“Però funziona!” (1° parte)

Occupiamoci adesso di un’altra parola chiave per la maggior parte dei dibattiti inerenti pseudoscienze o cure alternative, ovvero“funziona”.

Immancabilmente, quando ci si occupa di una qualunque forma di conoscenza applicata, che si tratti di un rimedio miracoloso o di una dottrina economica, il tuo interlocutore arriverà presto o tardi a sbottare col più classico dei “eh lo so, ma allora come mai (con me, ad esempio) funziona?”
Il nostro “alternativo” se ne esce in genere con una simile affermazione quando trova difficoltà ad sostenere razionalmente la propria posizione. Ciò può dipendere anche dalla tipologia di argomento trattato: finché si resta sul campo dell’opinione pura e semplice (sport, gnocca ecc), su quello dell’estetica (bello o brutto) o su quello dell’etica (giusto o sbagliato), i confini della discussione sono piuttosto ampi e i margini di approssimazione elevati.
Quando invece è in discussione una qualche forma di conoscenza applicata, la libertà di divagazione diminuisce e si presentano delle condizioni necessarie da rispettare per far sì che il discorso rimanga su di un terreno razionale.

Utilizzando in maniera semplicistica quel singolo ed innocuo lemma, il nostro interlocutore sottintende due fatti non direttamente espressi, ovvero che il “funziona” cui egli fa riferimento deriva sempre da:

a) un processo di verifica empirica (per vedere se l’omeopatia funziona la si prova);

b) un’azione di controllo compiuta sempre e comunque su base individuale – soggettiva (il test lo si compie sempre attraverso le esperienze mie o dei miei figli o di mio cuggino ecc).

Il “funziona” dell’alternativo deriva perciò dalla congiunzione di (a) e (b) la propria pretesa di veridicità, la dimostrazione insomma che un rimedio omeopatico funziona ad esempio.

In un post precedente, dedicato a conigli e lepri [1], ho trattato in maniera estremamente semplicistica il tema delle condizioni della conoscenza, mostrando come vi siano degli step e delle condizioni inevitabili per poter arrivare ad affermare con coerenza la verità di un’asserzione.

In effetti riferirsi ad un certo prodotto o ad una procedura asserendo che “funziona” vuol dire in ogni caso prendere una posizione nei confronti di una certa nostra conoscenza del mondo: se affermo che “l’omeopatia funziona”, non sto dicendo solamente che quella singola pillolina di zucchero mi farà passare il raffreddore.
Sto sostenendo in realtà qualcosa di assai più importante è cioè che tutto l’insieme di concetti e conoscenza che formano la “disciplina” (virgolette d’obbligo) omeopatica è vero e funziona. In tal senso mi aspetterò che in futuro, con una significativa frequenza statistica, tutte le pilloline che prenderò avranno lo stesso effetto positivo.

Nel post sopra citato avevamo visto come, per poter decretare la verità di una certa conoscenza, non fosse sufficiente rilevare una correlazione positiva (che può essere apparente ed ingannevole) bensì occorresse anche una giustificazione per sostenerne la verità. Se io dico che p è vera, non basterà il semplice riscontro empirico, ma sarà necessario inserire tale affermazione in un certo contesto teorico che ci permetta di dimostrarne la validità. In poche parole: per evitare che un certa conoscenza, ritenuta vera grazie a delle verifiche più o meno dirette, possa rivelarsi in realtà un falso positivo, serve un passaggio ulteriore a quello della semplice verifica empirica. La condizione necessaria, in questo caso, è per l’appunto quello della giustificazione.

Precisiamo meglio in cosa consista tale clausola aggiuntiva riprendendo alcuni punti del post citato [2]:

“Il caro Simplicio ha deciso di darsi alle scampagnate e prima di cominciare si compra un bel libro in cui vengono descritte tutti gli animali che vivono nei boschi. In particolare si appassiona al capitolo dedicato alle lepri, solo che è talmente pigro da limitarsi a guardare esclusivamente le figure, pensando che ciò sia sufficiente a fargli comprendere davvero l’argomento. Prende quindi cappello e bastone e si inoltra per i campi, alla ricerca di qualche grazioso leprotto da ammirare.

Giunto di fronte ad un prato scorge, tra l’erba alta, due lunghe orecchie pelose e, cercando di rammentare quanto scritto nel libro, prova ad indovinare di che tipo di animaletto si tratti. Dentro di sé formula perciò la seguente affermazione:

(A) <>

Simplicio gongola tra sé soddisfatto, complimentandosi per la propria cultura zoologica; ma se non fosse stato così pigro ed avesse letto accuratamente le descrizioni del libro, avrebbe capito che l’animale intravisto tra la vegetazione non è una lepre bensì un coniglio. Perciò (A) è falsa e Simplicio ha fornito una descrizione errata del mondo. Tutto a posto? Forse no.

In effetti, a pochi metri dal coniglio, nascosta da un grosso sasso, c’è effettivamente una lepre. Adesso come la mettiamo con l’enunciato (A)? Pur se in modo casuale, la proposizione descrive effettivamente lo stato delle cose. Schematizzando possiamo dire che:

1) Simplicio crede che (A);
2) (A) è confermata come vera;
3) perciò Simplicio ha espresso una vera conoscenza di un fatto.

Questo schema somiglia molto a quello che descrive l’iniziale affermazione sulla pioggia. Però dobbiamo ammettere che il risultato prodotto non può esser ritenuto soddisfacente: la verità generata da questo semplice schema non può corrispondere a ciò che chiamiamo una reale conoscenza. In effetti a nessuno di noi verrebbe in mente di dire che Simplicio conosce davvero la differenza tra una lepre ed un coniglio.

Qual è perciò il problema?

Il fatto è che ci dev’essere un qualche collegamento razionale tra le nostre affermazioni e gli oggetti su cui esse vertono, e non è sufficiente la semplice correlazione. Il legame tra la credenza e la realtà non può fermarsi alla corrispondenza e necessita invece di una ratio ulteriore: per poter parlare di verità di una proposizione insomma, serve una giustificazione.”

Se, come abbiamo detto, serve un processo logico – concettuale per poter validare (e correggere) la nostra conoscenza intuitiva del mondo giustificandola, appare evidente che Simplicio ha mancato del tutto su questo punto.

In effetti, lo schema portato avanti da Simplicio, così come dal nostro interlocutore alternativo, è il seguente:

1) p crede che (a);
2) (a) è confermata come vera;
3) perciò p ha espresso una vera conoscenza di un fatto.

Messa così questa potrebbe definirsi come una rappresentazione alternativa del comune concetto di verifica. Logicamente parrebbero esserci molte similitudini con la più semplice delle modalità di inferenza, ovvero il modus ponens [3]. Abbiamo già visto come esso rappresenti la più elementare forma di ragionamento e di come questo motivi la sua agevole accettazione da parte di tutti.

Approfondiremo quest’ultimo punto nel prossimo post: per ora limitiamoci a proseguire col nostro discorso.

Come detto, quando abbiamo una certa credenza sul mondo, per validarla o meno, facciamo ricorso ad una verifica (di solito empirica e diretta). Se prendo un farmaco guarisco, se mangio pesante mi viene il mal di pancia ecc.
Il problema è che a volte, anche se dico che “fuori piove” e mettendo la mano oltre il davanzale me la sento effettivamente bagnare, non è detto che la mia affermazione sia necessariamente corretta (potrebbe essere l’inquilina del piano di sopra che innaffia le piante). Questo falso positivo è effettivamente proprio il tipo di errore in cui cade Simplicio: il problema maggiore in simili situazioni non sono le conoscenze evidentemente false, quanto quelle ingannevolmente vere!

Il fatto è che spesso riceviamo informazioni ambigue o ingannevoli e non sempre siamo capaci di correggerci con le nostre sole forze. Ci fregano i nostri sensi limitati, ci frega il nostro cervello tendenzialmente pigro: il nostro apparato cognitivo, pur fenomenale, non si è evoluto alla stessa velocità con la quale si è sviluppata la nostra cultura.
Oltre a dar per scontato che ciò che percepiamo corrisponda sempre alla realtà dei fatti, assai più insidiosamente e certo per ragioni di economia, tendiamo a confidare in modalità di ragionamento semplificate ed intuitive per gestire la miriade di informazioni e problemi che dobbiamo affrontare ogni giorno. Un esempio di tali processi lo troviamo nelle famose euristiche di cui abbiamo parlato più e più volte [4].
Il problema è che se ci fossimo fermati a ciò che ci mostra la nostra intelligenza intuitiva, probabilmente vivremmo ancora sugli alberi.

Il problema è che sui sensi e sulle euristiche della mente noi basiamo gran parte della nostra vita cognitiva e ben poco sappiamo in realtà di quanto il pensiero intuitivo possa ingannarci pericolosamente.

Specifico che con la locuzione “pensiero intuitivo” intendo riferirmi, in modo certamente generico ed approssimativo, a tutte quelle operazioni mentali rivolte alla risoluzione di problemi, che lavorino ad un livello decisamente semplicistico ed immediato. Qualcosa di paragonabile insomma al famoso Sistema 1 di Kahneman cui abbiamo fatto più volte riferimento [5].

Aggiungo inoltre che appare evidente una certa consuetudine umana al valutare in maniera acritica buona parte delle inferenze prodotte all’interno di questo pensiero intuitivo, anche laddove vi sia il rischio consistente di incorrere in un falso positivo.

Questa perniciosa abitudine la definirò d’ora innanzi come pregiudizio euristico, problema imputabile a plurime cause, in primisquella derivante dalla necessità (tutta evolutiva) di economizzare i processi legati al funzionamento della nostra mente.
È ovvio che sto applicando delle feroci , quanto grossolane generalizzazioni, ma ciò che conta al momento è aver ben chiaro che il pensiero intuitivo opera fondamentalmente attraverso metodiche estremamente semplificate che presentano generalmente le due caratteristiche (a) e (b) sopra indicate. Abbiamo visto che queste possono riassumersi come da una parte dei criteri di valutazione strettamente intuitivi e soggettivi, dall’altra come processi inferenziali protesi essenzialmente alla verifica delle informazioni.

Ma a questi due elementi dobbiamo aggiungerne un terzo fondamentale: per determinare l’efficacia o meno di una certa conoscenza, il nostro Simplicio/alternativo adotta procedimenti del tutto privi di rigore metodologico. L’asserzione che una certa curafunziona, nel suo caso, risulta essere conclusione di un ragionamento essenzialmente privo di regole oggettive e perciò tutt’altro che sistematico (= inaffidabile).

Il prossimo post sarà dedicato proprio al tema del metodo ed al suo ruolo cruciale nei processi atti a determinare se qualcosa funziona davvero o meno.

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/UirB4bfiSjx

[2] idem.

[3] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Modus_ponens

[4]https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/dVb5v2HBi8g

[5] https://dialogobohmiano.wordpress.com/2015/04/27/pensieri-lenti-e-veloci-kahneman/

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La comunità scientifica è divisa? Non credo proprio!

Infinite forme bellissime e meravigliose

Stralcio di uno dei tanti articoli che contengono l'abusata frase Screenshot di uno dei tanti articoli che contengono l’abusata frase

La frase ricorre spesso sulla stampa generalista. Di solito è contenuta di articoli che trattano temi scientifici molto “popolari”, come il riscaldamento globale o una delle tante pseudocure per qualche malattia, ma ci stanno in mezzo anche argomenti che toccano la nostra sfera emotiva, l’ambito religioso o quello politico. Leggo i giornali con regolarità, eppure non ho mai visto questa frase usata a proposito. In altre parole non ho mai visto indicare la comunità scientifica come divisa in una vicenda in cui lo fosse davvero.

La frase si può presentare con numerose varianti: c’è “è un argomento controverso” quando si vuole far credere che le cose non siano scientificamente chiare; c’è “gli scienziati ancora non riescono a spiegare…” quando ad un argomento mancano le basi teoriche; è molto usato anche “ci sono tanti ricercatori che…

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Influenza del pregiudizio e probabilità

“La capacità di distinguere schemi può essere un punto di forza ma anche un difetto. […] Fra tutti gli schemi ricorrenti in natura, come possiamo distinguere quelli significativi? […] La teoria della casualità è fondamentalmente una codificazione del senso comune, ma è anche il regno delle sottigliezze, […] Uno studio classico sul rapporto tra quelle leggi e l’intuito consiste in un esperimento condotto da quei due ricercatori che tanto hanno fatto per chiarire i nostri fraintendimenti: Daniel Kahneman e Amos Tversky.

Immaginiamo una donna di nome Linda, trentuno anni, single, estroversa e molto intelligente, laureata in filosofia. Al college era molto interessata ai temi della discriminazione e della giustizia sociale, e ha partecipato a manifestazioni contro il nucleare. Tversky e Kahneman, presentarono questa descrizione a un gruppo di 88 soggetti, a cui poi chiesero di valutare le seguenti affermazioni in una scala da 1 a 8 in base alla loro probabilità, dove 1 rappresenta il più probabile è 8 il più improbabile. Ecco i risultati, ordinati dal più al meno probabile:

Affermazione – Grado medio di probabilità

Linda è attiva nel momento femminista. 2,1
Linda opera nei servizi sociali psichiatrici. 3,1
Linda lavora in una libreria e prende lezioni di yoga. 3,3
Linda fa l’impiegata in banca ed è attiva nel movimento femminista. 4,1
Linda insegna in una scuola elementare. 5,2
Linda è iscritta alla Lega delle donne elettrici. 5,4
Linda fa l’impiegata in banca. 6,2
Linda fa l’assicuratrice. 6,4

A una prima occhiata potreste non notare nulla di strano in questi risultati: la descrizione infatti era progettata per essere rappresentativa di una femminista impegnata, e non rappresentativa di un’impiegata di banca o di un’assicuratrice. Ma ora concentriamoci su tre delle possibilità e sulla loro probabilità media, che qui sotto elenchiamo dalla più alla meno probabile. Questo è l’ordine in cui l’85 percento degli intervistati ha organizzato le tre possibilità:

Affermazione – Grado medio di probabilità

Linda è attiva nel movimento femminista. 2,1
Linda fa l’impiegata in banca ed è attiva nel movimento femminista. 4,1
Linda fa l’impiegata in banca. 6,2

Se non c’è nulla che vi paia strano, allora Kahneman e Tversky vi hanno ingannato: perché se la probabilità che Linda sia impiegata in banca e sia attiva nel movimento femminista fosse più alta della probabilità che Linda sia una bancaria, allora saremmo in violazione della nostra prima legge della probabilità, una delle più basilari: La probabilità che due eventi accadano non può mai essere maggiore della probabilità che ciascun evento accada separatamente.

Perché no? Semplice aritmetica: le probabilità che accada l’evento A = la probabilità che accadano gli eventi A e B + la probabilità che accada l’evento A e non accada l’evento B.
Kahneman e Tversky non rimasero sorpresi dei risultati, perché avevano fornito ai soggetti un grande numero di possibilità, e i legami fra i tre scenari potevano facilmente perdersi nel rimescolamento. E quindi presentarono la descrizione di Linda a un altro gruppo, ma stavolta offrirono solo queste possibilità:

Linda è attiva nel movimento femminista.
Linda fa l’impiegata in banca ed è attiva nel movimento femminista.
Linda fa l’impiegata in banca.

Con loro grande sorpresa, anche stavolta l’87 percento dei soggetti valuto’ più probabile che Linda fosse bancaria e femminista, piuttosto che fosse solo bancaria. Quindi i ricercatori si spinsero oltre: chiesero esplicitamente a un gruppo di 36 laureati piuttosto scaltri di tenere in considerazione la prima legge della probabilità al momento di rispondere. Anche dopo questo stimolo, due dei soggetti rimasero fedeli alla risposta illogica.

La cosa interessante che Kahneman e Tversky notarono a proposito di quell’errore ostinato è che le persone non commettono lo stesso errore se poniamo loro domande non collegate a ciò che sanno sul conto di Linda. […] Kahneman e Tversky conclusero che, poiché il dettaglio “Linda è attiva nel movimento femminista” suonava plausibile in base alla descrizione iniziale del personaggio, allora aggiungere quel dettaglio all’ipotesi del lavoro in banca aumentava la credibilità dello scenario. Ma potevano essere accadute molte cose tra la giovinezza hippie di Linda e il suo quarto decennio di vita sul pianeta Terra. […]
Quindi, aggiungere quel dettaglio in realtà faceva diminuire la probabilità che lo scenario descrivesse la realtà, anche se sembrava farla aumentare.
Se i dettagli che ci vengono forniti si adattano alla nostra immagine mentale di una situazione, allora più dettagli aggiungiamo e più la situazione ci sembrerà reale, e quindi la considereremo più probabile: anche se in realtà l’aggiunta di dettagli non sicuri a una congettura la rende meno probabile.”

– Tratto da “La passeggiata dell’ubriaco” di Leonard Mlodinow, Rizzoli – Milano 2009, pp. 33-37.

Scientifico (come il liceo…)

Sebbene sia diffusa una concezione classica del sapere, oso dire “idraulica”, come un fluido inerte che scorre lungo un reticolo immateriale di tubature di cui ogni essere umano è un rubinetto o un punto di raccordo, io ritengo che la conoscenza sia più simile allo spazio-tempo di Einstein, un campo la cui forma è plasmata dalle stesse masse (cerebrali) che lo strutturano. Grandi menti sono come corpi massivi il cui ingresso nella scena perturba i moti dei corpi pre-esistenti e genera nuove traiettorie, avvia orbite, funge da fulcro per un sistema planetario. Ad esempio, la struttura e la direzione dei biologi non fu più la stessa dopo che la stella di Darwin ebbe accumulato sufficiente massa empirica per innescare una folgorante reazione concettuale, dalla quale ancora oggi traiamo buona parte della luce e calore necessari per comprendere il mondo vivente.
Ci sono modi “medievali” di diffondere il sapere. Uso “medievale” non come dispregiativo, ma come “modalità pre-moderna” di diffusione del sapere. Si tratta di sforzi eruditi, a volte quasi autoreferenziali, modalità scolastiche di parlare di un concetto o di un tema. Caposaldo del metodo medievale è la massiccia citazione di dichiarazioni altrui. Tizio disse, tizio scrisse, tizio a pagina tale scrisse ciò.
Non nego che questo metodo abbia dei punti utili (lo usiamo ancora oggi, sebbene in forma modificata, non focalizzata sull’autorità di chi è citato, ma sulla validità di ciò che scrisse), ma, temo, alla lunga non avvince e non convince il lettore, che è colui per il quale si dovrebbe scrivere.
Personalmente, preferisco due soli tipi di fonte: l’esperienza personale e la conoscenza oggettiva (ripetibile da più osservatori distinti).
Io dico, io faccio, io scrivo. Difatti, è quello che sto facendo ora. Non sto riportando le parole altrui, i pensieri altrui, bensì la mia personale (e quindi, onesta, sincera e schietta) elaborazione personale. Tuttavia, da sola la “mia parola” non vale niente. Occorredimostrare nei fatti di conoscere ciò di cui si parla. Per questo, all’esperienza personale è necessario associare la conoscenza oggettiva: fatti, non (solo) parole. Darwin, in questo, è uno straordinario esempio da seguire: per esporre il concetto meno intuitivo possibile ai suoi tempi (l’evoluzione delle specie) parlò di come egli stesso, tramite numerose esperienze personali (sul campo e tramite sperimentazione) avesse tratto dai dati oggettivi (osservazioni di fenomeni naturali e produzione di esperimenti empirici) la sua teoria della speciazione e della selezione naturale.
Cosa è “l’essere scientifico”? La scienza è un modo di essere nei confronti del mondo dei fenomeni, un modo di essere che parla e pensa secondo logica matematica. Fin da Galileo, la scienza è stata definita così. Esistono innumerevoli modi di confrontarsi col mondo dei fenomeni, ma solo l’approccio logico-matematico è quello scientifico. Gli altri modi sono meritevoli di esistenza, sia chiaro, ma non sono scientifici. Molti approcci sono metafisici, altri artistici ed altri ancora… retorici. Tuttavia, la semplice logica-matematica non fonda la scienza, la quale, si deve ancorare sempre e comunque ai fenomeni.
Pertanto, essere scientifici significa sviluppare una descrizione logico-matematica dei fenomeni, descrizione che nasce e cresce solo in virtù della sua aderenza ai fenomeni.
La “aderenza” ha un nome preciso, nel linguaggio della logica: isomorfismo. Un isomorfismo è un’associazione logica tra due insiemi, vincolata a ben precise regole. Senza la consapevolezza di quelle regole, è difficile costruire nella propria testa l’aderenza scientifica tra fenomeni e teoria.
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Le condizioni della conoscenza: lepre o coniglio?

Di solito quand’è che pensiamo di aver detto una cosa vera?
Semplice: unanimemente risponderemo che ciò accade quando facciamo un’affermazione che descrive realmente il mondo così come è.
Quindi, se proferisco la seguente affermazione:

<<Fuori sta piovendo>>

Per verificarla sarà sufficiente aprire la finestra e dare un’occhiata: se piove davvero la proposizione sopra citata sarà vera ed io avrò espresso una vera conoscenza del mondo attraverso una procedura sufficientemente affidabile. Vediamo però un caso in cui anche una così semplice operazione può generare risultati ambigui.

Prendiamo ad esempio il Sig. Simplicio, che ha deciso di darsi alle scampagnate e prima di cominciare si compra un bel libro in cui vengono descritte tutti gli animali che vivono nei boschi. In particolare si appassiona al capitolo dedicato alle lepri, solo che è talmente pigro da limitarsi a guardare esclusivamente le figure, pensando che ciò sia sufficiente a fargli comprendere davvero l’argomento. Prende quindi cappello e bastone e si inoltra per i campi, alla ricerca di qualche grazioso leprotto da ammirare.

Giunto di fronte ad un prato scorge, tra l’erba alta, due lunghe orecchie pelose e, cercando di rammentare quanto scritto nel libro, prova ad indovinare di che tipo di animaletto si tratti. Dentro di sé formula perciò la seguente affermazione:

(A) <<In quel prato c’è una lepre>>

Simplicio gongola tra sé soddisfatto, complimentandosi per la propria cultura zoologica; ma se non fosse stato così pigro ed avesse letto accuratamente le descrizioni del libro, avrebbe capito che l’animale intravisto tra la vegetazione non è una lepre bensì un coniglio. Perciò (A) è falsa e Simplicio ha fornito una descrizione errata del mondo. Tutto a posto? Forse no.

In effetti, a pochi metri dal coniglio, nascosta da un grosso sasso, c’è effettivamente una lepre. Adesso come la mettiamo con l’enunciato (A)? Pur se in modo casuale, la proposizione descrive effettivamente lo stato delle cose. Schematizzando possiamo dire che:

1) Simplicio crede che (A);
2) (A) è confermata come vera;
3) perciò Simplicio ha espresso una vera conoscenza di un fatto.

Questo schema somiglia molto a quello che descrive l’iniziale affermazione sulla pioggia. Però dobbiamo ammettere che il risultato prodotto non può esser ritenuto soddisfacente: la verità generata da questo semplice schema non può corrispondere a ciò che chiamiamo una reale conoscenza. In effetti a nessuno di noi verrebbe in mente di dire che Simplicio conosce davvero la differenza tra una lepre ed un coniglio.

Qual è perciò il problema?

Il fatto è che ci dev’essere un qualche collegamento razionale tra le nostre affermazioni e gli oggetti su cui esse vertono, e non è sufficiente la semplice correlazione. Il legame tra la credenza e la realtà non può fermarsi alla corrispondenza e necessita invece di una ratio ulteriore: per poter parlare di verità di una proposizione insomma, serve una giustificazione.

Tale concetto verrà maggiormente sviluppato in un prossimo post.

Crisi di identità (Tigri azzurre)

C’è un bellissimo racconto di Jorge Luis Borges, del cui amore per la matematica ho già parlato più volte, come qui, che mette in discussione l’identità quantitativa degli oggetti, ma anche l’identità psicologica del protagonista. Si tratta di Tigri azzurre, comparso per la prima volta, nella bella traduzione italiana di Gianni Guadalupi, nel volume che l’editore Franco Maria Ricci volle dedicare all’autore argentino in occasione del suo ottantesimo compleanno (J. L. Borges, Venticinque Agosto 1983 e altri racconti inediti, Franco Maria Ricci, Milano, 1980).

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Il web: un esempio di come funziona la ricerca scientifica

Il 30 aprile del 1993 il CERN rende pubblico il “World Wide Web”, oggi comunemente detto “il web”. Lo rende pubblico gratuitamente, rinunciando a qualunque tipo di diritti. Se avesse chiesto 1 euro per ogni sito web aperto, a quest’ora il CERN sarebbe tra le aziende più ricche del pianeta. Ma il CERN non è un’azienda, è un laboratorio di ricerca finalizzato alla ricerca di base, ovvero alla comprensione dei fenomeni naturali, e nel suo statuto non è contemplato il fatto di poter fare soldi.
A parte questo, la storia del web è emblematica per capire come funziona la ricerca scientifica, e come hanno luogo le sue ricadute pratiche, quelle che tornano utili all’umanità. E che il web sia qualcosa che è tornato utile all’umanità, e che abbia stravolto il mondo, penso non ci siano dubbi, e non sia necessario spiegarlo.
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