Le parole per ferire

Almeno dal 2013 associazioni e governi di diversi paesi europei hanno sviluppato iniziative per contrastare sistematicamente le manifestazioni di intolleranza, xenofobia, razzismo e incitamento all’odio a cui la rete permette di avere ampia risonanza. In particolare il Consiglio d’Europa ha concentrato la sua attenzione sui discorsi e le parole dell’odio e nel 2015 la sua assemblea parlamentare ha sollecitato i parlamenti nazionali ad avviare iniziative di inchiesta e contenimento su hate speech e hate words.

In risposta a queste sollecitazioni il 16 maggio 2016 la presidente della camera Laura Boldrini ha istituito una commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, con il compito di condurre attività di studio e ricerca su tali temi. L’italiano è il primo parlamento nazionale che segue questa strada. La commissione, composta da deputati, senatori, rappresentanti di istituzioni e associazioni ed esperti, ha avviato i suoi lavori raccogliendo materiali e procedendo ad audizioni. Nel giugno la commissione ha deciso di intitolarsi a Jo Cox, la parlamentare laburista britannica impegnata contro la xenofobia, assassinata il 16 giugno 2016.

Censire le parole dell’odio circolanti in Italia e cercare di classificarle come primo passo per analisi ulteriori è l’obiettivo di questa nota, un contributo strettamente linguistico all’impegnativo e ben più vasto lavoro della commissione. Anche nell’odio le parole non sono tutto, ma anche l’odio non sa fare a meno delle parole.

Di queste parole dell’odio e dell’intolleranza il catalogo può essere forse istruttivo ma a tratti è ripugnante. Per renderne meno sgradevole la eventuale lettura c’è all’inizio una allegra e filosofica filastrocca di Rodari e alla fine il richiamo a due testi quibus maxima debeturreverentia: i nostri codici e il catalogo di Evagrio.

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Quando non ci sono le idee ci sono le opinioni

Premetto che non dirò chi ha pronunciato in mia presenza questa frase. È successo qualche giorno fa. Passavo in bici davanti al Foro per recarmi da un amico che abita là dietro, quando svoltato l’angolo c’era un assembramento davanti all’hotel che sfrutta il nome latino di ciò che ha di fronte. Si trattava di un comico regalato alla politica tecno-ottimista che arringava la folla dei giornalisti entrando in un Suv, appena sbucato ho sentito proprio quella frase e siccome sono romanesco e quindi portato da un antichissimo retaggio filosofico a dire ciò che penso il più possibile me ne sono uscito con un: “Lei non è un comico, è un buffone!” che ha mutato ancor più il faccione barbuto dell’interessato in una maschera di schifo, ma non c’era tempo né per replicare né per sguinzagliare i gorillini, quindi se n’è andato.

Però, a dimostrare che un vero libertario è disposto ad imparare pure da chi gli sta molto antipatico, continuando la pedalata mi sono subito chiesto se avesse ragione, e arrivato a casa del mio amico quasi senza salutarlo sono andato a cercare un dizionario etimologico. Da qualche tempo faccio così: provo a farmi suggerire cosa ne penso di una cosa dall’etimologia delle parole, e questo già da prima che scoprissi l’esistenza di Isidoro di Siviglia.

Dunque, il Devoto suggerisce che idea viene dal verbo greco idein, vedere, quindi il suo significato primario è ‘aspetto, forma, apparenza’; mentre per quanto riguarda opinione le cose sono un po’ più complicate, per farla breve siamo al latino e si tratta di ‘un oscuro ampliamento intensivo’ forse connesso con la radice di prendere, scegliere, ‘attestata anche nelle aree umbra, ittita, armena’. L’impressione sul momento è stata che stavolta le radici non mi sarebbero state di grande aiuto, a questo punto la frase di cui sopra si sarebbe potuta tradurre ‘siccome non si vede niente allora si afferra qualcosa a caso’, oppure, e quasi al contrario ‘siccome non si è ingannati dalle apparenze si coglie il dato di fatto’. Sul momento avevamo altro da fare quindi ho lasciato perdere, però la frase è rimasta lì che circolava in capoccia, e a distanza di qualche giorno mi ritrovo a cercar di vedere se è vero che, come sosteneva lo scrittore Luigi Malerba, lo scrivo così vedo che ne penso.

Il fatto è, che da un po’ di tempo a questa parte mi riesce sempre più difficile avere delle opinioni, e ogni volta che ne ho una e la esprimo mi resta in bocca un retrogusto acido, come quando uno s’accorge che ha fatto una cazzata subito dopo averla fatta, forse addirittura mentre la sta facendo. Per esempio io ho un’opinione sul conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, ma preferisco non dirla, anzi non sapere nemmeno di averla. Che bisogno ha il mondo di conoscerla? Chi se ne frega?, mi dico. Dovrebbe essere il medesimo retrogusto di uno che ha dell’oro in casa, e quando va a venderlo scopre che s’è svalutato all’improvviso di tre quarti del valore e più, senza nemmeno avvertire.

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Fascisti Immaginari

Nel 2003, Luciano Lanna e Filippo Rossi curarono un volume – Fascisti immaginari – che ebbe il pregio di raccontare a un’Italia ignara un intero immaginario di destra che si era andato formando soprattutto dagli anni ’70 del secolo scorso in poi.

Oggi prendo in prestito quel titolo per sottolineare una tendenza recente nell’opinione pubblica italiana, quella dei fascisti immaginari, appunto.

È di qualche giorno fa un sondaggio Demos per Repubblica, dal quale emerge che il 46% degli italiani ritiene possibile un ritorno del fascismo. A fronte di quel 46%, i partiti che – più o meno esplicitamente – si richiamano all’ideologia fascista continuano a non esistere nei sondaggi sulle intenzioni di voto e regolarmente alle elezioni nazionali viaggiano intorno allo zero virgola qualcosa percento.

Com’è possibile che un italiano su due teme il ritorno del fascismo mentre i “partiti fascisti” praticamente non hanno un voto?

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Petizioni di principio

La petitio principii è una fallacia che consiste nell’assumere tra le premesse, in modo più o meno nascosto, la conclusione che si vuole inferire. Dalla premessa A si inferisce che A.

Da un punto di vista strettamente logico il ragionamento non è fallace: effettivamente se è vero che A, allora è vero che A. Il punto è che si assume A in modo nascosto, spacciando il ragionamento come interessante e non triviale.

Scovare un ragionamento del genere non è sempre facile, perchè si cela spesso in elaborate parafrasi. Possibili esempi sono i seguenti:

La democrazia è l’unica forma lecita di governo perchè è ingiusto non far governare il popolo

Questo ragionamento è una petitio principii perchè la seconda parte è una parafrasi della prima: si è solo cambiato “lecito” con “giusto” e “democrazia” con la sua definizione operativa, cioè “governo del popolo”.

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La psicologia delle coincidenze

Fuffologia

coincTradotto ed adattato da: The Psychology of Coincidence
di Keith Hillman (su Psychology24).

Una vecchia leggenda metropolitana racconta che un uomo stava andando al lavoro e si era dimenticato a casa la cravatta. La moglie trova la cravatta e prova ad avvertirlo al telefono dell’ufficio. Però sbaglia il numero e compone quello di un telefono pubblico appena fuori dall’ufficio. L’uomo senza cravatta, che passava lì davanti proprio in quel momento, sente squillare il telefono, incuriosito risponde e … riceve il messaggio.

Coincidenze come questa possono spesso farci chiedere se non ci siano davvero forze più grandi in gioco. O perlomeno riescono a creare dei curiosi aneddoti da raccontare al bar. In effetti non c’è nulla di speciale nemmeno nelle più improbabili delle coincidenze … a parte il far luce sulla nostra psicologia e sulla predisposizione del cervello umano ad essere ingannato.

In questo articolo cercheremo di capire perché le…

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L’Occidente, nonostante tutto

Scrivo questo pezzo pochi mesi dopo la Brexit, all’indomani dell’elezione di Trump, con gli occhi rivolti ai fascismi crescenti in Europa e la preoccupazione per il destino delle prossime elezioni nel continente. In questo panorama, dove il populismo di destra sembra aver corroso il pensiero critico o l’idea stessa di una politica dei diritti e dell’eguaglianza sociale, sarebbe molto facile alzare bandiera bianca e ammettere che l’Occidente ha fallito in tutto. La nostra civiltà ha colonizzato il pianeta e l’ha disastrato con guerre e sfruttamento; ha schiacciato culture locali, esportato un capitalismo selvaggio, e globalizzato unicamente la diseguaglianza. In cambio ha ricevuto un nuovo terrorismo. Non è un caso che siamo finiti qui. Adorno e Horkheimer avevano ragione: il volto oscuro dell’Illuminismo, la sua volontà di dominio, governa il mondo. E invece Franco La Cecla, nel suo ultimo libro pubblicato da Elèuthera, invita a schierarsi esattamente sul lato opposto. Fin dal titolo: Elogio dell’Occidente.

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I professionisti dell’indignazione stanno rovinando la società

Quando ho visto per la prima volta Fight Club era già diventato un cult. Avevo diciassette anni e ricordo di averlo trovato molto noioso. Sarà perché quando hai tante aspettative è più facile deluderle, sarà perché non ho mai trovato interessanti i film che si presentano come una fonte di citazioni da usare come bio su Facebook, ma tant’è. Di tutto il film l’unica cosa che ricordo è quella frase iconica di Brad Pitt, pronunciata attraverso un megafono: “You are not a beautiful and unique snowflake; you are the same decaying organic matter as everyone, and we are all part of the same compost pile”.

A imprimerla nella mia memoria avranno contribuito sicuramente i vari ed eventuali riutilizzi che ne sono stati fatti, grazie al suo facile e allettante nichilismo da discount, ma evidentemente non è successo soltanto a me, dato che è tornata in auge recentemente battezzando nientemeno che una nuova tendenza socio-culturale della tanto bistrattata Generazione Y, o Millenial Generation. Con l’espressione snowflake generation però, in aggiunta al principio di base palahniukiano che ben si presta a scritte su muri e magliette, indichiamo un concetto che va ben oltre a un semplicistico relativismo ontologico di fondo.

L’espressione “Snowflake Generation” figura nella top 10 2016 del dizionario Collins, accanto a parole come “Brexit” “Trumpism”. La definizione è molto chiara e riassume perfettamente tutte quelle accuse mosse ai millennial negli anni, dall’essere choosy al preferire un investimento in toast all’avocado invece che risparmiare per il mutuo di una casa. “Mancanza di resilienza”, altro binomio fondamentale nei recenti dibattiti sul futuro del pianeta, in questo caso declinata come eccessiva inclinazione all’offesa, manifestata attraverso una serie di iniziative individuali e collettive volte alla sensibilizzazione del genere umano verso temi sociali che fino a ora erano stati trascurati, o che semplicemente non erano ancora emersi.

I millennial sono un po’ permalosi. Insomma, la generazione “Fiocco di neve” è figlia di un’educazione e di una serie di contingenze che l’hanno spinta ad autodefinirsi come insieme di esseri unici e ipersensibili a ciò che potrebbe in qualche modo mancare di rispetto alle loro rivendicate peculiarità. Non è difficile immaginare quindi che questa espressione sia stata prontamente utilizzata con sfumature dispregiative. L’alt-right, termine coniato dal nazista Richard B. Spencer per definire la nuova estrema destra americana che ha fatto di anime, meme e fascismo un movimento politico, per esempio, nel suo ampio e articolato vocabolario dell’odio e della derisione — come non ricordare SJW (Social Justice Warrior), ovvero chi si batte per i diritti civili di tutte le minoranze, o libtard ( “liberal” e “retard”), versione americana di sinistronzo — ha inserito snowflake per ridurre a uno stereotipo culturale i detrattori di Trump, così concentrati sul loro essere delicatamente speciali e predisposti all’indignazione da non poter tenere testa al maschio alfa per eccellenza.

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