito si sarebbero rivelati fuorvianti o inutili. E anche se ci concentrassimo sui rapporti che col senno di poi sappiamo essere importanti, prima dell’attacco per ciascuno di quei rapporti esisteva una ragionevole spiegazione alternativa che non indicava un attacco a sorpresa a Pearl Harbor. […]

Lo studio della casualità ci dice che purtroppo gli eventi sono visibili come in una sfera di cristallo solo dopo che sono accaduti. E così, crediamo di sapere perché un film è andato bene al botteghino, un candidato ha vinto le elezioni, una tempesta si è abbattuta, un titolo azionario crollato, una squadra di calcio ha perso, un nuovo prodotto non ha venduto, o una malattia è peggiorata; ma queste competenze sono vuote, nel senso che servono a ben poco per predire quando un film avrà successo, un candidato vincerà. […]

È facile inventare storie che spiegano il passato o riporre fiducia in scenari futuri dubbi. Che ci siano trappole in queste operazioni non vuol dire che non dovremmo compierle. Ma possiamo tentare di vaccinarci contro questi errori di intuizione. Possiamo imparare a vedere con scetticismo sia le spiegazioni sia le profezie. Possiamo concentrarci sulla abilità di reagire agli eventi anziché affidarsi all’abilità di prevederli; concentrandoci su qualità come la flessibilità, la fiducia, il coraggio e la perseveranza. […] Così potremmo evitare di giudicare in automatico sulla base del nostro quadro concettuale deterministico.

Tratto da “La passeggiata dell’ubriaco” di Leonard Mlodinow, Rizzoli – Milano 2009, pp. 227-234

Teoria ed Osservazione

Tratto da “Da Eddington ai neutrini (passando per Einstein)” di Amedeo Balbi, pubblicato su IlPost il 2 Aprile 2012:

C’è una frase attribuita a sir Arthur Eddington, grande astrofisico e divulgatore, che dice, più o meno: non credete troppo nei risultati di un’osservazione fino a quando non sono confermati da una teoria(“It is also a good rule not to put overmuch confidence in the observational results that are put forward until they are confirmed by theory”). Sembra una battuta, una frase detta per amore di paradosso, e invece andrebbe presa molto sul serio.

Eddington era uno che ne sapeva. Nel 1919 aveva caricato su una nave tutto l’armamentario necessario a fare osservazioni ed era partito per l’isola di Príncipe, al largo delle coste occidentali dell’Africa equatoriale. Qualche anno prima, Einstein aveva previsto che ovunque c’è massa (e energia) lo spazio si curva come se fosse fatto di gomma. Già, roba pazzesca: ma come si fa a capire se è vero? Be’: se si curva lo spazio si curva anche il percorso della luce nello spazio. E allora, mettiamo che la luce di una stella lontana ci giunga passando radente al Sole: per via della curvatura, dovrebbe deviare leggermente, apparendoci spostata rispetto a quando il Sole non si trova lungo il percorso. Eddington si era messo in testa di capire se le cose stavano davvero così. Cosa difficile, perché quando nel cielo c’è il Sole le stelle non si vedono. Niente paura, pensò Sir Arthur: facciamo l’osservazione durante un’eclissi, quando il Sole è nel cielo, ma è oscurato. Guardiamo se le stelle attorno al disco del Sole sono nella solita posizione oppure no: se sono spostate, vuol dire che ha ragione Einstein.

Ecco il motivo della spedizione in nave: a Príncipe, nel marzo del 1919, era prevista un’eclissi di Sole. Le misure di Eddington mostrarono che le cose stavano esattamente come aveva previsto Einstein, e il resto è storia – gloria e prime pagine per il vecchio Albert, e tutto il resto. Ma cosa sarebbe successo se le cose fossero andate in modo diverso? Se cioè Einstein non avesse fatto nessuna previsione sulla curvatura dello spazio ma Eddington fosse andato lo stesso, per ragioni sue, a misurare la posizione delle stelle durante un’eclissi di Sole, accorgendosi, inaspettatamente, che non si trovavano nella posizione giusta? Sicuramente ci sarebbe stato un dibattito accanito, e i colleghi astronomi avrebbero con ogni probabilità provato a convincere Eddington che le sue misure erano tutte sbagliate. Se Eddington fosse stato assolutamente convinto di aver fatto tutto nel modo migliore avrebbe insistito, provando magari a convincere altri astronomi a ripetere le osservazioni per riprodurre il suo risultato. Ma anche se le misure fossero state confermate, esse sarebbero rimaste disorientanti in mancanza di una solida spiegazione teorica. Senza un Einstein, le osservazioni di Eddington sarebbero state rubricate nel campo delle anomalie suggestive ma di difficile interpretazione.

Insomma: esperimenti e misure sono il cuore del metodo scientifico, ma la scienza non è una semplice collezione di fatti, non è empirismo allo stato puro. Le cose bisogna capirle. Se i fatti non li sai interpretare non li capisci, e se non li capisci non puoi crederci davvero. Per certi versi, è come se non esistessero. Gli scienziati riescono a “credere” (notare le virgolette) a cose apparentemente assurde e lontane dal senso comune, come la materia oscura o, appunto, la curvatura dello spazio: e la ragione non è semplicemente che hanno osservazioni che suggeriscono quelle cose, ma anche che hanno modelli teorici sensati per spiegare l’origine fisica di quelle osservazioni. È un po’ come assistere a un gioco di prestigio: l’effetto è sconvolgente fino a quando non sai cosa lo produce. Uno volta che conosci il trucco – la teoria che c’è dietro – anche David Copperfield che attraversa la muraglia cinese diventa una cosa normale (non che io abbia mai capito come facesse, anzi: e, finché si tratta di godersi uno spettacolo, va benissimo non saperlo).

Fonte: http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2012/04/02/da-eddington-ai-neutrini-passando-per-einstein/