C’è molta più censura oggi (o è autocensura?)

Capita spesso che, provocatoriamente, a chi lavora in tv, venga rivolta la domanda: «C’è più censura oggi o ai tempi di Berlusconi?». La domanda che presuppone una valutazione politica ha invece, secondo me, una risposta molto più immediata e che prescinde da ogni valutazione politica: c’è molta più censura oggi perché ci sono molti più sorveglianti. E anche molta più voglia di punire i colpevoli. Mentre fino a pochi anni fa la sfida era aggirare qualche politico e qualche suo funzionario (per gli artisti migliori era una sfida addirittura avvincente), oggi questi sono solo uno dei tanti gruppi la cui suscettibilità bisogna tenere in considerazione quando si lavora a un film o a un programma.

Già dieci anni fa se dicevi che l’eucalipto non è un albero troppo bello potevi essere sicuro che il giorno dopo avresti trovato tra le lettere o tra l’e-mail la protesta e il velleitario tentativo di boicottaggio degli “amici dell’eucalipto”. Nei casi migliori perfino la richiesta di una smentita o un invito ad apparire per il presidente dell’associazione degli amici (la vanità non è nata coi social dopotutto). Ma gli amici dell’eucalipto erano pochi. Non avevano modo di organizzarsi e fomentarsi l’un l’altro. Nessuno scopriva la loro esistenza e la cosa si esauriva lì. La vita scorreva tranquilla fino a quando non dicevi che la carne di maiale è più saporita della terra arsa. A quel punto si offendevano i fan della terra arsa e i vegetariani. Qualche altra mail, certo, ma nessuno si prendeva la briga di fare gli screenshot, nessuno rivedeva i video, nessuno trasformava la loro battaglia nella propria battaglia.

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Il paradosso dell’ignoranza

Arthur Wheeler non poteva passare inosservato. Quarantacinque anni, alto poco meno di un metro e sessanta e pesante poco più di 120 chili, venne riconosciuto senza difficoltà dai testimoni come il responsabile di ben due colpi in pieno giorno a Pittsburgh. Le telecamere di sorveglianza lo mostravano a volto scoperto, la pistola in mano. Quando venne arrestato non ci poteva credere: “Ma io ero ricoperto di succo!” disse ai poliziotti. Succo di limone. Wheeler si era ricoperto il volto di succo di limone, convinto che questo potesse garantirgli l’invisibilità. Gli investigatori riferirono che il rapinatore non aveva improvvisato, ma si era preparato accuratamente. “Il succo di limone mi bruciava la faccia e gli occhi, facevo fatica a vedere” avrebbe detto poi ai poliziotti. Nel corso dei  preparativi si era persino scattato un selfie con una polaroid, per verificare che il metodo fosse davvero efficace. E nella foto lui effettivamente non c’era – probabilmente l’acidità  gli aveva impedito di prendere bene la mira. McArthur aveva ottenuto la prova che cercava. Il succo di limone funzionava: era diventato completamente invisibile.

David Dunning, professore di psicologia sociale alla Cornell University, lesse la notizia sul World Almanac del 1996, sezione Offbeat News Stories. Lo psicologo pensò: se Wheeler era troppo stupido per essere un rapinatore, forse era anche troppo stupido per sapere di essere troppo stupido per essere un rapinatore. “La sua stupidità gli nascondeva la sua stessa stupidità” pensò lo psicologo. Dunning si chiese poi se fosse possibile misurare il livello di competenza che ciascuno crede di avere confrontandolo con la reale competenza. Nelle settimane successive organizzò un progetto di ricerca con un suo laureando, Justin Kruger. Il loro paper Unskilled and Unaware of It: How Difficulties of Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-assessmentsvenne pubblicato nel 1999 e da allora è un piccolo classico degli studi sull’ignoranza di sé. Il risultato delle ricerche dei due studiosi è conosciuto come “effetto Dunning-Kruger”.

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Non capiamo le probabilità, ed è un problema

Immaginate di lanciare una monetina, e che vi esca testa per tre volte di fila. Sarebbe piuttosto notevole: quante probabilità ci sono che esca testa anche una quarta volta? La risposta corretta è che le possibilità rimangono invariate: avete sempre il 50 per cento di probabilità che dal prossimo lancio esca ancora testa. La monetina non ha memoria e non sa cosa è successo in passato. L’istinto degli esseri umani per le probabilità però è notoriamente poco affidabile. La convinzione che l’universo mantenga un equilibrio, e che dopo una serie di lanci in cui esce testa sia più probabile che il prossimo sia croce, è sorprendentemente diffusa.

Si chiama “fallacia dello scommettitore” ed è il modo in cui si comportano le persone quando sono impegnate in giochi di fortuna. Analizzando un video registrato in un casinò di Reno, in Nevada, per esempio, alcuni ricercatori hanno dimostrato come le persone siano più portate a puntare sul nero se in precedenza la pallina è finita su un numero rosso per quattro volte di fila. La cosa preoccupante di questa forma di superstizione è che mina la capacità di giudizio di persone chiamate a prendere decisioni importanti, individui apparentemente ragionevoli e intelligenti che detengono un potere considerevole sulla vita di altre persone.

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Come ‘buonista’ è diventato l’insulto preferito degli italiani

Il linguaggio della politica italiana ha una dote speciale: quella di inventare a getto continuo espressioni insolite. Tra “patti” estemporanei (quello della “crostata” o del “Nazareno“), nomignoli vaghi (tipo la “Cosa Rossa” o “lenzuolate“) e latinorum abborracciato (qualche settimana fa i giornali aprivano sul “Rosatellum“, ricordate? No, vero?), spesso e volentieri i lemmi vengono bruciati nell’arco di pochissimo tempo.

A volte, però, succede che certe parole restino e dilaghino in ogni dove. Su tutte, negli ultimi anni c’è stata una coppia di termini ha attecchito in modo impressionante nel dibattito pubblico: “buonismo” e “buonista.”

Non passa praticamente un’ora—neanche un giorno: un’ora—senza ritrovarsela in un qualche articolo, conversazione, status o commento. Per rendersene conto basta prendere come campione l’ultima settimana di cronaca.

L’albergatore di Reggio Emilia che non assume un cameriere per il semplice motivo che quest’ultimo è nero? Ha fatto bene, perché “è tempo di dire basta a questo strisciante buonismo.” Povia che fa una canzone xenofoba? Macché, è solo un “grido” disperato contro i “buonisti.” Lo scrittore Mauro Corona che vuole inseguire i vandali con un’ascia in mano? Ottimo, così facendo “sfascia il buonismo radical chic.” Gli atleti italiani che vincono l’oro nel sincro ai mondiali di Budapest con un’esibizione dedicata ai migranti? Non sono altro che maledetti “buonisti.” Le indagini sulle ONG? Uno schiaffo ai buonisti. E così via.

L’onnipresenza, tuttavia, è inversamente proporzionale alla comprensibilità del termine. Certo, i vocabolari ne danno alcune definizioni (come “ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî”); eppure, l’uso estenstivo che se ne fa oggi ricomprende tutto—e quindi, be’, non ricomprende un bel niente.

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Il Principio di Improbabilità

Fuffologia

caprone Un caprone

Mi è capitato di recente di discutere di “caso” su un newsgroup con un caprone newage di quelli intrattabili e irrecuperabili. È convinto che il caso non esista. Dice che se qualcuno  indovina, in media, una volta su sei il dado che avete lanciato, non lo farebbe per caso. Gli ho fatto notare che è il risultato che ci si aspetta normalmente da chiunque; che anche un computer che genera un numero random tra 1 e 6 ci azzecca altrettanto bene; e che anche chi risponde sempre “4” in media ci prende una volta su 6.

Il caprone però è irremovibile: il caso non esiste e l’individuo in questione dev’essere necessariamente dotato di qualche “facoltà sconosciuta” (magari legata alla sua visione cazzara della meccanica quantistica), altrimenti avrebbe sbagliato sempre. Che si possa indovinare un numero tra 1 e 6 tirando a casaccio è per lui inconcepibile e in…

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L’invenzione del capitalismo cattivo

Luigi Einaudi scriveva che il capitalismo è un po’ come il diavolo nel medioevo: “una parola mitica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi.

I viveri sono cari? La colpa è della organizzazione capitalistica della società. La guerra è stata scatenata dagli imperi centrali? La colpa è del capitalismo che spinge le nazioni le une contro le altre armate per la conquista dei mercati mondiali.” (La colpa è del capitalismoCorriere della sera, 28 luglio 1919)

Da allora sono passati quasi cent’anni, ma la situazione non è molto cambiata. Il capitalismo continua a essere visto come la causa di tutte le piaghe della terra, in particolare della povertà, delle diseguaglianze, delle guerre, della violazione dei diritti umani.

Pochi però si prendono la briga di verificare l’esattezza di queste affermazioni. Se lo facessero, scoprirebbero che le cose non stanno esattamente così. Non secondo quanto emerge dai rapporti annuali del Fraser Institute: Economic Freedom of the World (EFW).

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Perché gli antivax hanno vinto

Hic Rhodus

Sono stato folgorato da questa foto, scattata alla manifestazione antivax di Milano di qualche giorno fa. Ho capito tutto. Gli antivax hanno vinto, o comunque vinceranno sulla distanza. La foto, la vedete, mostra di schiena un povero pargolo con una scritta sulla maglietta, vergata a mano con un buono stampatello dal solerte genitore antivax. “Non mi avrete mai come volete voi”. Ecco, in questo slogan, non originale, sta la soluzione. Ci si poteva aspettare una scritta tipo “Libertà di cura”, o “Il corpo è mio e me lo vaccino io”, e invece si fa riferimento a un Ente minaccioso (“voi”) e a un programma antagonista (“non mi avrete mai”). Ecco. Gli antivax sono contro i vaccini in quanto animati da sentimenti antagonisti che potevano incanalarsi in molteplici strade: anti-olio di palma (ma è poco evocativo ed è fallito sul nascere), anti-insegnamento di matematica , anti-wi-fi… invece si è incanalata…

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