Perché gli antivax hanno vinto

Hic Rhodus

Sono stato folgorato da questa foto, scattata alla manifestazione antivax di Milano di qualche giorno fa. Ho capito tutto. Gli antivax hanno vinto, o comunque vinceranno sulla distanza. La foto, la vedete, mostra di schiena un povero pargolo con una scritta sulla maglietta, vergata a mano con un buono stampatello dal solerte genitore antivax. “Non mi avrete mai come volete voi”. Ecco, in questo slogan, non originale, sta la soluzione. Ci si poteva aspettare una scritta tipo “Libertà di cura”, o “Il corpo è mio e me lo vaccino io”, e invece si fa riferimento a un Ente minaccioso (“voi”) e a un programma antagonista (“non mi avrete mai”). Ecco. Gli antivax sono contro i vaccini in quanto animati da sentimenti antagonisti che potevano incanalarsi in molteplici strade: anti-olio di palma (ma è poco evocativo ed è fallito sul nascere), anti-insegnamento di matematica , anti-wi-fi… invece si è incanalata…

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La marcia del progresso e il paradosso della divulgazione

Sul quotidiano La Repubblica del 28/1/2015: Scoperto il cranio umano che segna il passaggio dai Neanderthal all’uomo moderno. Non so che cosa intendesse comunicare chi ha scritto il titolo, ma quello che effettivamente comunica l’espressione “che segna il passaggio dai Neanderthal all’uomo moderno” è inequivocabilmente questa rappresentazione (vedi figura), che conosciamo attraverso S. Gould come la “marcia del progresso”. Il titolo, che è l’unica cosa che la maggior parte dei lettori legge, contraddice perfino il contenuto dell’articolo stesso che fa riferimento alla “coesistenza” o alla possibilità di un “incrocio” tra le due specie.

Non mi occuperò qui di dare l’informazione corretta sull’argomento, perché Pikaia lo ha già fatto. Semmai vorrei mettere a fuoco di che tipo di scorrettezza si tratta e occuparmi di nuovo del problema, ormai un vero cancro culturale, della divulgazione, che è il contenitore delle singole scorrettezze che a ogni passo si ripresentano. Per quanto riguarda il più diffuso quotidiano italiano, la mia triste impressione è di essere tornato ai tempi di Enrico Franceschini (si veda qui), che si era attribuito la missione di istruire il pubblico sulla scienza evolutiva, anzi sui “misteri” dell’evoluzione. I suoi articoli su La Repubblica erano inesorabilmente illustrati dall’immagine della “marcia del progresso”. Il dubbio, essendo lui avvocato, è che fosse convinto che il modello dell’evoluzione umana è la marcia del progresso, in cui si passa dal neanderthalensis al sapiens attraverso qualche forma di trasformazione (forse metamorfosi, come nel caso del girino che diventa rana).

Poi l’avvocato ha ceduto il posto a una persona di formazione scientifica e la comunicazione de La Repubblica in fatto di scienze ha fatto un salto di qualità. Ma probabilmente, come spesso accade, la nuova comunicatrice scientifica non ha la responsabilità di redazione, non compone neppure i titoli dei propri articoli, e non si occupa delle segnalazioni. Dunque abbiamo ancora una volta a che fare con il “paradosso della divulgazione”: per definizione di “divulgazione” i destinatari della comunicazione sono inesperti della materia, ma il significato della comunicazione è interpretabile correttamente solo da chi invece è già esperto; solo in una comunicazione tutta interna al mondo dei paleontologi, antropologhi evoluzionisti quel “passaggio” da Neanderthal a sapiens potrebbe essere colto come metafora di un idea completamente diversa, molto più complessa e scientificamente corretta, dell’evoluzione umana. Non approfondisco qui cosa si intende per “scientificamente corretta”, ma ha a che fare con la comunità scientifica di riferimento e i suoi spazi istituzionali di comunicazione.

In altre parole il divulgatore de La Repubblicaeffettivamente comunica qualcosa di molto diverso, anzi opposto dal punto di vista epistemologico e storico, da ciò che intende comunicare, ammesso (per benevolenza) che intenda comunicare la corretta idea scientifica in questione. Ma il problema vero è quando il divulgatore ha una formazione scientifica o addirittura è uno scienziato esperto nel campo in cui si colloca l’oggetto della comunicazione, perché in questo caso è da escludere l’ignoranza e la pretesa di poter comunicare a inesperti ciò di cui non si è almeno moderatamente esperti.

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Critiche biologiche alla teoria chomskiana della grammatica universale innata

La teoria chomskiana della grammatica universale innata come spiegazione della capacità di linguaggio presenta delle assunzioni collaterali molto forti e indifferenziate, su cui si sono concentrate le attenzioni dei critici, in quanto punti deboli della teoria: 1) Tomasello ha sottolineato l’importanza del contesto sociale e della sua dimensione intersoggettiva per l’apprendimento del linguaggio. Anche la grammatica viene concepita come un prodotto congiunto di eredità comunicativa e interazioni sociali all’interno di una “storia convenzionalizzata”. 2) Deacon ha sottolineato invece che anche le lingue hanno una loro storia evolutiva, progettandosi da sé, in un rapporto di stretta simbiosi con i loro ospiti umani (metafora del virus, o meglio, del simbionte). Vi è all’opera una dinamica co-evolutiva tra la lingua e il suo ospite, che produce l’evoluzione linguistica, come anche quella biologica del cervello umano. La teoria chomskiana delle regole grammaticali innate ha commesso l’errore di appiattire questo irriducibile processo di evoluzione biologico-culturale in una struttura formale statica.

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Se siamo nati per credere, da dove vengono gli atei?

Perché milioni di persone non credono nell’esistenza di entità sovrannaturali? Si tratta di una domanda relativamente nuova per la ricerca scientifica. Per molto tempo infatti i ricercatori si sono occupati solo della domanda complementare: perché in tutte le culture umane si sono sviluppate e diffuse credenze nel sovrannaturale e in particolare credenze religiose? E per molto tempo tale domanda ha trovato risposta nella tesi secondo cui le credenze religiose svolgono una funzione sociale adattativa, cioè favoriscono la cooperazione, l’altruismo, e la coesione nei gruppi (Bering, 2006; Wilson, 2003). È una tesi plausibile ma, come tutte le spiegazioni funzionali dei fenomeni religiosi, limitata. È possibile infatti che le credenze religiose contribuiscano al mantenimento dei legami sociali: credere in una divinità che punisce i comportamenti non sociali può rendere meno probabili questi ultimi, aumentando così la fiducia tra i membri di un gruppo. La loro presunta funzione sociale, però, non ne spiega l’origine. Credere in un’autorità secolare che punisce i comportamenti non sociali potrebbe ugualmente renderli meno probabili. Perché allora la selezione naturale, per favorire la vita sociale, avrebbe sviluppato proprio le credenze religiose?

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Fenomenologia del Complottismo (Volume Primo)

Ci eravamo lasciati ponendoci la seguente questione: quali elementi connotano essenzialmente il pensiero complottista? Abbiamo avviato questo discorso prendendo per buoni fondamentalmente due punti:

1) il complottismo non è una questione tanto di tipo o di contenuto quanto di metodo. In tal senso un vegano può essere tranquillamente equiparato, ad esempio, ad uno sciachimichista.

2) Il ‘metodo’ adottato dal complottista è del tutto difforme rispetto a quello razionale (logico o scientifico) e lo si può definire tout court come un non – metodo basato su meccanismi intuitivi e fallaci.

È evidente che il punto (1) dipende strettamente dal (2): aldilà dell’eterogeneità degli argomenti trattati, differenti gruppi sociali presentano più di una similitudine nei modi di intendere e ragionare. Se immaginassimo le varie categorie in oggetto come degli insiemi, vedremmo numerose e frequenti intersezioni se non proprio sovrapposizioni complete.
Esemplificando perciò non desterà sorpresa il sostenitore di medicine alternative crederà pure al complotto di BigPharma e non ci si dovrà stupire delle curiose convergenze tra animalisti e pseudoscienze [1].

Come abbiamo già visto, a creare questa comunanza apparentemente priva di logica è per l’appunto proprio l’assenza di logica, intesa come corruzione metodologica del procedimento conoscitivo.

Cominciamo perciò la lunga disamina dei processi mentali complottisti che ci permetterà di comprendere quello che d’ora in poi chiamerò ‘modalità di ragionamento complottista’ (MRC), da intendersi come contrapposta alla ‘modalità di ragionamento razionale’ (MRR).

Usualmente col termine ‘ragionamento’ si intende la seguente definizione [2]:

“Il ragionamento è il processo cognitivo che, partendo da determinate premesse, porta a una conclusione, facendo uso di procedimenti logici. Le principali tipologie di ragionamento, secondo ottiche diverse, possono essere l’induzione, la deduzione, l’abduzione.”

Perciò appare evidente che in un ragionamento si palesano essenzialmente tre elementi: le premesse, le conclusioni e il ‘motore logico’, dove con quest’ultimo termine si intende quell’insieme di regole coordinate che permettono di processare in maniera proficua le informazioni.
Le tre regole principali che permettono al suddetto motore di funzionare sono per l’appunto quelle enumerate nella definizione e comprendono la maggior parte delle operazioni che avvengono nel cervello ragionatore.
Il problema è che, come è capitato di vedere diverse volte, la loro semplice applicazione lineare non garantisce necessariamente che a premesse vere corrispondano conclusioni corrette. Entrano in gioco, in realtà, altri fattori da valutare.

Il buono o cattivo andamento di un ragionamento dipenderà perciò da come facciamo funzionare l’insieme complessivo delle componenti del suddetto ‘motore’. Proprio nella discriminazione tra un funzionamento efficace o meno del sistema troviamo il discrimine tra il MRR e il MRC.

Entrando più nel dettaglio vediamo che questa distinzione ricalca abbastanza fedelmente quella ben più famosa, delineata da Kahneman e Tversky, tra sistema 1 e sistema 2. Ne abbiamo già parlato, ma sarà utile riproporre di seguito una breve ed efficace sintesi ripresa dal blog dialogobohmiano [3]:

“Le etichette di sistema 1 e sistema 2, coniate in origine dagli psicologi Keith Stanovich e Richard West (2000) otto anni dopo la scomparsa di Bohm, sono oggi ampiamente usate in psicologia, a volte indicate più brevemente con le sigle S1 e S2. Si riferiscono alla teoria del doppio sistema di pensiero, sostenuta da almeno un ventennio da molti autori. Lo psicologo israeliano Daniel Kahneman, docente a Princeton e premio Nobel nel 2002, ne ha fatto oggetto di un best-seller intitolato Thinking, Fast and Slow (tr. it., Pensieri lenti e veloci, Arnoldo Mondadori, Milano 2012) [4].

Definisco il sistema 1 come impressioni e sensazioni che originano spontaneamente e sono le fonti principali delle convinzioni esplicite e delle scelte deliberate del sistema 2. Le operazioni automatiche del sistema 1 generano modelli di idee sorprendentemente complessi, ma solo il sistema 2, più lento, è in grado di elaborare pensieri in una serie ordinata di stadi.” — (Kahneman 2011)

[…] Vediamo come Kahneman caratterizza i due sistemi.

Sistema 1 (S1). Opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario. Oltre che esprimere competenze innate (respirare, masticare, riconoscere le emozioni primarie dalle espressioni facciali, orientarsi verso la fonte di un forte rumore imprevisto, reagire con i riflessi di attacco-fuga-immobilizzazione, ecc.), il sistema 1 apprende le associazioni di idee (qual è la capitale della Francia? gli stereotipi, ecc.), e impara competenze specifiche come leggere e interpretare le sfumature delle situazioni sociali. La sua conoscenza è immagazzinata nella memoria e vi si accede senza intenzione e senza sforzo.

Sistema 2 (S2). Indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi, l’analisi logica, la riflessione filosofica. Le operazioni del sistema 2 sono molto spesso associate all’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione. Esse hanno la caratteristica di richiedere attenzione: quando questa viene meno, il sistema 2 resta inattivo.

Il sistema 1 e il sistema 2 sono entrambi attivi quando siamo svegli, il primo funziona in maniera automatica, mentre il secondo è in una comoda modalità di minimo sforzo in cui solo una piccola percentuale della sua capacità viene utilizzata. Il primo produce continuamente spunti per il secondo: impressioni, intuizioni, intenzioni e sensazioni. Se corroborate dal sistema 2, le impressioni e le intuizioni si trasformano in credenze e gli impulsi si convertono in azioni volontarie.

Quando tutto procede liscio, come accade per la maggior parte del tempo, il sistema 2 adotta i suggerimenti del sistema 1 senza praticamente modificarli. In genere noi crediamo alle nostre impressioni e agiamo in base ai nostri desideri (…) Quando il sistema 1 incontra qualche difficoltà, si rivolge al sistema 2 perché proceda a un’elaborazione dettagliata e specifica che risolva il problema contingente.

[…] Il sistema 2 si attiva appena viene rilevato un evento che viola il modello di mondo cui fa costante riferimento il sistema 1.

[…] Uno dei compiti del sistema 2 è vincere gli impulsi del sistema 1.

Vi sono illusioni del pensiero, che chiamiamo “illusioni cognitive” (…) Poiché il sistema 1 agisce automaticamente e non può essere disattivato a piacere, gli errori del pensiero intuitivo sono spesso difficili da prevenire. Non sempre si possono evitare i bias, perché il sistema 2 a volte non ha alcun indizio dell’errore. Anche quando sono disponibili indizi di probabili errori, questi ultimi si possono prevenire solo con un controllo rafforzato e un’attività intensa del sistema 2.”

A questo punto possiamo concludere che la definizione fornita da Kahneman e Tversky di sistema 1 possa aiutarci ad inquadrare meglio quella modalità di ragionamento che abbiamo più volte definito come ‘pensiero intuitivo’. In più di un’occasione abbiamo rimarcato quali fossero i problemi e gli errori derivanti dalla sua acritica applicazione.
Prima di passare ad un’analisi più approfondita dei suoi meccanismi, nel prossimo post proveremo ad ampliare un po’ il discorso relativo alle caratteristiche del sistema 2 in quelle componenti essenziali che lo distinguono dal sistema 1.

Generalizzando per nostra comodità, ciò che andremo a cercare di dimostrare sarà che un ragionamento che rientri nella MRC sarà influenzato maggiormente dal sistema 1, mentre per il MRR sarà esattamente il contrario.

Note:

[1] https://plus.google.com/+IlPiccoloMetafisico/posts/Bk2y3JMaQK9

[2] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ragionamento

[3] https://dialogobohmiano.wordpress.com/2015/04/27/pensieri-lenti-e-veloci-kahneman/

[4] http://www.amazon.it/Pensieri-lenti-veloci-Daniel-Kahneman-ebook/dp/B007ZXZGY0

Evoluzione e progresso

Spesso, parlando di evoluzione a chi non ha studiato questa materia, mi sento porre domande come:“Ma se l’uomo discende dalla scimmia allora perchè le scimmie non si sono evolute tutte in uomini?”. Questa domanda deriva da alcuni errori, purtroppo abbastanza comuni, nell’interpretazione della teoria darwiniana. Bisogna chiarire infatti che il termine “evoluzione” non è affatto sinonimo di “progresso”, come spesso viene utilizzato.

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Il trionfo degli Illuminati

Chi non vorrebbe diventare presidente della repubblica con il 666% dei voti e annunciare la propria vittoria sotto l’occhio di una gigantesca piramide, così da far letteralmente friggere le sinapsi di qualsiasi cospirazionista che si rispetti? Emmanuel Macron lo ha fatto domenica sera. Inutile ricordare che la presenza invadente della piramide del Louvre, inaugurata nel 1988, serviva innanzitutto a tracciare una continuità con François Mitterrand, l’ultimo grande presidente francese: la cosiddetta “fasciosfera” si è comunque scatenata. La mossa di Macron potrà sembrare alternativamente molto ingenua, perché non si cura di mettere a tacere i sospetti che una parte della popolazione ha su di lui, ex-banchiere della famigerata banca Rothschild e quindi probabile frequentatore di riti abominevoli; oppure molto furba, perché il miglior modo di rendere inefficace l’opposizione è quella di consegnarla ai matti, dando ai matti solidi argomenti per prevalere sui meno matti.

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